Aleppo, foto SIR/Marco Calvarese

“Purtroppo dopo dieci anni di guerra, la Siria non vede nessuna luce in fondo al tunnel. Il Paese è sempre più povero e ammalato. Basta vedere le lunghe code di persone che attendono di comperare il pane presso i panifici a prezzo sovvenzionato dal Governo e i tanti feriti di guerra e malati che portano le conseguenze di 10 anni di esplosivi e bombe di ogni genere che hanno inquinato l’ambiente. Basta vedere il numero crescente di persone malate di cancro, compresi i bambini. A queste malattie si è aggiunto anche, seppure in maniera ancora contenuta, la pandemia del Covid”.

Poche e sofferte parole, affidate ad un video dell’organizzazione Avsi, quelle del nunzio apostolico in Siria, card. Mario Zenari, per descrivere il paese mediorientale tanto caro a Papa Francesco. Sono i giorni che conducono al Natale ma del clima natalizio non c’è niente. Sulla Siria, rimarca il nunzio, grava un’ulteriore disgrazia, oltre a quella del conflitto che non è finito: “la coltre di silenzio che – come diceva papa Francesco a gennaio scorso – rischia di coprire la sofferenza di dieci anni di guerra”. Una denuncia analoga ma ancora più dura quella di una giornalista siriana:

“noi siriani siamo morti sotto ogni tipo di bombe e di torture ma la cosa più grave da accettare è quella di morire dimenticati”.

La “bomba della povertà”. Sono anche i giorni in cui a Ginevra sono ripresi (fino al 4 dicembre) i colloqui inter-siriani mediati dall’Onu per la modifica alla costituzione del Paese. Una notizia che potrebbe indurre ad una qualche speranza se non fosse che sulla Siria si sta abbattendo la “bomba della povertà”. Una bomba che, spiega il card. Zenari, stando agli ultimi dati Onu, “sta colpendo l’83% della popolazione siriana riducendola a vivere sotto la soglia della povertà”. Insiste il nunzio: “Sono morte molte persone in Siria, difficile calcolarne il numero, dire quanti feriti, quante case, quartieri e villaggi sono stati distrutti.

Stiamo assistendo alla morte della speranza.

La gente è esacerbata. Pensava che una volta finite le bombe, cominciasse la ripresa economica, la ricostruzione”. Nulla di tutto ciò. In fondo al tunnel il buio, reso ancora più pesto dall’embargo e dalle sanzioni internazionali. “La Siria è sempre più povera e disperata”.

Damasco, foto SIR/Marco Calvarese

“Ospedali aperti”. Ma la resa è ancora lontana. Lo sa bene il cardinale che quattro anni fa ha lanciato il progetto “Ospedali Aperti”. L’obiettivo: assicurare cure mediche gratuite anche ai più poveri grazie al coinvolgimento di tre nosocomi cattolici no profit, gli ospedali Italiano e Francese a Damasco e quello “St. Louis” ad Aleppo, all’aiuto di diversi “donors”, tra cui la Cei, la fondazione “Policlinico universitario Gemelli” e il Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale), e al supporto tecnico di Avsi. “Alla fine di questo 2020 – spiega il card. Zenari – avremo assistito circa 40mila, o forse più, malati poveri. Il progetto si protrarrà ancora nel 2021, e speriamo di raggiungere i 50 mila malati poveri”. Il pensiero del nunzio corre alle migliaia di persone curate in questi anni, “quando non c’era ancora il Covid-19. Tante persone ferite dalla guerra, anche interiormente, come i bambini. Traumatizzate dalle bombe, dalle esplosioni. Ogni giorno – ricorda il porporato – centinaia di migliaia di esplosivi. Questi hanno inquinato, ferito l’ambiente, l’aria e il suolo”. Un degrado che sta alla base dell’incidenza di tante gravi patologie, soprattutto oncologiche, che colpiscono i siriani.

Covid-19. In Siria le conseguenze della diffusione del virus rischiano di essere catastrofiche a causa della mancanza di posti letto ospedalieri, reparti di isolamento e terapia intensiva, aumentando considerevolmente il tasso di mortalità del virus. Se a metà ottobre i casi erano poco sotto i 5000, alla fine di novembre erano saliti a oltre 7500. Numeri impossibili da confermare a causa del conflitto e della situazione di isolamento in cui si trova il paese con molte zone che non sono sotto controllo governativo. Per far fronte a questa situazione critica, il progetto Ospedali Aperti, affermano da Avsi, “sostiene gli ospedali, aiutandoli a continuare il loro lavoro con la massima sicurezza, comprese le cure per i pazienti poveri finanziate dal progetto, e per quanto possibile nella cura ai pazienti Covid-19”.

foto SIR/Marco Calvarese

Due risultati. Tanto lavoro fatto, moltissimo resta da fare, ma il nunzio si dice “soddisfatto del progetto per due risultati raggiunti. Il primo: curare la salute di questa povera gente. Il secondo: cercare di ricucire il tessuto sociale accettando qualsiasi ammalato di al di là di ogni appartenenza etnico-religiosa. Tante di queste persone che vengono nei nostri ospedali non sono cristiane e sono tra le più riconoscenti. Si dicono sorpresi di ricevere questa assistenza gratuita da ospedale cattolici”. Per continuare l’opera serve aiuto e per chiederlo il card. Zenari prende in prestito le parole di Papa Francesco, pronunciate spesso in riferimento al Covid: “Siamo tutti nella stessa barca. Se l’acqua entra tutti i passeggeri sono in pericolo. Tappiamo insieme i buchi della barca dell’umanità”. La povertà e la crisi economica causata dal Covid stanno colpendo tanti Paesi del mondo occidentale che, a differenza della Siria, hanno maggiori strumenti per difendersi. In Siria non ci sono ospedali pronti a fronteggiare questa pandemia.

 

 

“Serve l’aiuto di tutti – conclude il card. Zenari -. La nostra risposta sia compassionevole come quella di Gesù, durante la moltiplicazione dei pani e dei pesci, quando disse agli apostoli di dare da mangiare alla gente che lo seguiva. Aspettiamo anche noi che qualcosa di buono avvenga, aspettiamo i miracoli del Signore anche in Siria”.