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Federico Peirone

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25 Giugno 2014

SUDAN – ( 25 Giugno )

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Il giallo

Meriam ancora sotto interrogatorio
 
 
Lucia Capuzzi
 
 
 

 
 

 

È ancora sotto interrogatorio da parte della polizia sudanese Meriam Yahia Ibrahim Ishag, la 26enne cristiana rilasciata lunedì dopo l’annullamento della condanna a morte per apostasia e nuovamente fermata l’indomani. Il suo avvocato, Mohanad Mustafa, ha spiegato che la donna non è in stato di arresto dopo il fermo in aeroporto ma viene interrogata per verificare l’autenticità del documento rilasciatole dalle autorità del Sud Sudan. Insieme a Meriam, nel commissariato di Khartoum ci sono il marito americano Daniel Wani e i loro due figli. L’incaricato d’affari sudsudanese all’ambasciata a Khartoum,, Kau Nak, ha insistito di aver firmato personalmente il documento che è quaindi valido a tutti gli effetti e ha lamentato di non esser stato contattato dalle aurità sudanesi. Il diplomatico ha spiegato che Meriam aveva diritto a quel lasciapasssare in quanto il marito e i figli hanno la cittadinanza sudsudanese.

Meriam bloccata nell’incubo Sudan (di Lucia Capuzzi)


Meno di ventiquattro ore sono bastate per trasformare la gioia del mondo in sgomento. Meriam Ibrahim non è più libera. La 27enne cristiana, condannata a morte il 15 maggio e rilasciata due giorni fa su ordine della Corte d’appello, è stata fermata di nuovo. Erano da poco trascorse le 14 (ora sudanese) quando una cinquantina di uomini dei servizi segreti ha fatto irruzione all’aeroporto di Khartum dove la giovane si era recata insieme al marito, Daniel Wani, e ai figli, Martin e Maya. «Volevano lasciare il Sudan», ha spiegato ad Avvenire il legale a capo del collegio di difesa, Mohaned Elnour. L’avvocato non ha voluto precisare verso quale destinazione fosse diretta la famiglia. «Posso dire solo che avevano il diritto di espatriare, i giudici non hanno imposto alcuna restrizione a Meriam», ha ribadito Elnour. Due diplomatici hanno invece raccontato che la famiglia voleva raggiungere gli Stati Uniti via Cairo o Juba. Il legale si trovava all’interno dello scalo quando c’è stato il blitz, insieme al collega Elshareef Ali Mohammed. Quest’ultimo ha raccontato di «momenti di tensione dopo l’irruzione». Gli 007 hanno fermato Meriam e le hanno intimato di seguirli, senza specificare la ragione. È seguito un confronto acceso, in cui gli agenti sembravano «molto arrabbiati». Il marito Daniel ha cercato di chiedere spiegazioni e, quando ha capito che avrebbero portato via la moglie, ha chiesto di seguirla. Alla fine, Meriam, Daniel e i due piccoli sono stati “accompagnati” nell’ufficio dei servizi sudanesi, a pochi passi dall’aeroporto. Lì sono rimasti per ore. A tarda serata – ha riferito Elnour – i quattro sono stati trasferiti in un centro di detenzione. «Non sappiamo quale. Né tantomeno ci è stata una motivazione ufficiale del fermo». Una spiegazione è stata, invece, fornita dal Dipartimento di Stato Usa che ha parlato con le autorità sudanesi. Queste ultime – ha riferito la portavoce Marie Harf – hanno assicurato a Washington che «la famiglia è stata temporaneamente fermata per alcune ore all’aeroporto per questioni relative al loro viaggio» ma «non c’è stato alcun arresto». Gli Usa, inoltre, hanno detto di monitorare con attenzione la situazione affinché la coppia e i figli possano partire «partire rapidamente e in sicurezza». In serata sono circolate voci di una nuova liberazione. Il problema procedurale sarebbe dovuto – sostengono fonti diplomatiche – al doppio passaporto, sudanese e sud-sudanese, di Meriam. Quest’ultimo non è riconosciuto da Khartum. Non solo: il documento in questione sarebbe stato considerato falso. Altre fonti, invece, parlano della mancanza di una carta ufficiale che confermasse l’annullamento della condanna da parte della Corte. «È questione di ore, ne siamo certi. Abbiamo avuto rassicurazioni anche dall’ambasciata a Roma», ha affermato Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur, Ong in prima linea nella difesa di Meriam. Si prospetta, comunque, una nuova notte di angoscia per la giovane. L’ennesima. Il suo incubo è cominciato oltre dieci mesi fa, quando è iniziata l’azione legale su istigazione del fratello, Safwan Abobake.

È stato quest’ultimo a denunciare la sorella come «apostata». La “colpa” di Meriam, figlia di un islamico e di una etiope ortodossa, è quella di aver scelto la fede cristiana della madre, che l’ha allevata mentre il padre li ha abbandonati. Nel 2011, inoltre, la giovane ha sposato il cristiano Daniel. Durissima la sentenza del 15 maggio. I giudici hanno condannato la giovane a morte per impiccagione. Le nozze sono state annullate poiché un’islamica non può unirsi a un uomo di un’altra religione. Meriam risultava così una madre nubile, dunque «un’adultera». Da qui la punizione aggiuntiva: cento frustate. La gravità del verdetto non ha piegato la giovane. Che ha rifiutato di “pentirsi” e ha rivendicato il suo diritto ad essere cristiana. La sua storia ha commosso il mondo. Per lei si sono mossi Gran Bretagna e Stati Uniti oltre a centinaia di migliaia di persone. In Italia, Avvenire ha raccolto oltre 82mila firme con la campagna #meriamdevevivere, 8.200 commenti hanno “invaso” il sito. Tra i primi a mobilitarsi il premier Matteo Renzi. Mentre il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato una nota ufficiale. Il grido del mondo sembrava aver vinto sull’ottusità della sentenza. Due giorni fa, una Corte di appello aveva fatto marcia indietro. La cristiana era potuta uscire: la piccola Maya, nata in prigione il 27 maggio, aveva abbandonato la cella per la prima volta. La libertà, però, non è durata a lungo. Meriam è di nuovo fermata. Si spera che si tratti dell’ultimo, breve capitolo dell’incubo.

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Il testo completo si trova su:

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/Meriam-bloccata-nell-icnubo-Sudan.aspx