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Federico Peirone

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5 Ottobre 2016

SIRIA – (5 Ottobre 2016)

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Siria: al Maxxi le drammatiche immagini delle torture del regime

Immagine simbolo della tortura

Immagine simbolo della tortura

E’ la totale assenza di compassione e pietà umana quella che da oggi e fino a domenica prossima sarà esposta al Maxxi di Roma. “ Nome in Codice: Caesar. Detenuti siriani vittime di tortura”: una selezione di fotografie scattate da un ufficiale della polizia militare siriana disertore e fuggito all’estero incaricato dal regime siriano di fotografare la morte le torture subite dai detenuti nelle carceri di Assad. Servizio di Francesca Sabatinelli:

La sua vita, e non solo la sua, si cela dietro ad un pseudonimo, che è  l’unica non verità in una storia di inaudita ferocia umana. Caesar, con le sue foto ha documentato in modo inequivocabile la tortura nelle carceri siriane, applicata da decenni, incrementata negli ultimi cinque anni, a partire da quella primavera del 2011, quando iniziarono le prime proteste popolari sfociate nella guerra civile siriana. Quella richiesta di libertà e democrazia fu repressa nel sangue, con la tortura di studenti, insegnanti, attivisti non violenti, donne, ragazzini. E’ allora che Caesar, colonnello del Dipartimento di medicina legale di Damasco, in quanto fotografo forense, viene incaricato di ritrarre con le foto i corpi delle vittime in alcune prigioni del regime e in due ospedali di Damasco.

Una documentazione voluta dal regime per scongiurare eventuali liberazioni di detenuti in cambio di denaro. Da allora, e fino al 2013 Caesar, con l’aiuto di altri colleghi, tutti legati all’opposizione, comincia a salvare di nascosto le fotografie. Un patrimonio di oltre 50mila immagini, che documentano chiari segni di tortura e che diventano pubbliche quando Caesar diserta l’esercito e lascia di nascosto la Siria, nell’ agosto 2013. Quelle foto testimoniano i crimini contro l’umanità commessi nelle carceri del presidente Bashar al-Assad dal 2011 al 2013. Al Maxxi ne è in mostra una selezione, per la prima volta in Italia, dopo essere stata presentata nelle principali città europee e negli Stati Uniti. Mouaz Moustafa fa parte, a Washington, del Caesar Team, un gruppo di volontari che lavora per identificare le vittime:

“ Quando parliamo di 55mila immagini non parliamo di 55mila persone: spesso ci sono più foto di una stessa persona. Si parla comunque di migliaia e migliaia di persone di cui solo 780 è stato possibile avere un’identificazione certa. Tuttavia l’identificazione è molto difficile anche a causa delle condizioni in cui si trovano i corpi. Nella mostra noi facciamo vedere alcune delle foto meno brutali, ma spesso i corpi sono stati pesantemente deformati dalle torture, e di conseguenza è davvero difficile riconoscere chi sono le persone morte. Per quanto riguarda i parenti, quando abbiamo la possibilità di parlare con loro, talvolta – forse è un po’ brutale dirlo – ma è quasi un sollievo per loro sapere che fine hanno fatto i loro parenti; è un sollievo perché finalmente hanno una certezza, ma è anche un sollievo perché finisce la ricattabilità. Perché in realtà c’è un enorme mercato che è nato intorno a questa cosa, gli stessi torturatori, la stessa polizia militare, vende informazioni ai parenti, vere o presunte; chiede soldi per dare un cuscino a un loro parente imprigionato oppure per alleggerire le torture, per fargli sapere dove si trova, se è vivo, se è morto, per fargli arrivare una medicina… C’è un mercato enorme”.

Il Caesar Team lavora anche per cercare di avviare azioni legali per crimini contro l’umanità:

“Sì, tutti chiedono giustizia, tutti quanti chiedono che ci sia una punizione, che ci sia un’azione legale. Tuttavia, quello che mi trovo a dover chiedere a queste famiglie è se i loro congiunti, i loro parenti, hanno una seconda cittadinanza: magari una cittadinanza svedese o canadese. Spesso la risposta è “no”. Quando la risposta è “no” io non posso far altro che dire: “Allora non possiamo far nulla”, perché per un siriano non è possibile ottenere giustizia, perché avviare una causa presso la Corte Penale Internazionale è impossibile a causa dei veti soprattutto da parte della Russia. Di conseguenza, questa è la prova provata sulla loro pelle di quanto sia vera quella sensazione che hanno tutti i siriani, che a nessuno importi quello che effettivamente succede in Siria e ai siriani. Per quanto riguarda me, anche alcuni miei parenti, direttamente, sono stati catturati e sono finiti nella branca della polizia militare dell’aeronautica che – si sa – essere la più dura. Io so di non poter far nulla, so di non poterli aiutare, ma ho comunque la sensazione di provare a fare qualcosa, di provare a cercare di aiutare quei 300mila che ancora sono nelle carceri di Assad. E, come musulmano, quello che mi auguro è che la preghiera degli oppressi venga ascoltata da Dio.

Dal 2011 ad oggi sono stati documentati circa 65mila casi di siriani arrestati per ragioni politiche, 2600 gli scomparsi, 141.700 gli uccisi, di cui 3440 sotto tortura, tra cui donne e minori. Cifre al ribasso, per la difficoltà di documentare tutti i casi. Il Presidente Assad ha più volte smentito il ricorso alla tortura, di fatto però nel 2008 lo stesso Presidente ha promulgato un decreto che assicura l’immunità delle forze di repressione. Lorenzo Trombetta, corrispondente Ansa da Beirut:

R. – Ci sono notizie di pochi giorni fa che un nuovo prigioniero scomparso nelle carceri nel 2012 a Homs è morto sotto tortura, ma non si sa quando è morto. Jihad Qassab, di Homs, era il difensore della nazionale di calcio siriana ed era stato arrestato per il suo attivismo nelle manifestazioni del 2011 e del 2012. Non si potrà probabilmente mai vedere il suo corpo, la famiglia ha chiesto il corpo ma come molte volte capita le autorità rifiutano di consegnare i corpi ai familiari, quindi è molto difficile poter capire il tipo di tortura e quali sono le vere cause della morte. Ricordiamo che per prassi il certificato di morte che viene allegato dall’ospedale militare per comunicare alle famiglie che il loro caro è morto, cita due cause, o un arresto cardiaco o un arresto respiratorio. Sono due cause che vengono messe come documenti fotografati da Caesar perché Caesar non fotografa soltanto corpi, fotografa anche documenti in cui si istruisce il medico legale di falsificare l’atto di morte e di inserire o quella o quell’altra causa, molto vaghe, come l’arresto cardiaco o un arresto respiratorio. Questo dà ancora maggior forza al valore documentario delle foto di Caesar, che non è soltanto una questione di come le persone sono state torturate e come sono state uccise, ma anche di qual è il processo burocratico della falsificazione delle cause della morte e questo in sede di giudizio è molto importante.

D. – Il problema è che dal 2013 ad oggi non c’è più qualcuno che documenti tutto questo…

R. – Che noi sappiamo, no, ma nel 2011, 2013, nessuno sapeva che Caesar stava operando. Poi ha, in qualche modo, consegnato il lavoro ai suoi colleghi, alcuni dei quali sono ancora in Siria. Non sappiamo se tra qualche anno qualcuno uscirà. Probabilmente una volta che le foto di Caesar sono state divulgate nel gennaio del 2014, le autorità siriane sono corse ai ripari e quindi probabilmente hanno o cambiato il sistema di documentazione o assunto personale più fidato. Qualcuno forse starà fotografando ma forse sarà stato torturato lui stesso per il tentativo di aver provato. Ma questo non lo possiamo sapere.

D. – Atrocità che sono in atto e che sono iniziate ancora prima dell’entrata in campo del cosiddetto Stato islamico…

R. – Sì, la pratica della tortura nelle carceri governative siriane è documentata da decenni, quindi ben prima che in Siria si cominciasse a protestare, ben prima che il governo cominciasse a reprimere, quindi ben prima della guerra civile e poi tutto quello che ne è stato. La puntata Stato islamico è l’ultima di tutta una serie di fatti che l’opinione pubblica a volte ha difficoltà a seguire. La questione non è se il governo di Bashar al Assad è legittimo politicamente o no, è cercare di identificare i responsabili di un crimine che evidentemente è considerato crimine di guerra e crimine contro l’umanità perché tra l’altro ci troviamo in una situazione anche di conflitto interno. Quindi credo che i giuristi abbiano derubricato queste pratiche come crimine di guerra.

Il testo originale e completo si trova su:

http://it.radiovaticana.va/news/2016/10/05/siria_maxxi_drammatiche_immagini_delle_torture_del_regime/1263016