Paolo M. Alfieri martedì 14 gennaio 2020
Vertice tra il presidente Macron e i leader della regione africana. Nella dichiarazione finale definito “cruciale” l’appoggio di Washington, che però potrebbe chiudere le basi nell’area
Il presidente francese Emmanuel Macron con il presidente nigerino Mahamadou Issoufou and il presidente del Ciad Idriss Deby

Il presidente francese Emmanuel Macron con il presidente nigerino Mahamadou Issoufou e il
presidente del Ciad Idriss Deby – Reuters

 

Un vertice per riaffermare l’impegno di Parigi nella regione del Sahel e la volontà del governo francese di inviare altri 220 soldati per combattere il terrorismo nella regione. Il presidente francese Emmanuel Macron ha ospitato ieri a Pau, nel Sud del Paese, i capi di Stato dei cinque Paesi del gruppo G5 Sahel (Niger, Ciad, Mauritania, Burkina Faso e Mali), iniziativa presa per rafforzare la collaborazione militare di fronte al moltiplicarsi degli attacchi jihadisti. Nella dichiarazione comune finale, la Francia e i Paesi del G5 Sahel si sono augurati il prosieguo dell'”appoggio cruciale” degli Stati Uniti, in un momento in cui l’amministrazione Trump sta cercando invece di ridurre la sua presenza militare nella regione.

Macron, da parte sua, ha invece annunciato l’invio di altri 220 militari francesi per rafforzare la missione Barkhane, avviata nel 2014 e che attualmente conta 4.500 uomini. I partecipanti al vertice di Pau hanno deciso di “concentrare immediatamente i loro sforzi militari nella zona delle tre frontiere” (Mali, Burkina Faso, Niger), sotto al “comando congiunto della Forza Barkhane e della Forza congiunta G5 Sahel”. È proprio lì che in questi ultimi mesi si sono concentrati gli attacchi, a cominciare da quelli del cosiddetto “Gruppo Stato Islamico nel Grande Sahara”.

L’incontro di Pau ha avuto luogo all’indomani di una delle peggiori perdite subite dall’esercito nigerino, giovedì, in un attacco jihadista: 89 soldati sono stati uccisi nel campo di Chinégodar, vicino al Mali. Oggi secondo Site, il sito di monitoraggio del jihadismo sul web, l’Isvap (lo Stato islamico nel Sahara occidentale) ha rivendicato l’attacco, alzando il numero delle vittime militari a 100. Un’azione che nei giorni scorsi ha portato anche alla rimozione del comandante dell’esercito nigerino perché in due attacchi dalla fine dello scorso anno sono stati uccisi più di 160 militari.

Prima di vedere i leader africani, Macron si è recato alla base del 5/o reggimento di elicotteri da guerra di Pau, da cui provenivano sette dei 13 soldati francesi uccisi nel Mali in un attacco a dicembre. In Mali è presente anche la missione di stabilizzazione Onu Minusma con 13mila uomini. Nei giorni scorsi l’inviato dell’Onu per l’Africa occidentale e il Sahel, Mohamed Ibn Chambas, ha parlato di “violenza terroristica senza precedenti” nell’intera regione del Sahel e ha reso noto che gli attacchi sono aumentati di cinque volte in Burkina Faso, Mali e Niger dal 2016, con oltre 4mila morti registrati nel 2019 rispetto a una stima di 770 decessi del 2013. In Burkina Faso, poi, i morti sono aumentati ancora più drammaticamente: dai circa 80 nel 2016 agli oltre 1.800 nel 2019.

Il disimpegno degli Usa

Macron si è “augurato di riuscire a convincere” l’amministrazione Usa a mantenere il suo contingente militare in Africa. “Spero di riuscire a convincere il presidente Trump che la lotta al terrorismo si gioca anche in questa regione e che il tema libico non può essere separato dalla situazione nel Sahel e nella regione del Lago Ciad”.

Gli Usa schierano in Africa circa 7mila uomini delle Forze speciali, che conducono operazioni congiunte con gli eserciti nazionali locali contro i jihadisti, in particolare in Somalia. Inoltre, dispongono di circa 2mila soldati che conducono missioni di addestramento in circa 40 Paesi africani e partecipano a operazioni di cooperazione, in particolare con le forze francesi in Mali, a cui forniscono principalmente assistenza logistica. Ora, ha annunciato il capo di Stato maggiore americano, generale Mark Milley, le forze che il Pentagono destina all’Africa o al Medio Oriente “potrebbero essere ridotte e anche reindirizzate per migliorare la preparazione delle nostre forze negli Stati Uniti o nel Pacifico”. Il capo del Pentagono Mark Esper starebbe anche pensando di chiudere la base di droni ad Agadez, nel nord del Niger, costata centinaia di milioni di dollari e che fornisce agli Stati Uniti una piattaforma di sorveglianza formidabile sul Sahel.

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