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Federico Peirone

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16 Luglio 2013

SIRIA – ( 16 Luglio )

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Siria. I governativi bombardano la regione di Idlib


In Siria, dove quella di ieri è stata l’ennesima giornata di sangue. Oltre una quarantina di morti. Ad essere colpita maggiormente la regione di Idlib, dove si sono concentrati i raid aerei governativi. Marina Calculli:RealAudioMP3

Una raffica di bombardamenti ha scandito la giornata di ieri nel villaggio di Al-Masara; il bilancio è di almeno 29 morti, secondo l’Osservatore siriano per i diritti umani. La provincia di Idlib è una di quelle cosiddette “zone liberate”, ovvero del tutto controllate dai ribelli, ma mentre si infittiscono i bombardamenti cresce il numero di rifugiati. L’Onu la settimana scorsa ha registrato 13 mila nuovi arrivi soltanto in Libano, una delle principali destinazioni di coloro che fuggono dal conflitto. Il numero di rifugiati registrati nel Paese sale così ad oltre 600 mila anche se in molti ritengono che la cifra ufficiosa sia ben più alta. Washington intanto afferma di essere quotidianamente in contatto con l’opposizione in Siria per capire in che modo l’amministrazione americana possa sostenere le forze che si oppongono al regime. Ma le spaccature tra laici ed islamisti radicali emergono sempre più evidenti. Su questo ieri il leader giordano salafita Abu Sayyaf
ha detto ad un quotidiano pan arabo che si tratta di uno scontro inevitabile che causerà ancora molte perdite, ma che però è un male necessario.

Sulla situazione, Marina Tomarro ha intervistato Alberto Ventura, docente di Storia dei Paesi islamici, all’Università della Calabria:RealAudioMP3

R. – La tragedia era assolutamente annunciata. Anzi, più che annunciata, era giù in corso da tempo, un po’ nell’indifferenza generale. Sostanzialmente, non mi sembra che finora i tentativi fatti per intervenire in questa guerra civile abbiano dato buoni frutti. Già Kofi Annan, quando era stato delegato dalle Nazioni Unite per tentare una soluzione pacifica del conflitto, alla fine si era dovuto ritirare dando comunque delle regole di massima che erano quelle naturalmente di raccomandare ad entrambe le parti di fare un passo indietro. Questo passo indietro non è stato fatto e le pressioni internazionali non sono riuscite finora a combinare nulla. L’ultimo tentativo, nel quale io riponevo qualche speranza, era l’appello fatto dai due ministri degli Esteri, turco ed iraniano, di approfittare del mese sacro del digiuno, il Ramadan, per cessare, anche temporaneamente, le ostilità e da lì ripartire per tentare una mediazione. Anche questo tentativo non mi sembra abbia dato alcun frutto. Naturalmente, la soluzione non è possibile se non si fa un passo indietro da tutte le parti. Secondo me, ogni giorno che passa è un rischio in più, perché nel conflitto poi si inseriscono elementi estranei, come il jihadismo militante più violento e combattente, che possono alterare la situazione.

D. – Dall’inizio del conflitto, si calcolano circa centomila morti e quattro milioni di profughi. Cosa ci si prospetta?

R. – Al momento, è difficile fare delle previsioni. È certo che nei luoghi dove i profughi si sono rifugiati si comincia a sentire questo problema. In Turchia, il problema è molto sentito. Ci sono moltissimi profughi che vengono dalla Siria che si sono stabiliti sul territorio turco. Naturalmente, il governo turco sta cercando di gestire una situazione piuttosto calda in certe zone. Soprattutto nelle zone meridionali della Turchia, queste comunità di profughi si fanno sempre più ampie, e sappiamo poi quanto queste tendano poi ad incistarsi nel territorio che le ha ospitate, creando delle sorti di ghetti con tutti i problemi che poi questi comportano. Solo in tempi molto brevi si potrebbe porre fine a questo problema, cioè con un rientro – anche se graduale, ma sicuro – di queste popolazioni nei loro confini. Ma finora non sembra proprio vi siano le minime garanzie di sicurezza per far sì che ciò avvenga. Quindi, non sono molto ottimista sul destino dei profughi siriani in questo momento.

D. – Intanto, dall’Iran continua anche l’esportazione delle armi in Siria. Il capo della diplomazia irachena ha chiesto anche l’intervento della comunità internazionale. Secondo lei, anche questa situazione in che modo potrebbe evolversi?

R. – Sembra ormai accertato che dal Pakistan e dallo stesso Afghanistan possano pervenire in Siria milizie che in questo momento è difficile quantificare. Naturalmente, si parla di alcune centinaia di persone. Non hanno una grande importanza dal punto di vista strategico ovviamente, perché i numeri sono relativamente piccoli, però potrebbero avere una grossa importanza dal punto di vista simbolico: fare cioè del territorio siriano una sorta di nuovo jihad internazionale, ed è quello che mi pare le forze del terrorismo cerchino di fare in questo momento: continuare a dare sfogo a questo tipo di militanza islamica violenta e radicale. La situazione è molto confusa anche tra le forze dell’opposizione, con il tentativo di prendere in mano il conflitto siriano come scusa per un ennesimo jihad. Abbiamo assistito ad episodi del genere in Jugoslavia alcuni anni fa, poi l’Afghanistan è stato uno dei teatri più tragici di questo tipo di interazioni internazionali. E adesso la Siria potrebbe diventarlo nuovamente.

Testo proveniente dalla pagina

http://it.radiovaticana.va/news/2013/07/16/siria._i_governativi_bombardano_la_regione_di_idlib/it1-710737


del sito Radio Vaticana