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Federico Peirone

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22 Febbraio 2013

SIRIA – ( 22 Febbraio )

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Siria: serie di attentati a Damasco, almeno 53 morti. Dura la condanna dell’Onu



La Siria ha vissuto ieri un’altra giornata drammatica. Ad essere presa di mira soprattutto Damasco, con almeno 5 attentati, che hanno causato la morte di 53 persone ed il ferimento di altre 257. Scambio di accuse tra regime ed opposizione, e durissima la condanna da parte delle Nazioni Unite. Il servizio è di Salvatore Sabatino:RealAudioMP3

E’ un venerdì di preghiera contrassegnato dal dolore a Damasco, presa di mira ieri da almeno 5 attentati. Il più grave contro la sede del Baath, il partito al potere, contro cui è stata lanciata un’auto imbottita di almeno 300 kg di tritolo. Il regime – a detta dei ribelli – avrebbe organizzato in ogni minimo particolare la serie di attacchi. Dall’entourage di Assad, però, si leva una ferma condanna ed un’altrettanta ferma accusa nei confronti dei gruppi terroristi presenti nel Paese, appoggiati – secondo il governo – e foraggiati da Al Quaeda. Al di là delle responsabilità, ancora da definire, resta il fatto che quella di ieri è stata per Damasco la giornata più sanguinosa dall’inizio della guerra civile. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon ha fermamente condannato quanto accaduto, spingendo per una soluzione politica, unica strada per uscire dalla crisi. Stessa posizione espressa ieri pure dal ministro degli esteri britannico, William Hague, in visita in Libano, Paese che ha subito minacce di bombardamenti da parte dei ribelli siriani, in risposta alla presenza in Siria di membri di Hezbollah al fianco dei sostenitori di Assad.

Sul rischio che la guerra civile siriana coinvolga il confinante Libano, Salvatore Sabatino ha intervistato il collega Camille Eid:

R. – Lo sta già coinvolgendo da parecchi mesi, nel senso che Hezbollah ha ammesso che alcuni suoi militanti – senza, però, ricevere ordini specifici del partito e quindi per iniziativa privata – combattono in Siria, perché dicono che ci sono i villaggi sciiti popolati da libanesi all’interno del territorio siriano. La novità sta nel fatto che da questi 7-8 villaggi sciiti c’è ora un’offensiva da parte di Hezbollah contro quattro villaggi sunniti.
D. – Ed è anche la prima volta che si minaccia di portare la guerra in territorio libanese…
R. – Questo è vero. Il capo di Stato maggiore dell’Esercito Libero ha detto che bombarderanno i territori libanesi, da cui partono questi missili. Adesso lì non c’è una vera delimitazione delle frontiere tra Libano e Siria e c’è, quindi, un via vai di cittadini. Teniamo presente, però, che i posti di frontiera siriani sul confine con il Libano sono gli unici a non essere caduti in mano all’Esercito Libero: la maggior parte di quelli che si trovano sul confine con la Turchia, con l’Iraq e con la Giordania sono ormai da tempo caduti. Questo dimostra l’efficacia dell’intervento Hezbollah al fianco del regime siriano.
D. – Il governo di Beirut ha preso posizione nelle ultime ore rispetto a questo rischio concreto?
R. – Non in maniera pubblica, perché abbiamo gli Hezbollah, con due ministri, nell’attuale governo e ufficialmente la politica nei confronti della Siria è quella del “tenersi lontano dalla mischia”, la chiamano proprio così. Ma adesso il coinvolgimento di Hezbollah in maniera così sfacciata rischia di mettere fine a questa politica di neutralità.
D. – Il Libano, che è uno dei Paesi maggiormente coinvolti dall’ondata di profughi provenienti dalla Siria, fino a qualche tempo fa non li riconosceva come tali. Ora le cose stanno cambiando?
R. – Stanno cambiando anche perché il Libano se non facesse così, rischierebbe di non ricevere gli aiuti dell’Unione Europea o di altri Stati.
D. – Quanto la comunità cristiana libanese, importantissima per gli equilibri regionali, può aiutare la tenuta della pace?
R. – Moltissimo, anche perché i cristiani sono divisi nei due campi politici: quindi abbiamo i cristiani del generale Aoun, che sono nel governo, e i cristiani degli altri partiti che sono nel fronte opposto del “14 marzo”. Questo aiuta, quindi, a controbilanciare un po’, a non dare un aspetto confessionale al conflitto attualmente in atto. Mentre vediamo, invece, che la stragrande maggioranza degli sciiti è schierata nell’attuale governo e la stragrande maggioranza dei sunniti è schierata nel campo di Hariri. Quindi, la posizione moderata o divisa dei cristiani aiuta, quantomeno, a non dare un aspetto confessionale a quanto succede attualmente nella regione.

A livello internazionale, l’Europa continua a interrogarsi su una possibile via d’uscita alla crisi siriana, che alle decine di migliaia di morti causati finora assomma un numero ernorme di profughi. Fausta Speranza ha domandato alla commissaria europea per la gestione delle crisi, Kristalina Georgieva, in che modo l’Unione consideri l’eventualità di un negoziato risolutivo:

R. – Unfortunately very bad…
Sfortunatamente molto male. Non vediamo segni di una soluzione politica che possa mettere fine alla sofferenza della gente. Le associazioni umanitarie, con grande difficoltà, stanno portando aiuto, all’interno della Siria, a quasi due milioni di persone. Ma quelli che hanno bisogno di aiuto sono più di quattro milioni. Voglio elogiare il sistema delle Nazioni Unite, così risoluto nel portare aiuto attraverso le linee di combattimento, così che le persone, bloccate nei territori controllati dai ribelli, possano anche loro ricevere cibo, tende e coperte. Vediamo come nei Paesi vicini il numero dei rifugiati salga sempre di più e questo è un segno di quanto siano terribili le condizioni in Siria. Abbiamo adesso superato le 800 mila persone e 830 mila sono in Libano, in Giordania, in Turchia e in Iraq. Non vediamo la fine di questo flusso di rifugiati, incredibilmente difficile per i Paesi vicini. E’ un grande sforzo per loro. Noi, in Europa, ci siamo focalizzati molto su questa crisi: siamo il più grande donatore umanitario. In Kuwait, durante la Conferenza per la raccolta di fondi, abbiamo raccolto 370 milioni di dollari, assieme ai 460 milioni di dollari che l’Europa ha già stabilito. Quindi, 830 milioni di dollari, ma io le posso dire oggi che dovremo fare ancora di più.

D. – Secondo la gente comune, la comunità internazionale sostanzialmente resta a guardare di fronte alla tragedia che si consuma in Siria…

R. – I would not agree…
Io non sarei d’accordo perché, come ho detto, noi siamo in prima linea: europei stanno rischiando la loro vita per salvare la vita di altri. La Siria è molto bene armata: possiede armi chimiche e ha il supporto di Paesi potenti, due di loro sono nel Consiglio di Sicurezza – Cina e Russia – ha l’appoggio dell’Iran ed è anche un Paese, etnicamente, di tale varietà che è molto difficile internamente, per i siriani stessi, trovare una via che porti al tavolo dei negoziati. Quindi, noi dobbiamo riconoscere che l’Europa instancabilmente sta facendo molto per cercare di trovare una soluzione, per cercare di portare su una piattaforma comune il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma non è il luogo per cui l’Europa possa decidere che sia il momento per un intervento militare, perché un intervento militare può rappresentare un enorme rischio per l’intera regione: non solo l’uso di armi chimiche contro i siriani, ma forse anche che il conflitto arrivi oltre i confini del Libano, della Giordania ed anche della Turchia. Dobbiamo prendere tutte le misure possibili – per esempio appoggiare la Turchia – per essere più sicuri in questo conflitto. La questione fondamentale qui per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è trovare un cammino verso una posizione unitaria sulla Siria per mettere fine al conflitto.

Testo proveniente dalla pagina

 
http://it.radiovaticana.va/news/2013/02/22/siria:_serie_di_attentati_a_damasco,_almeno_53_morti._dura_la/it1-667179
 

del sito Radio Vaticana