Il protocollo del disprezzo
Asmae Dachan giovedì 13 dicembre 2018

La lunga notte di terrore a Strasburgo riapre ferite, mai rimarginate. Ora si contano le vittime, si piange, si prega per i feriti tra cui il giovane giornalista italiano Antonio Megalizzi e si cerca di farsi forza e reagire. La condanna del terrorismo è accorata e ferma, proprio come la necessità di dire che chi non ha alcun rispetto della sacralità della vita altrui non può tenere in ostaggio, come sospese, le vite di intere comunità. Non possiamo e non vogliamo cedere alla paura, anche se essa emerge in modo spontaneo, perché non sappiamo da dove possa venire il pericolo: per questo cerchiamo di dargli volto e identità, e non ci bastano nome, cognome e foto del terrorista di turno. È come se dalla paura, che genera frustrazione e poi rabbia, si voglia uscire individuando in un gruppo sociale la sede e la ragione del male. Così si prendono di mira le cosiddette seconde o terze generazioni, accusate di non volersi integrare, o persino la totalità dei migranti, considerati un pericolo. E da più di qualcuno si accusano tutti i fedeli islamici, ritenuti potenziali attentatori.

È, purtroppo, un protocollo che si ripete. Dopo ogni attentato il dito non si punta più solo sui soggetti criminali, ma su quello che si ritiene il loro mondo di appartenenza. C’è quindi chi invoca la soppressione della cittadinanza ai figli di migranti e l’abolizione dello ius soli (applicato in diversi Paesi europei), e c’è anche chi chiede la chiusura di tutte le moschee e dei luoghi di culto islamici. Sono anni che, dopo ogni attentato, la totalità dei musulmani si sente così portata sul banco degli imputati per colpa di alcuni criminali. Non è vittimismo, ma dolore, che a volte sfocia, anch’esso, nella paura. Tante persone, soprattutto giovani e donne, hanno paura di uscire di casa dopo gli attentati perché temono gli insulti, gli sguardi sospettosi, a volte pieni di disprezzo e di rancore, e si sentono impotenti.

È come se gli atti vili e barbari dei terroristi cancellassero le esistenze vissute all’insegna della legalità e del rispetto dei diritti umani, la voglia di dialogo e la sana convivenza. Si resta in perenne tensione e questo stato non fa bene a nessuno. Tutti vorrebbero pace e sicurezza, compresa la stragrande maggioranza dei musulmani che lavorano, studiano, pagano le tasse, fanno volontariato, contribuiscono alla vita pubblica, ma devono convivere con la ferita di non essere dignitosamente rappresentati dal punto di vista religioso. I cosiddetti Paesi islamici sono troppo presi a farsi la guerra per il controllo delle masse, spesso strumentalizzando proprio la religione, per trovare la volontà di sconfessare, condannare e fermare il radicalismo militante e violento. Hanno lasciato emergere e spesso finanziato gruppi integralisti e siamo arrivati al punto che qualunque criminale si sente autorizzato a usare simboli ed elementi islamici quasi come un marchio di fabbrica per i suoi orrori. L’espressione «Allah Akbar », Allah è il più grande, pronunciata tradizionalmente per esprimere reverenza a Dio, è diventata una firma, uno slogan per ogni attentato. Per chi vive la fede come esperienza spirituale, tutto ciò è una bestemmia.

Oggi il collimare tra gruppi estremisti e gruppi eversivi sta generando nuove forme di ‘terrorismo liquido’ che chiedono attenzione da parte di tutti. In questi ultimi giorni Parigi è stata messa a ferro e fuoco da alcuni manifestanti e la tensione, in tutta la Francia, era già alta. Come sia stato possibile che in un quartiere vicino alle istituzioni europee, dove la sicurezza e i controlli dovrebbero essere sempre ai massimi livelli, un criminale pluripregiudicato abbia potuto sparare, accoltellare, prendere in ostaggio un tassista per poi riuscire a fuggire, nessuno se lo spiega. A tutti viene spontaneo riflettere sul tempismo di quest’ultimo attentato e sul suo reale scopo. È necessario fare un ragionamento inclusivo, serio, che permetta davvero di contrastare questa piaga terribile e dolorosa. Non ci si può comportare ogni volta come se fosse la prima volta di fronte a una strage.

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