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Federico Peirone

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7 Gennaio 2012

SIRIA – (7 Gennaio)

Siria: i funerali delle 26 persone uccise nell'attentato di ieri a Damasco
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Oggi, in Siria, si celebrano i funerali ufficiali delle 26 persone uccise nell’attentato suicida avvenuto ieri nel pieno centro di Damasco. Per il governo, che ha annunciato il pugno di ferro, l’azione è opera di terroristi. Unanime la condanna della comunità internazionale. L’Iran e le milizie libanesi di Hezbollah puntano il dito contro quelli che definiscono “i nemici della Siria” e in particolare contro gli Stati Uniti. Solidarietà a Damasco anche da parte della Russia, che ha inviato nell’area due navi da guerra. Gli attivisti, invece, lamentano seimila morti dall’inizio della repressione e chiedono l’uscita di scena del presidente Assad. In merito alla situazione in Siria, Eugenio Bonanata ha raccolto il commento di Paolo Branca, docente di Lingue e letteratura araba all’Università Cattolica di Milano:RealAudioMP3

R. – Penso che la situazione della Siria sia emblematica per quanto riguarda i paradossi della politica internazionale. Quello siriano è uno dei regimi più feroci e più invisi all’Occidente, eppure questa transizione fa molta più fatica rispetto a quella avvenuta in Tunisia ed Egitto, che erano visti come Paesi moderati e a noi più prossimi. Ho paura che questo bagno di sangue che sta sconvolgendo il Paese non abbia sbocchi, perché non ci sono in ballo interessi più generali possano spingere in tale direzione e continuano quindi ad imporsi le vecchie logiche.

D. – Cosa possiamo dire della missione degli osservatori della Lega araba, che ormai ha ammesso gli errori fatti sul territorio e, per questi stessi errori, sarebbe anche pronta a chiedere il sostegno dell’Onu?

R. – Credo che i rappresentanti dei Paesi arabi siano ancora funzionari di regimi o di ex regimi. La cosa che più li impaurisce, probabilmente, è l’ulteriore contagio, l’effetto-domino che può diffondersi ancora di più nell’area, e quindi si trovano lì per fare, per così dire, il meno possibile. Questo appellarsi all’Onu è alquanto paradossale, perché hanno sempre contestato il fatto che l’Onu fosse “super partes” in questioni come quella palestinese o simili. Siamo veramente in una situazione di stallo.

D. – La Lega araba, attraverso Hamas, ha comunque chiesto alla Siria di porre fine alle violenze…

R. – Questo è inevitabile: in fondo, si tratta di cittadini disarmati che vengono uccisi dal loro stesso governo. Questa, alla lunga, è una cosa che ripugna e che non può stare in piedi. Penso che il regime di Damasco avrebbe dovuto muoversi da tempo per guidare la transizione piuttosto che subirla. Evidentemente, però, stanno prevalendo le frange oltranziste, anche interne.

D. – In questo quadro si estende il fronte dei dissidenti: in queste ore, anche un alto generale ha voltato le spalle a Damasco. Cosa possono fare?

R. – Sono certamente delle figure simboliche, che però danno un segnale molto preoccupante, che siamo cioè alle soglie – o addirittura già all’interno – di una guerra civile. Questo, forse, è uno degli elementi che preme maggiormente la diplomazia internazionale per intervenire con decisione, perché ci sono fattori etnico-religiosi che potrebbero trasformare la Siria in un altro Iraq: a ridosso di Israele, in una zona così delicata, ovviamente questa possibilità spaventa tutti.

D. – Finché ci sarà l’opposizione della Cina e della Russia, in sede del Consiglio di sicurezza dell’Onu, probabilmente non ci sarà un avanzamento o una novità significativa nella crisi siriana…

R. – Potrebbe essere anche un buon alibi, perché non credo che i Paesi occidentali possano fare, in Siria, qualcosa di simile a ciò che è stato fatto in Libia, anche perché mancherebbero le condizioni per farlo. Tutto sommato, quindi, può anche far comodo che qualcuno dica di “no”, per affermare che si hanno le mani legate. (vv)

 
Il testo completo si trova su:

http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=552716