Benvenuti nel sito della Chiesa Cattolica di Torino

Centro
Federico Peirone

Seguici su
Facebooktwitterrssyoutubeinstagram
6 Luglio 2011

SIRIA – (6 Luglio)

IL RAPPORTO - Siria, la denuncia di Amnesty "Crimini contro l'umanità" Una protesta anti Assad
Facebooktwitterpinterestlinkedinmail
Testimonianze raccolte dall’associazione per i diritti umani raccontano di casi di tortura, morti e detenzioni illegali nella città di Talkalakh quando nello scorso maggio l’esercito ha represso le manifestazioni anti governative

TORTURE, uccisioni e detenzioni illegali: sono queste alcune delle accuse che l’organizzazione per la difesa dei diritti umani Amnesty International ha rivolto al regime di Bashar al Assad e contenute in un rapporto. Secondo Amnesty il regime si sarebbe macchiato di “crimini contro l’umanità” nella repressione delle proteste nella città occidentale di Talkalakh, e ha chiesto un’inchiesta al tribunale internazionale dell’Aja.

Amnesty ha documentato diversi casi nella cittadina vicino al confine con il Libano, attaccata dall’esercito siriano lo scorso maggio. “I racconti – ha detto Philip Luther, vicedirettore di Amnesty per il Medio Oriente e il Nordafrica – che abbiamo ascoltato da testimoni di quanto è successo a Talkalakh mostrano un quadro sconvolgente di abusi sistematici e mirati per stroncare il dissenso. Amnesty – ha aggiunto – ritiene che i crimini perpetrati a Tall Kalakh siano crimini contro l’umanità, in quanto appaiono essere parte di un vasto e sistematico attacco contro la popolazione civile”.

LEGGI IL RAPPORTO (pdf)

Tra i casi nel rapporto, il racconto di Mahmoud, 20 anni: per cinque giorni è stato tenuto legato, appeso con le braccia al soffitto e tenuto in punta di piedi, con la corrente attaccata ai testicoli. In tutto, Mahmoud è poi rimasto un mese in carcere.

Altri testimoni raccontano di almeno nove persone morte mentre erano in custodia, con i loro corpi che mostrano segni di tortura, come tagli al petto e colpi d’arma da fuoco alle gambe.

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, conclude l’organizzazione basata a Londra, deve rivolgersi al procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja, in modo che si possano avviare procedimenti legali.

(06 luglio 2011)