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Federico Peirone

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13 Giugno 2012

SIRIA – ( 13 Giugno )

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Violenze e morti in Siria. Mons. Zenari: “E’ una discesa agli inferi”




Sono ima trentina le persone uccise nelle ultime ore in Siria, negli scontri tra lealisti e ribelli. Tra le vittime si contano almeno cinque bambini. L’agenzia di stampa Sana e la tv di Stato hanno riferito stamattina che Al Haffeh e la sua regione sono stati “ripuliti dalla presenza dei terroristi”. Poche ore prima, i ribelli avevano annunciato di essersi ritirati da quel territorio perché si “risparmiassero” sofferenze ulteriori ai civili. Violenze si segnalano anche ad Aleppo, Rastan, Idlib, nella regione di Dayr az Zor. Ma la situazione più drammatica si registra ad Homs, dove circa 800 i civili, 400 cristiani e 400 musulmani, sono rimasti intrappolati nel centro storico, mentre tutt’intorno infuriano gli scontri. Una situazione estremamente complessa in tutto il Paese, insomma, come conferma mons. Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, il quale sottolinea però che i cristiani non sono più bersagliati di altri. L’intervista è di Salvatore Sabatino:RealAudioMP3

R. – Non si sa quale sarà il futuro della Siria, delle varie etnie, e quale sarà il futuro dei cristiani. Occorre essere molto, molto vigili. Fino ad oggi direi che i cristiani condividono la triste sorte di tutti i cittadini siriani: sono sotto i bombardamenti come i loro concittadini siriani, in questi giorni, soprattutto ad Homs e altrove. Non direi che ci siano nei loro confronti delle discriminazioni particolari, tanto meno delle persecuzioni. Bisogna stare attenti e vedere i fatti nella loro verità. Andrei adagio a paragonare, oggi come oggi, la situazione dei cristiani ad altri Paesi dei dintorni. Alle volte si paragona con l’Iraq, ma non è da paragonarsi.

D. – I cristiani possono continuare a fare da ponte, ad aprire un dialogo prima che la distanza tra le parti sia incolmabile e che si oltrepassi quella drammatica linea di non ritorno?

R. – Io direi che è proprio la loro vocazione, quella di fare da ponte, a tutti i livelli. In questo momento agiscono in situazioni molto dolorose, come per esempio quella di Homs, dove abbiamo dei sacerdoti, dei religiosi, ma anche in altri posti, e si comportano in modo esemplare, mettono a rischio la loro vita. Fanno da ponte anche cercando di ottenere un cessate-il-fuoco, di fare uscire delle persone: donne, bambini, anziani. Abbiamo degli esempi molto belli e molto luminosi. Un domani, se la situazione lo permetterà, se ci si aprirà alla democrazia, l’occasione dovrà essere colta al volo, per entrare con persone preparate culturalmente e politicamente e costruire qualcosa con i principi della Dottrina sociale della Chiesa, che sono molto apprezzati: la dignità umana, le libertà fondamentali, i diritti umani. Sarà l’occasione per la costruzione di una nuova Siria, e l’occasione per i cristiani per dare un contributo specifico. Senza il loro contributo, sarebbe una Siria più povera.

D. – Il fatto che le Nazioni Unite abbiano parlato per la prima volta nelle ultime ore di guerra civile, come è stata percepita dalla popolazione locale?

R. – Qui non ho ancora le reazioni. Purtroppo, l’impressione che si ha in questo momento, senza accennare se tecnicamente si possa parlare di guerra civile, è che umanamente sia cominciata una discesa agli inferi. Siamo nelle mani di Dio, nelle mani della Provvidenza.

D. – Quindi, c’è una percezione di un peggioramento della situazione nelle ultime ore?

R. – Se si guarda quello che sta succedendo, è difficile essere ottimisti. Si spera che la comunità internazionale possa, come dice spesso Kofi Annan, parlare a una sola voce, possa mettere ciascuna delle parti in conflitto con le spalle al muro e arrivi a frenare quella che – ripeto – è una discesa agli inferi.

Un intervento militare straniero in Siria non sarebbe “la via migliore”. Così ha affermato il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, in visita diplomatica in Australia. Una dichiarazione, la sua, che giunge a poche ore dalla forte presa di posizione dell’Onu, che per la prima volta ha parlato di “guerra civile”. La Lega Araba, da parte sua, ha condannato fortemente le violenze, mentre la Turchia ha espresso preoccupazione per il possibile sconfinamento del conflitto sul proprio territorio. Sull’altra frontiera, quella libanese, si segnala invece la presenza di militari siriani che avrebbero minato il confine. Tutta questa situazione estremamente confusa potrebbe portare il Palazzo di vetro a decidere per un’opzione militare? Salvatore Sabatino lo ha chiesto a Roger Bouchahine, direttore dell’Osservatorio geopolitico mediorientale:RealAudioMP3

R. – A oggi, non esiste concretamente alcuna possibilità di un attacco esterno militare, con l’aiuto di Paesi occidentali o orientali in questo caso. Queste notizie che arrivano in continuazione da parte della Nato e dell’Onu spesso si basano su eventuali cambiamenti che riguardano il fronte interno del regime siriano: magari l’arrivo di un generale dell’esercito con tutto il suo battaglione o magari un eventuale cambiamento all’interno dello stesso regime, un gruppo del regime scappa in massa… Ci sono tanti scenari possibili, ma in tutti i casi non è previsto l’arrivo di aerei o di bombardamenti esterni.

D. – Il piano di pace proposto da Kofi Annan può dirsi definitivamente fallito, a questo punto?

R. – Sì, fallito perché questo annuncio della guerra civile aprirà un nuovo scenario: quello dell’arrivo dei jahidisti e dei mujaheddin da tutto il mondo arabo. Ultimamente diverse fonti – algerine, tunisine – raccontano questi percorsi di combattenti che partono dal Marocco, e attraversano l’Europa: dall’Olanda prendono il visto per la Turchia, dalla Turchia attraversano i confini. Sembra che nel Paese attualmente ci sia un grande reclutamento di un gruppo jahidista, qaedista, in questo caso, che giocherebbe un ruolo importante in questa guerra civile che sta avvenendo all’interno della Siria.

D. – Oggi, Russia e Cina, che hanno sempre sostenuto Damasco, esprimono forti inquietudini per la situazione in atto nel Paese: che ruolo possono svolgere in questo momento?

R. – Tante analisi e tante informazioni arrivate nelle ultime 24 ore parlano di un patto fatto con la Russia, per cedere il passo a un cambiamento di regime: potrebbe forse trattarsi di un allontanamento degli uomini di Assad e di Assad stesso. E’ chiaro che c’è un patto, non so se sia russo-americano, non so se sia russo-isiano, ma è chiaro che questo patto dimostra che il cambiamento è arrivato. Quanto durerà questa situazione? Si parla di sei o sette mesi arrivare ad un eventuale allontanamento di Assad dal potere, ma non dal Paese. Pian piano, si dovrebbe formare una nuova Costituente – così la chiamano – per salvaguardare il Paese da una eventuale guerra civile. Una guerra, quindi, più larga e più estesa.

 
Il testo completo si trova su:

http://www.radiovaticana.org/it1/articolo.asp?c=596213