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22 Giugno 2010

MEDIO ORIENTE SENZA CRISTIANI? INTERVISTA DELLA SIR A PADRE SAMIR KHALIL SAMIR (febbraio 2009)

Daniele Rocchi
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Medio Oriente senza Cristiani?
Intervista della SIR a Padre Samir Khalil Samir (febbraio 2009)
 
 
 
Fonte: SIR Italia (www.agensir.it)
di Daniele Rocchi
 
Da tempo, ormai, la Chiesa, nella persona del Papa e dei vescovi, mostra viva preoccupazione per la sorte dei cristiani in Medio Oriente. Nella visita ad limina dei vescovi caldei, a gennaio, si è arrivati a proporre un Sinodo dei vescovi sui cristiani in Medio Oriente per cercare di approfondire la conoscenza reale dei loro problemi, delle persecuzioni e pressioni cui sono soggetti e della difficoltà di restare nei loro Paesi.Una proposta “giustificata” per l’islamologo Samir Khalil Samir che al SIR ha provato a tracciare il futuro delle Chiese cristiane in Medio Oriente.Secondo dati citati dal sociologo Bernard Sabella, dell’Università di Betlemme, i cristiani Medio Oriente (Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Territori palestinesi, Siria e Israele) sarebbero poco meno di 12 milioni, di cui 8 milioni in Egitto (10%) e 1,2 milioni in Libano (30%). Negli altri Paesi la percentuale varia tra l’1 e il 5% della popolazione.
 
Da un punto di vista storico quali sono le differenze principali che esistono tra le componenti cristiane che abitano nei Paesi mediorientali?
 
“La situazione dei cristiani è diversa da Paese a Paese. In Iraq i cristiani hanno avuto un ruolo di primo piano nel IX e X secolo in quanto sono stati loro che hanno trasmesso ai musulmani la filosofia, la medicina e le scienze ed hanno marcato la cultura islamica di quel periodo. Successivamente, dopo il XIII sec. l’influsso è diminuito. Oggi i cristiani, anche a causa della guerra del 2003, sono una piccola minoranza che si attesta intorno al 3% (dal 5%). Nel regime laico di Saddam Hussein godevano di grande libertà di azione ed erano stimati. Anche in Siria, dove vigeva un governo laico analogo, hanno avuto un ruolo importante nella società civile. In Giordania c’è una tradizione di tolleranza verso i cristiani che sono solo il 3%, vivono in pace e sono stimati. In Egitto la situazione è molto più dura. Fino alla rivoluzione del 1952 i cristiani avevano il loro ruolo nella società, nell’economia, nelle scienze e nella medicina. La rivoluzione ha rovesciato tutto, negli anni Settanta il Corsivomovimento islamico ha subìto l’influsso sia dei fratelli musulmani che di Paesi come l’Arabia Saudita. È cominciata una pressione molto forte per islamizzare i cristiani e la società intera. Islamizzazione che continua ancora oggi. L’Egitto conta un 10% di cristiani, la più grande popolazione cristiana del mondo arabo (7-8 milioni circa), e la loro è una delle situazioni più dure”.
 
Per quanto riguarda, invece, i cristiani libanesi e palestinesi?

“In Libano c’è tolleranza e qui i cristiani hanno avuto un ruolo essenziale nello sviluppo del Paese e della sua identità, più cristiana che musulmana. Per i musulmani, infatti, il Libano da solo non è così importante come l’insieme di Siria, Libano e mondo arabo. Tuttavia si registra un cambiamento: un certo numero di musulmani libanesi oggi difende la libanità, cosa che prima non accadeva. In Libano i cristiani hanno avuto un ruolo importante anche nella cultura, università e scuole cristiane sono famose. A livello di scuole elementari ci sono più scuole cristiane che statali e la gente le preferisce. Nella vita sociale, culturale, economica e politica, i cristiani occupano un posto importante, però la guerra civile (1975-1990) ha provocato l’emigrazione di molti di loro in Europa ed in America. I musulmani sono emigrati di meno e qualcuno è anche tornato. Così oggi la percentuale dei cristiani libanesi è al di sotto del 40%. Il rischio è che se questo movimento migratorio, non dovuto a intolleranza o a persecuzione ma a motivi politici e sociali, dovesse continuare, l’equilibrio tra cristiani e musulmani in Libano non reggerà più. È un equilibrio voluto: nel Parlamento ci sono 128 deputati, 64 cristiani e 64 musulmani e drusi. (Per convenzione in Libano, il presidente della Repubblica è cristiano maronita, il primo ministro sunnita e il presidente del Parlamento è sciita, ndr). Per quanto riguarda invece i cristiani di Palestina hanno abbracciato la causa palestinese per la giustizia ed il diritto poiché ingiustamente spogliati della loro terra con una decisione dell’Onu. I cristiani hanno una sensibilità viva per la giustizia ed il diritto ed hanno organizzato numerosi movimenti di liberazione per la Palestina. Nel tempo la causa palestinese si è islamizzata con la crescita del fondamentalismo. I cristiani non si sono più ritrovati più in questa situazione anzi da alcuni anni vengono dagli stessi musulmani considerati filo-occidentali e dunque poco tollerati”.
 
Il problema comune dei cristiani si chiama fondamentalismo islamico?

“Diciamo di sì. La salita del fondamentalismo islamico è cominciata agli inizi degli anni Settanta. Di fronte agli atteggiamenti di Israele il movimento islamico si è presentato come l’unico difensore del mondo arabo e della causa palestinese. C’è una identificazione tra arabità e islamità. D’altra parte gli ebrei hanno fatto lo stesso identificandosi con Israele, il che non è logico, Israele è una nazione e gli ebrei sono in tutti gli Stati del mondo. C’è una parentela culturale e religiosa tra Islam ed Ebraismo: entrambi uniscono politica, cultura e religione. In questa situazione i cristiani sono tra l’incudine e il martello, una doppia vittima, pur essendo i più veri difensori della causa palestinese. Purtroppo la conseguenza di tutto ciò è anche l’emigrazione: a Betlemme il sindaco è ancora cristiano ma tutti sanno che sarà l’ultimo, dopo sarà musulmano. Lo stesso accadrà a Nazareth. In queste due città la presenza cristiana era notevole, l’università cattolica di Betlemme è sempre più islamizzata”.
 
È giusto allora parlare di persecuzione religiosa?

“Una persecuzione religiosa nel mondo musulmano di solito non c’è. Anche se può accadere ogni tanto. C’è invece pressione religiosa, sempre, perché ci saranno sempre musulmani che fanno pressione per convertire i cristiani attraverso motivi sociali, politici e culturali. La pressione musulmana ha un fondamento nel Corano: è il sistema Dhimmi che in realtà è anteriore all’Islam e risale alla Persia. Non ti perseguito, ti tollero ma tu devi restare sottomesso. Il Corano afferma chiaramente: i non musulmani devono pagare di propria mano una tassa di protezione essendo umiliati, ovvero non possono affidarla ad altre persone. Questa umiliazione ha preso, talvolta, delle forme di vera intolleranza. Di uguaglianza non se ne parla. D’altronde nel sistema islamico il concetto di cittadino è recente, e risale alla fine dell’Ottocento, ma nella coscienza della gente esiste l’idea che i musulmani sono i padroni e tutto gli altri vengono tollerati. In teoria non è così ma nella psicologia si verifica questo. Posso costruire moschee dove e come voglio ma il governo me lo impedirà se lo faccio illegalmente, ma non posso costruire, a parità, una chiesa, la distruggeranno e se ho il permesso lo limiteranno. Non ci sono persecuzioni come in Cina o nell’impero sovietico ma pressioni e disuguaglianze”.
 
Fenomeni come disoccupazione, mancata istruzione o sanità, mancato rispetto di diritti umani fondamentali sono maggiormente marcati per i cristiani oppure questi vivono le medesime difficoltà della componente musulmana maggioritaria?

“I cristiani ne risentono molto di più che i musulmani. Ci sono delle discriminazioni verso i cristiani. Il cristiano è più sensibile dei musulmani ai temi dei diritti umani in quanto il Vangelo propone ideali di libertà e di rispetto. In tutti i Paesi arabi non c’è democrazia e questo pesa di più sui cristiani che scelgono così di andarsene. Essendo una minoranza sono più deboli, meno capaci di difendere i loro diritti. Pensiamo all’Iraq dove alle recenti elezioni provinciali i cristiani si sono visti ridurre i seggi di rappresentanza. La domanda che tutti i cristiani si pongono in Medio Oriente è: c’è ancora speranza per noi e per i nostri figli? Il problema è che non viviamo in uno Stato di diritto ed il futuro dei cristiani è lasciato al benvolere del regime di turno”.
Non è proprio rassicurante…”Il futuro dei cristiani in Medio Oriente è anche legato allo scontro tutto interno al mondo musulmano per separare la religione dalla politica, in una parola scoprire la laicità. I cristiani sono i più forti difensori della laicità che vuole dire libertà. La parità è inconcepibile. La laicità non ha senso, anzi è tradotta come ateismo da tanti musulmani che concepiscono l’Islam solo come dominante”.Come può la Chiesa arrestare questa emorragia dei cristiani dal Medio Oriente e dare un futuro alle comunità locali? Recentemente mons. Sako, vescovo di Kirkuk, ha proposto un Sinodo dei vescovi sui cristiani in Medio Oriente…”E ha fatto bene. Questa proposta è giustificata perché finché noi affronteremo il problema ognuno per suo conto non si troverà soluzione. Non esiste una visione comune, una pastorale del mondo arabo. Siamo deboli non solo a causa dei musulmani ma anche per le nostre stesse divisioni, per la nostra mancanza di visione unica. Assolutamente sono necessari una politica comune e costruire un progetto non contro ma con i musulmani. Questa regione del mondo è culturalmente musulmana. Il nostro scopo è quello di creare una città ed una civiltà comune, avere insieme un progetto di società valido per i più deboli, senza estremismi. Questo il cristiano lo può fare più naturalmente che un musulmano”.
 
Chi trarrebbe vantaggio da un Medio Oriente senza cristiani?

“Nessuno. Anzi i primi a lamentarsene saranno proprio i musulmani. La fine del Cristianesimo in Medio Oriente, però, non sarà la vittoria dell’Islam. Quest’ultimo avrà espulso la diversità, ma senza di questa l’islam tornerà indietro. È la diversità che stimola: sono i cristiani che hanno promosso, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, realtà come il giornalismo, la poesia e la letteratura moderna, il cinema, le università. Il ruolo dei cristiani nel mondo arabo non è quello di promuovere l’ateismo ma una modernità credente, aperta. Le chiese mediorientali sono piene, in tutti i Paesi. Siamo per la modernità e non per la secolarizzazione. In Occidente, invece, ciò che sorprende il musulmano, e anche il cristiano mediorientale, sono le chiese vuote, costumi libertini. La modernità per noi cristiani significa diritti umani, uguaglianza tra uomo e donna, ovvero gli aspetti fondanti di una sana laicità e non del laicismo. Il mondo cristiano del Medio Oriente è una chance di progresso per l’Islam. Costretti ad essere una minoranza sempre più esigua i cristiani perderanno la loro capacità di dinamismo, di innovazione sociale, culturale e politico. E questo coinciderà con la fine del progresso del mondo musulmano”.