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Federico Peirone

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27 Settembre 2011

ONU/PALESTINA – (27 Settembre)

Un tentativo disperato Intervista con Riccardo Redaelli del Lncv
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Sono iniziate il 26 settembre, a New York, le trattative in Consiglio di Sicurezza dell’Onu per esaminare la richiesta palestinese di riconoscimento come Stato membro. Tecnicamente il Consiglio ha 35 giorni per vagliarla e prendere una decisione ma già da tempo la diplomazia palestinese sta lavorando per raccogliere i 9 voti necessari all’approvazione. Finora i “sì” sarebbero quelli di Libano, India, Cina, Russia, Brasile e Sudafrica. Il pressing ora è su Gabon, Nigeria e Colombia dal momento che i Paesi europei attualmente membri del Consiglio, Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Bosnia e Germania, tendono a considerare prematuro il riconoscimento, condividendo di fatto il parere degli Usa. Questi ultimi hanno tutto l’interesse a rallentare l’iter per ottenere più tempo per convincere israeliani e palestinesi a riprendere il negoziato ed evitare così di porre il veto. Cosa che appare alquanto difficile dal momento che sia Abu Mazen sia Netanyahu hanno rifiutato la proposta del Quartetto (Usa, Onu, Ue e Russia) di tornare a trattare per chiudere un accordo entro il 2012. Per dare una prima valutazione sugli esiti della richiesta, il SIR ha parlato con Riccardo Redaelli, direttore del “Middle East Program” del “Landau Network-Centro Volta” (Lncv) di Como.

Dei protagonisti di questa campagna all’Onu per la Palestina, Abu Mazen e Netanyahu, chi esce meglio e chi peggio?

“Dal punto di vista dell’immagine internazionale Abu Mazen ha riconquistato una scena politica che aveva perduto. La mossa di questo leader anziano, debole e con bassa rappresentatività interna, di ricorrere all’Onu, frutto della disperazione dei palestinesi, in qualche modo ha pagato perché ha riportato al centro del dibattito internazionale la questione palestinese. Allo stesso tempo si sono rivelati ancora una volta i limiti di Netanyahu, che ha sempre anteposto la propria ostilità verso i palestinesi e gli arabi alle possibilità di ottenere la pace. Netanyahu era convinto che la primavera araba e la debolezza dei palestinesi giocassero contro Abu Mazen e invece è rimasto spiazzato da questa mossa. La sua politica è sempre stata quella di non volere negoziati, non concedere nulla per tenersi buona quella destra più estrema xenofoba, dei coloni, sua alleata di governo. La mossa palestinese lo ha obbligato a pensare delle risposte perché se fosse rimasto schiacciato su posizioni contrarie a tutto non avrebbe potuto continuare a giocare quella partita che vede Israele da sempre impegnato a limitare i palestinesi per evitare la proclamazione di un loro Stato”.

Dall’Onu sono emerse molte rivendicazioni ma poche concessioni, come dimostra il ‘no’ palestinese e israeliano alla proposta del Quartetto di tornare ai negoziati…

“Il Quartetto è un esercizio diplomatico che non ha mai lavorato e che gli israeliani hanno sempre bellamente ignorato e i palestinesi usato per ottenere sempre più soldi. L’unico punto di convergenza di israeliani e palestinesi è il no al Quartetto, ma questo rischia di ritardare questo percorso verso lo Stato. Uno Stato palestinese, tuttavia, ed è bene ricordarlo, se nascerà non potrà che nascere con il consenso israeliano. Immaginare il contrario è impossibile. Israele ha tutta la capacità di bloccare la vita di questo Stato, basti pensare al divieto di raggiungere Gaza o a blocchi economici. Mi pare che i negoziatori attuali siano i peggiori possibili, Netanyahu negli anni ‘90 ha boicottato selvaggiamente il processo di pace, demonizzato Rabin, poi ucciso da un estremista. Da parte palestinese c’è una dirigenza sfilacciata, corrotta, i palestinesi hanno da 20 anni gli stessi negoziatori. Ci vuole nuova gente e un nuovo quadro”.

L’Europa si è mossa in ordine sparso: un’altra occasione mancata per l’Ue di porsi come alternativa degli Usa il cui peso nel mondo arabo sta svanendo?

“La realtà amara è che l’Ue come politica estera non esiste, nulla di concordato se non le dichiarazioni formali. Sempre più gli Stati europei vogliono fare politica da soli, singolarmente e gli uni contro gli altri. L’evento ‘Libia’ è lampante. Gli Stati europei non vogliono che l’Ue sia un vero soggetto politico internazionale, può fare cooperazione internazionale, dare soldi ma a livello politico tutto resta ai singoli Paesi”.

Il Consiglio di Sicurezza, presieduto dal Libano, ha cominciato le consultazioni. Quale esito prevede?

“Credo che quello palestinese sia un tentativo disperato di rimettere in moto qualcosa che era morto. Qualche risultato lo ha avuto ma finché non cambieranno gli attori non credo sia possibile ottenere risultati anche minimi. Ci sono differenze troppo forti, radicate, troppo sangue è stato versato. C’è la non volontà di fidarsi. Con questi politici e negoziatori non credo si arriverà da nessuna parte. I tempi non sono maturi”.

Possibile scenario: gli Usa pongono il veto e l’assemblea eleva lo status palestinese a “Stato non membro osservatore”…

“Il veto Usa sembra certo. Elevare lo status è un primo passo, non è difficile, ma la decisione dell’assemblea non ha conseguenze che possono davvero essere calate nella pratica. Serve capire, piuttosto, se emergerà la capacità di trovare un compromesso, che non scontenti troppo i due contendenti, piuttosto che un accordo sfilacciato. Ed è qui che l’Ue, capace di mediazione, potrebbe giocare un ruolo importante”.


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