D.S. mercoledì 9 settembre 2020
Asif Pervaiz è stato condannato alla pena capitale dopo sette anni in carcere. I vescovi chiedono al governo l’avvio di una campagna di sensibilizzazione in favore dei diritti delle minoranze
Una manifestazione dei cristiani a Karachi, foto d'archivio

Una manifestazione dei cristiani a Karachi, foto d’archivio – Ansa

Sul caso del cristiano condannato a morte per “blasfemia” in Pakistan, intervengono i vescovi per chiedere al governo di avviare una campagna di sensibilizzazione per promuovere i diritti delle minoranze e la dignità umana.

Il 37enne Asif Pervaiz, che si trova in carcere dal 2013 per via delle accuse di blasfemia, è stato condannato alla pena capitale da un tribunale di Lahore, capitale della provincia del Punjab pakistano, per aver inviato al datore di lavoro, Muhammad Saeed Khokher, degli Sms con presunte offese all’islam.

L’avvocato di Pervaiz, il musulmano Saif-ul-Malook che ha difeso dalle stesse accuse anche Asia Bibi, ha raccontato che il tribunale non ha creduto alla versione dell’uomo. Secondo lui, infatti, era stato il datore di lavoro che voleva convincerlo a convertirsi all’islam ma di fronte al suo rifiuto lo ha accusato di blasfemia. “Si tratta di un altro caso in cui la cosiddetta legge sula blasfemia, che punisce con l’ergastolo o la pena di morte il vilipendio al profeta Maometto, all’islam o al Corano, viene utilizzata ingiustamente contro le minoranze religiose”, ha detto il legale.

Il segretario della Commissione per le comunicazioni sociali dei vescovi cattolici del Pakistan, padre Qaisar Feroz OFM Cap, ha detto all’Agenzia Fides che la comunità cristiana è addolorata. “Chiediamo vivamente al governo del Pakistan di far sì che si possa riconsiderare la decisione della Corte in modo che sia fatta giustizia”, ha detto sottolineando come nel Paese siano in costante aumento i casi di blasfemia. Da lì l’appello alla sensibilizzazione.

Il parroco di Karachi, padre Mario Rodrigues, non crede alle accuse per via dei troppi precedenti di casi con false accuse. “Nessun cristiano in Pakistan si sognerebbe mai di insultare l’islam o il profeta Maometto“, dice il parroco. “Siamo un popolo di persone rispettose verso tutte le religioni, tanto più nella condizione in cui viviamo, sapendo che quello della blasfemia è un tasto molto delicato. Siamo tristi perché le strumentalizzazioni e gli abusi della legge continuano”. Padre Rodrigues chiede uguaglianza per tutti i cittadini pachistani notando come “anche i musulmani sono spesso vittime di false accuse”.

In Pakistan ci sono almeno 80 persone in prigione per blasfemia. La maggior parte sono musulmani, che nel Paese rappresentano il 98% della popolazione ma gli attivisti cristiani osservano che la legge “prende di mira in modo sproporzionato le minoranze religiose come i cristiani e gli indù”.

Un altro problema è il fenomeno delle esecuzioni extragiudiziali. I leader radicali esortano infatti i militanti “a farsi giustizia da soli” assassinando chi è ritenuto colpevole di blasfemia. I partiti politici di matrice islamica continuano a difendere la legge, mentre attivisti, Ong e gruppi religiosi non islamici ne chiedono la revisione per evitare abusi e impedire che sia usata come arma per vendette private.

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