Asmae Dachan mercoledì 10 luglio 2019
L’ultima offensiva governativa prosegue ininterrotta da 74 giorni sull’area ribelle: più di 500 le vittime. Il Syrian network for human right: «Colpiscono obiettivi civili»
L'ospedale di Kafr Nabl, nella provincia di Idlib (LaPrese)

L’ospedale di Kafr Nabl, nella provincia di Idlib (LaPrese)

Verso le 9.50, ora italiana, arriva il primo aggiornamento: «A seguito di un bombardamento l’ospedale di Jisr al-Shoughour, nella periferia di Idlib, risulta completamente fuori uso». Un primo bilancio parla di sei vittime e una decina di feriti, in prevalenza donne e bambini. Nella zona sono state colpite anche diverse abitazioni. Un’ora più tardi arriva pure la notizia di una scuola colpita da un ordigno in località Babuline, periferia sud di Idlib, mentre a Khan Shaykoun si registra una pioggia di barili-bomba.

L’ultima offensiva russo-governativa su Idlib prosegue ininterrotta da 74 giorni e, secondo il Syrian Network for Human Rights (Snhr), avrebbe già causato più di 550 vittime, tra cui 130 bambini, e oltre 2.100 feriti. «Le aviazioni militari russa e siriana stanno deliberatamente colpendo obiettivi civili e un alto numero di servizi medico-sanitari sono stati distrutti», ha denunciato Fadel Abdul Ghany, direttore generale del Snhr. Sono circa un milione i bambini intrappolati in questo fazzoletto di terra martoriato. Pure Harietta Fore, direttore internazionale di Unicef, ha lanciato un nuovo appello per salvare i civili nella zona: «Abbiamo ripetuto più volte la nostra preoccupazione sulle disastrose conseguenze umanitarie che produce l’offensiva militare, ma Idlib sta vivedo un incubo, il peggiore che abbiamo mai visto in questo secolo». Fared Alhor, media attivista raggiunto via Skype, ha precisato che «gli attacchi sono rivolti principalmente a quartieri residenziali, scuole, mercati e tendopoli per sfollati, e non a postazioni militari. Gli aerei di ricognizione volano sopra le nostre teste 24 ore su 24, e sanno bene cosa stanno colpendo».

Idlib e la sua provincia, così come la periferia di Hama, sono le ultime zone in Siria sotto il controllo dell’opposizione anti-regime. Qui si registra anche la presenza di milizie integraliste vicine ad al-Qaeda come Hayat Tahrir al-Sham, che sarebbero l’obiettivo dichiarato dell’offensiva in corso, che invece continua a mietere vittime civili. Marc Cutts, rappresentante del coordinamento umanitario delle Nazioni Unite nella regione ha dichiatato: «Sono inorridito di fronte ai ripetuti attacchi contro le aree e le infrastrutture civili a seguito del protrarsi del conflitto in Siria. Ieri è stata la volta di un ospedale chirurgico, a Kafr Nabol, vicino a Idlib, un ospedale sotterraneo costruito durante la guerra con l’aiuto delle Nazioni Unite per contribuire a salvare vite in questa zona di guerra». La scorsa settimana sono stati tre gli ospedali colpiti nella provincia di Idlib da raid aeri del regime di Damasco. Questo il principale fronte in Siria, ma sfortunatamente non l’unico: sette bambini siriani tra i 9 e i 13 anni sono stati uccisi a causa delle schegge di una mina esplosa nell’est della Siria, nel distretto di Dablan, a sud di Dayr az Zor in un’area in precedenza controllata dal Daesh.

Ma di fronte al massacro dei civili nella regione di Idlib, le diplomazie internazionali sembrano come paralizzate, mentre sul piano militare, lo scenario si fa sempre più complicato. James Jeffrey, rappresentante speciale degli Stati Uniti per la Siria, ha rivolto un appello alla Germania, affinché invii truppe nella regione, per sostenere le forze di opposizione a guida curda del Syrian Democratic Forces, impegnate nel contrasto ai terroristi di Daesh. Da parte sua il governo turco ha annunciato l’invio di nuovi blindati nel nord-ovest della Siria, a sostegno dei ribelli siriani, ma anche delle truppe turcomanne attive in operazioni militari anti-curde. Fonti governative siriane affermano che «miliziani jihadisti stranieri avrebbero compiuto nei giorni scorsi un’offensiva a nord della città costiera di Latakia», considerata strategica da un punto di vista geo-politico, prendendo di sorpresa i soldati governativi.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica sul dramma dei civili e sulle centinaia di vittime inermi, causate da questi attacchi, l’ex presidente del consiglio locale di Aleppo, Brita Haji Hassan, rifugiato in Svizzera, ha dato il via lo scorso 8 giugno a uno sciopero della fame a oltranza a cui si sono unite ormai una sessantina di persone in tutto il mondo. Tra di loro anche un’insegnante italiana, Francesca Scalinci, madre di quattro figli, attivista per i diritti umani e membro dell’Associazione Siria Libera e Democratica.

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