Per non assassinare più il futuro (non solo) in Siria
Andrea Ranieri giovedì 17 ottobre 2019

Caro direttore,

Hevrin Khalaf aveva fondato Cun partito per costruire la Siria di domani, il Partito del futuro siriano. Si proponeva di essere parte attiva nella costruzione di uno Stato laico, in cui donne e uomini avessero gli stessi diritti e in cui potessero convivere pacificamente i musulmani sunniti e sciiti, gli alauiti, gli ebrei e i cristiani. E chiedeva si sviluppare il processo per la costruzione della democrazia sulla base della risoluzione dell’Onu secondo cui «tutte le fazioni del popolo siriano dovrebbero essere rappresentate nel processo politico, anche nella stesura di una nuova Costituzione». Pensava a una Siria in cui potessero servire da esempio le esperienze compiute in questo senso nel Rojava, dove i curdi hanno governato senza escludere nessuno per motivi di razza, di sesso o di religione. Non un puro e semplice ritorno alla Siria di Assad, dopo la sconfitta del Daesh a cui i curdi avevano contribuito in maniera determinante, ma una Siria nuova, capace di aprire una nuova stagione in tutto il Medio Oriente, di riprendere il filo migliore delle primavere arabe. È questa donna che Erdogan ha fatto uccidere dai fondamentalisti islamici a cui la sua azione militare contro il Kurdistan siriano ha riaperto spazi per la propria azione omicida. E questa donna è una dei 600 ‘terroristi’ che il signore di Ankara si vanta di avere ‘neutralizzato’.

Non c’è da stupirsi. Per i tiranni che governano in larga parte del Medio Oriente la democrazia e la laicità inclusiva sono un nemico più pericoloso dei tagliagole del Daesh. E non c’è nemmeno da stupirsi che delle sorti del Rojava e della sua straordinaria storia di democrazia costruita sotto le bombe, importi meno che niente al presidente degli Usa Trump, che a dialogare con dittatori e i fondamentalisti al potere si trova benissimo. E nemmeno al leader russo Putin che si preoccupa solo di attirate definitivamente la Turchia nel proprio campo, e del fatto che comunque l’avanzata turca in terra siriana non finisca per indebolire Assad e non rimetta in discussione la sua vittoria nella guerra civile siriana. Per le grandi potenze del mondo e per gli stessi Stati arabi la partita che si gioca ha come sempre per posta il petrolio e gli affari, la cinica geopolitica che si preoccupa delle zone di influenza e ignora i diritti dei popoli. Ora, come i curdi che muoiono, anche tutti noi facciamo il tifo per le truppe di Assad, sperando che riescano a fermare il «secondo esercito della Nato» nella sua azione distruttrice e applaudiamo le ‘forze di interposizione’ russe che prendono possesso di un buon numero di ex posizioni a stelle e strisce nel nord della Siria. La difficile partita della democrazia e della pace ha bisogno che ‘quelli che ci credono’, alla fine, almeno restino vivi.

Ma questa potrebbe e dovrebbe essere anche la partita dell’Europa. Erdogan ci ricatta minacciando di aprire le porte ai profughi siriani in territorio turco, e intanto con la sua azione ne aumenta il numero e in prospettiva i suoi stessi strumenti di ricatto. L’Europa deve finalmente prendere coscienza che la strada maestra per risolvere la questione dei profughi è costruire la pace, e con la pace le condizioni che quei milioni di donne, di uomini, di bambini possano tornare a vivere nelle loro terre. La pace di cui parlava Hevrin prima di essere uccisa. E dovrebbe dare un segnale in questo senso, rendendo omaggio con la cittadinanza onoraria, o intitolando strade e piazze, a quelli che diffondono il ‘terrore’ della libertà e della convivenza pacifica. Demirtas ad esempio, il capo del partito curdo che dopo aver portato il suo popolo sul terreno della competizione democratica ed elettorale si trova in prigione in Turchia, o le tante donne che in Rojava dirigono il proprio Paese e lo difendono oggi dai turchi invasori come ieri lo hanno difeso e liberato dal califfato nero jihadista.

Per essere credibili in una causa di pace bisognerebbe smettere di vendere armi. L’Europa non ha deciso alcun blocco che impegni tutti gli Stati, e gli Stati come sempre si muovono in ordine sparso attenti a cosa fa il vicino. «Se non le produciamo e le vendiamo noi lo fa qualcun altro», è la giustificazione che danno a se stessi i fabbricanti di armi e i Paesi che li ospitano. Ma può reggere questa giustificazione quando quelle armi come in Rojava e nello Yemen distruggono villaggi, uccidono donne e bambini, rendono il territorio un deserto? Quando le armi contribuiscono più di ogni altra cosa al riscaldamento del pianeta e alla tragedia ecologica? Si può dimostrare simpatia per Greta che non prende l’aereo e costruire e far volare dai nostri aeroporti velivoli che portano morte?

L’Italia ha bloccato le vendite future, e ha promesso istruttorie sulle vendite in essere. L’imbarazzo è evidente e ha una ragione in scelte sciagurate che abbiamo fatto in passato, quando abbiamo permesso che Finmeccanica, la più importante industria pubblica del nostro Paese, si sbarazzasse di fatto dei rami trasporti ed energia, e si concentrasse sull’aerospazio e sul militare. La nuova Leonardo è questa e il suo fatturato e i suoi livelli di occupazione dipendono in parte prevalente dalla vendita di armi. Bloccarne la vendita alla Turchia e ai Paesi che fanno la guerra avrebbe conseguenze rilevanti. Ma potrebbe essere l’occasione per rivedere scelte sbagliate e affrontare concretamente la riconversione necessaria se vogliamo davvero imboccare la strada di una economia verde, che non è compatibile con l’industria della guerra.

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