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Federico Peirone

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30 Settembre 2012

PRIMAVERA ARABA – ( 30 Settembre )

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PRIMAVERA ARABA

Quel grido non si è spento

Le donne ”dopo le piazze” in un dibattito al Festival francescano di Rimini

Femminile e plurale, in sintonia con l’omonimo titolo scelto per la quarta edizione del Festival Francescano, che si è concluso oggi a Rimini, è il ruolo delle donne nella Primavera Araba. Da una parte espressione di un genere – quello femminile, appunto – che sta cercando di rivendicare a fatica i propri diritti e la propria dignità nei confronti di un discriminatorio sistema patriarcale islamista; dall’altra, risultato di una molteplicità di esperienze anche molto diverse da un Paese all’altro.

Le proteste esplose contro i regimi dittatoriali nelle regioni del Medio Oriente, Vicino Oriente e del Nord Africa, hanno catalizzato l’attenzione di una delle tavole rotonde più seguite della prima giornata del Festival. In piazza Tahrir al Cairo, qual è stato il contributo da parte delle donne arabe a quella sommossa che il 25 gennaio 2011 avrebbe segnato l’inizio della Primavera Araba? Chi erano queste donne e come stanno continuando la loro battaglia? A confrontarsi su questi temi, la giornalista Paola Caridi, vissuta prima al Cairo e poi a Gerusalemme da dove ha seguito giorno per giorno le vicende palestinesi degli ultimi sei anni; la collega free-lance Manuela Borraccino che ha seguito il Vaticano e il Medio Oriente per l’agenzia Ansa, e la candidata al premio Nobel Rita El Khayat, prima speaker donna in Marocco e giornalista radiofonica.

Oltre la paura. “In piazza Tahrir erano presenti tutte le donne: laiche, islamiche, islamiche moderate e cristiane – ha spiegato Paola Caridi – questa è stata l’immagine inclusiva della Primavera Araba. Le donne non avevano paura di scendere in piazza e di rimanerci tutta la notte mentre avevano timore di rientrare nelle loro case, a dimostrazione di come le richieste della rivoluzione proteggessero i diritti di tutti”. Diversamente dall’Egitto, la Palestina non ha conosciuto una vera e propria Primavera Araba come ha affermato Manuela Borraccino: “Nei territori palestinesi la vera emergenza restano il conflitto con Israele, che negli ultimi due anni è stato sommerso dalle rivolte degli altri Paesi, e la battaglia per i diritti civili dell’intera popolazione”. Le donne palestinesi “pur godendo di un livello di partecipazione sociale e politico più alto – ha proseguito Borraccino – vivono grandi disagi derivati sia dalla cultura patriarcale sia dalle dure condizioni di vita causate dell’aspro conflitto israeliano-palestinese che limita la libertà di movimento, l’accesso al lavoro e al sistema sanitario”. Proprio le donne, però, stanno lottando in maniera significativa per modificare il Diritto di famiglia, ottenere pari diritti in materia di divorzio e alzare l’età minima del matrimonio a 18 anni. “Sono loro le prime ad unirsi in associazioni per proteggere il genere femminile e donne israeliane e palestinesi – conclude la giornalista – lottano insieme per progetti di sviluppo”.

Libertà e contraddizioni. Ancora più complessa è la situazione delle donne marocchine. Tra i 22 Paesi arabi, la rivolta in Marocco è stata una di quelle che hanno fatto meno notizia sul piano internazionale, con interpretazioni, , secondo Rita El Khayat, non del tutto corrette da parte del mondo occidentale. “La Primavera Araba ha dato inizio alla richiesta di libertà di pensiero ma non è un movimento di liberazione delle donne” ha precisato la cronista marocchina riportando un esempio: “Se nel 2007, prima delle ribellioni verso il regime dittatoriale, in questo Paese c’erano sette donne ministro, il governo attuale ne conta una sola”. Non è tutto. Secondo El Khayat il vero problema è la distruzione, “avvenuta con la complicità dell’imperialismo americano”, di quelle forme della sinistra riformista che nei primi decenni del secolo scorso avevano permesso di ottenere importanti diritti per le donne. Una scissione, quella tra questa corrente più liberista e quella integralista rappresentata dai Salafiti, che secondo la giornalista marocchina “caratterizza tutti i Paesi arabi”. Così come il sistema islamista patriarcale che secondo la giornalista, è il nemico numero uno da combattere: “In questo sistema – ha concluso – la donna eredita il 50% in meno dell’uomo pur essendo la prima fonte produttiva di economia. E’ questo sistema che va destrutturato”.

Fede e democrazia. Se per Rita El Khayat il sistema patriarcale islamista è un esempio di come la religione non possa essere alla base né di un movimento femminista né di un sistema di governo democratico, per Paola Caridi le cose stanno diversamente. “Nel movimento femminile italiano non c’è stata solo la sinistra – ha ricordato -. Anche le donne cattoliche hanno dato il loro prezioso contributo mettendo la fede al centro della lotta politica”. Un modo per scardinare il sistema patriarcale e favorire un nuovo femminismo arabo allora – ha proseguito – è quello di partire da una nuova lettura del Corano”. Testo di cui “spesso le stesse donne arabe tendono a dare un’interpretazione anche più conservatrice di quella degli uomini”. Ecco perché, ha concluso, “senza la partecipazione delle donne islamiste resterà impossibile far progredire il popolo femminile nella società”.

 
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