Redazione Esteri martedì 2 luglio 2019
La gente era tornata a manifestare ricordando il massacro di 30 persone, il 3 giugno scorso, quando la polizia disperse nel sangue un sit-in davanti alla sede della giunta militare
La protesta di domenica nel centro della capitale sudane Khartum (Ap)

La protesta di domenica nel centro della capitale sudane Khartum (Ap)

Almeno sette persone uccise e oltre 180 ferite. È questo il bilancio fornito dal ministero della Sanità del Sudan, relativo agli scontri che si sono verificati domenica a Khartum. Il giorno dopo gli scontri il Consiglio militare di transizione, al governo da aprile, ha sostenuto che «la piena responsabilità per gli eccessi e la perdita di vite di agenti e cittadini è delle Forze per la libertà e il cambiamento ». Una esplicita accusa all’alleanza che sta coordinando le proteste, sfociate ad aprile in un intervento dell’esercito e nel rovesciamento del presidente Omar Hassan Al-Bashir, al potere in Sudan per trenta anni. Un leader dell’opposizione sudanese, Ahmed al-Rabie, ha dichiarato che sono stati trovati altri tre cadaveri. In precedenza il ministero della Sanità sudanese aveva parlato di sette morti.

«Questa mattina sono stati trovati tre corpi, con ferite d’arma da fuoco, nel distretto di Bant nella città di Omdurman. I morti salgono così a dieci», ha detto al-Rabie. «Il Consiglio militare transitorio – ha aggiunto il leader dell’opposizione – ha la piena responsabilità di quello che è successo ieri perché è stato sparato alle persone che hanno perso la vita davanti alle forze di sicurezza. Sono state proprio loro a ucciderle o a non proteggerle». Domenica la parte di Sudan che reclama democrazia era tornato a manifestare nella capitale Khartum e in altre città del Paese ricordando la strage avvenuta il 3 giugno scorso quando la polizia disperse nel sangue un sit-in che da mesi presidiava il quartier generale dell’esercito, causando oltre 30 vittime.

Domenica nella capitale si sono registrate cariche delle forze dell’ordine con lancio di lacrimogeni, manganellate e anche spari. Domenica sera la tensione a Khartum era ancora alta e si segnalavano ponti sul Nilo chiusi dalle forze di sicurezza per impedire che i manifestanti potessero avvicinarsi troppo al palazzo presidenziale che fu di Omar Hasan Ahmad al-Bashir. Il rischio è rappresentato da numerose milizie che operano e sono in grado di sparare in maniera semiindipendente rispetto all’esercito, il cui quartier generale peraltro è stato la meta di un corteo. Proteste che, secondo le stime, hanno raccolto almeno «decine di migliaia» di persone anche se gli organizzatori avevano dichiarato di voler portare in strada di nuovo un milione di persone a Khartum.

© Riproduzione riservata