Camille Eid domenica 18 marzo 2018
Il principe saudita si riarma e va a Washington

Soldati yemeniti, addestrati dagli Emirati, sminano un terreno nei pressi di Hais nella provincia di Hodeidah, il 18 marzo (Ansa)

Soldati yemeniti, addestrati dagli Emirati, sminano un terreno nei pressi di Hais nella provincia di Hodeidah, il 18 marzo (Ansa)

Mentre la guerra in Siria è entrata nel suo ottavo anno, un altro conflitto – molto meno dibattuto sui media – si appresta a concludere il terzo anno di violenze e stragi consumate spesso nel silenzio internazionale. Si tratta del conflitto nello Yemen, iniziato il 25 marzo 2015 quando una vasta coalizione militare a guida saudita ha dato il via a un massiccio bombardamento delle città yemenite, aprendo così un nuovo capitolo della storia tormentata di questo Paese. Giovedì scorso, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso in una nota presidenziale la sua «grave preoccupazione» per il continuo deterioramento della situazione umanitaria e per il devastante impatto del conflitto sui civili, con 22,2 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza contro le epidemie di colera e difterite e la grave malnutrizione, ossia 3,4 milioni in più rispetto all’anno scorso. I quindici membri hanno poi sollecitato le parti del conflitto a «rispettare gli obblighi internazionali», fermando gli attacchi indiscriminati contro le zone densamente popolate e di reclutare bambini soldato, proteggendo scuole, strutture mediche e personale medico, e agevolando l’entrata e l’uscita di vaccini, personale e beni di soccorso attraverso l’apertura «completa e duratura» di tutti i porti del Paese e dell’aeroporto della capitale Sanaa.

Il fatto che il Consiglio di sicurezza abbia optato per una semplice nota anziché per una vera e propria risoluzione vincolante mette in evidenza lo stallo raggiunto dal conflitto e le difficoltà di mettere d’accordo gli attori regionali e internazionali (rappresentati da paesi alleati nel Consiglio Onu) che mal nascondono la lotta per accaparrarsi quel che rimane delle ricchezze dello Yemen e la sua posizione strategica all’imboccatura del Mar Rosso. Nessuna conferma, poi, delle indiscrezioni trapelate nei giorni scorsi circa negoziati segreti in corso da due mesi a questa parte in Oman tra funzionari sauditi e il portavoce dei ribelli sciiti Houthi, con l’obiettivo di arrivare a una conclusione onorevole del conflitto.

Secondo fonti diplomatiche, le parti starebbero negoziando una tregua su scala nazionale, per poi procedere a un accordo di pace globale. La mossa potrebbe aprire uno spiraglio di pace, ma presenta nel contempo un particolare curioso, con i sauditi che bypassano il governo yemenita riconosciuto internazionalmente e presieduto da Abd-Rabbu Mansour Hadi, che da anni vive in esilio in Arabia Saudita.

Anche per questo, si stanno moltiplicando in questi giorni gli appelli di personalità yemenite in favore del rientro di Hadi ad Aden, considerando il suo soggiorno a Riad una sorta di “residenza coatta” simile a quella imposta mesi fa al premier libanese Saad Hariri. Un altro fatto che getta la sua funesta ombra sulla situazione nello Yemen è il contratto multimiliardario firmato a Londra, nonostante le proteste di piazza, dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS) e che prevede l’acquisto di 48 caccia Eurofighter Typhoon. Gli occhi sono ora puntati all’incontro del principe con il presidente americano Donald Trump, previsto per martedì. I due condividono la stessa linea dura nei confronti dell’Iran, accusato di inviare armi e missili balistici agli Houthi. Ma nemmeno a Washington manca chi invita l’amministrazione a riconsiderare il suo coinvolgimento e studiare una “exit strategy” da una guerra che si è rivelata inconcludente.

In attesa di sviluppi positivi concreti, la gestione della crisi rimarrà purtroppo focalizzata unicamente sul come affrontare le conseguenze umanitarie della guerra e puntellare la debole valuta nazionale (un dollaro vale 500 rial, il doppio rispetto al 2015) attraverso la raccolta di fondi. In questo senso, la conferenza convocata dall’Onu a Ginevra per il 3 aprile rappresenterà una tappa importante.

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