Per e contro l'umanità
Ferdinando Camon martedì 12 novembre 2019

Penso ai nostri soldati che son rimasti gravemente feriti in Iraq, dove sono impegnati in una missione per la pace, dunque per uno scopo umanitario, nel quale noi italiani riconosciamo i nostri valori. È stato un attentato terroristico, e probabilmente non c’era modo di prevederlo e difendersi. Ma cade proprio in questi giorni l’anniversario della strage di Nasiriyah, e l’istinto dei nostri soldati, colpiti dal nuovo attentato, è di dire: “Come a Nasiriyah”. No, non è come a Nasiriyah, e se vogliamo combattere bene e difenderci bene dobbiamo capire la differenza.

A Nasiriyah per noi fu una strage, della quale chi aveva responsabilità, lo scrivo con la morte nel cuore, non fu del tutto senza colpa. Perché a Nasiriyah i nostri soldati, era notte, dormivano in una struttura protetta, isolata e vigilata, che in linguaggio militare si potrebbe chiamare “caposaldo”. I terroristi arrivarono con un camion carico di tritolo, e lo lanciarono a esplodere contro la casa dei dormienti. La casa fu sventrata e frantumata, e molti, troppi soldati morirono. Questo non doveva succedere. Perché i soldati che tu porti in territorio ostile, e li fai dormire in una sede protetta, “devono” svegliarsi vivi, il nemico non deve arrivare a colpirli. La casa dove i tuoi soldati dormono non deve esser difesa da poche sentinelle di guardia, ma deve essere “per natura” inavvicinabile. Perciò è previsto che intorno al caposaldo ci sia una muraglia, che blocchi ogni assalto, anche di mezzi corazzati, o un fossato, profondo e largo, che se il nemico arriva con mezzi blindati o corazzati vi sprofonda dentro e non risale più.

Tutto questo a Nasiriyah non c’era. Si contava sul fatto che, poiché i nostri soldati regalavano caramelle ai bambini, il terrorismo non avrebbe mai osato colpirli. Era un’idea ‘romantica’, e a suo modo cavalleresca.

Son passati anni e adesso sappiamo che il terrorismo è brutale più che può, vuole spargere il terrore, e se per fare terrore deve colpire i buoni, lui colpisce i buoni, se deve ammazzare bambini, lui ammazza bambini. Adesso lo sappiamo. Il terrorismo è sempre e solo disumano, e combattere il terrorismo vuol dire combattere per l’umanità. Contro attentati come quest’ultimo non c’è difesa. Un ordigno che esplode comandato a distanza o che esplode automaticamente se passa un blindato si può piazzare dovunque.

Nello spirito di questi soldati, che accettano di andare in queste missioni ad altissimo rischio, e che sentono di farlo per tutti, anche per le proprie famiglie, c’è un’alta disposizione al sacrificio, non più in nome di una patria nazionale, come nel Romanticismo ottocentesco, ma nel nome della nuova patria onnicomprensiva che è l’umanità. Nella quale è compresa anche quella fetta d’irriducibili nemici che sono gli attentatori. Che come tali non sono nemici del loro Stato o dell’Europa o dell’Occidente, ma dell’umanità. Non so se un giorno capiranno queste cose. Forse loro no, ma i loro figli sì. Lavoriamo perché la comprensione s’avvicini.

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