Susan Dabbous, Bruxelles domenica 10 febbraio 2019
La mamma belga-tunisina gira le scuole per raccontare il “male” che le ha strappato Sabri, partito nel 2013 e morto ad Aleppo
Jihadisti (Ansa)

Jihadisti (Ansa)

Rigenerato, non pentito e pronto a sostenere spiritualmente i gilet gialli, il reclutatore jihadista più famoso del Belgio è uscito di prigione lo scorso 8 dicembre. Dopo cinque anni di carcere Jean-Louis Denis, il super mediatico convertito belga che abbordava gli adolescenti magrebini davanti ai supermercati delle periferie di Bruxelles, è uscito di prigione grazie ad una revisione della prima sentenza che lo condannava a quindici anni come capo» di una cellula terrorista. I suoi avvocati sono riusciti a dimostrare che non era il capo bensì «solo un membro» dell’organizzazione. Sono una decina i ragazzi che hanno orbitato nella sua associazione «Sharia4Belgium» partiti per la Siria. Alcuni sono tornati e scontano pene che vanno dai cinque ai dieci anni, altri sono scomparsi o morti. Come Sabri Ben Ali, partito ad agosto del 2013 e morto a dicembre dello stesso anno. Aveva 19 anni, fisico atletico da giocatore di basket, dotato di bell’aspetto ma insicuro di sé, perché balbuziente: un difetto che lo aveva portato ad abbandonare gli studi nella scuola alberghiera che frequentava. Sabri non viveva a Moleenbeek, quartiere brussellese noto per aver dato i natali agli autori degli attentati di Parigi del 2015, bensì nella tranquilla Vilvorde. Un luogo neutro, un comune fiammingo nella periferia nord di Bruxelles, scelto appositamente dai suoi genitori per dargli un avvenire migliore, senza condizionamenti di natura etnico-religiosa. Ma i genitori di Sabri quando decisero di comprare casa lì, alla fine degli anni Novanta, non immaginavano di dover affrontare un razzismo strisciante. Per poi scoprire che tanto sacrificio era stato inutile: i lunghi tentacoli del radicalismo islamico erano capaci di uscire dal ghetto e intercettare i disagi dei ragazzi con la pelle scura cresciuti nelle scuole della classe operaia bianca.

Sabri è partito per la Siria nell’estate del 2013, e non mai più ritornato. È stato condannato per partecipazione a un’organizzazione terrorista, in contumacia, dalla Stato belga, «la stessa condanna scontata dal suo reclutatore che lo ho mandato verso morte certa», osserva con amarezza Saliha Ben Ali, la madre del ragazzo.

La incontriamo nella sede dalla sua associazione S.A.V.E Belgium (Society Against Violent Extremism, Società contro l’estremismo violento) in un grande spazio co-working a Evère, Nord di Bruxelles. «È questo che mi tiene in vita – spiega Saliha mostrando i faldoni accumulati nel suo ufficio – aiutare i genitori, impotenti, di giovani radicalizzati. Li assisto nelle loro difficoltà psicologiche e burocratiche enormi». Saliha ha un passato da assistente sociale, è una belga tunisina di seconda generazione che ha aderito completamente ai valori democratici e europei del Belgio. Paese che sente suo, come spiega nel suo libro Maman, Entends tu le vent? (Mamma, lo senti il vento?). Un’autobiografia di valore storico in cui racconta le difficoltà e gli entusiasmi della sua integrazione, negli anni Settanta, e il calvario di quella di suo figlio Sabri, nato a Bruxelles nel 1994, e morto in un ospedale clandestino di Aleppo mentre faceva il jihad. «Ho fatto di tutto per impedirgli di partire – racconta Saliha – ma come molti ragazzi determinati nel loro progetto eversivo, Sabri ha praticato la dissimulazione. Qualche giorno prima che partisse ci ha fatto credere che si era rinsavito».

«Ho capito che mio figlio era morto – riprende la donna – cinque mesi dopo la sua partenza. Era una mattina di dicembre, avevo appuntamento con il sindaco di Vilvorde per parlare del numero allarmante dei ragazzi che stavano partendo per il jihad, con altri genitori nelle mie stesse condizioni ci stavamo chiedendo cosa fare, legalmente, per riportarli indietro». Nel comune fiammingo di 40.000 abitanti in cui si contano 5.000 famiglie musulmane, 30 giovani (tra cui due ragazze) sono partiti per il jihad tra il 2012 e il 2014. «Perdere un figlio è doloroso come metterlo al mondo – scrive Saliha nel suo libro – solo che non ne segue la gioia». Saliha mostra senza remore le foto di Sabri ancora nel suo telefonino: in una compare con cappello afgano in Siria, un’altra lo ritrae con gli auricolari mentre si collega a Internet da un luogo da lui chiamato «Cyber». Altro non è che una casa incompiuta in mezzo ad un deserto che si confonde col fango.

In totale sono stati 500 i cittadini belgi a partire per la Siria e successivamente l’Iraq (tra cui 150 minori e 47 donne). Gli aspiranti jihadisti, spiega Saliha, sono partiti in tre diverse ondate: la prima, nel 2012-2013, «prima della fondazione del Daesh» tiene a precisare.

Nella seconda ondata, dopo l’autoproclamazione del Califfato nel 2014, sono partite intere famiglie, per avere una casa e un pezzetto di terreno (questo spiega l’esodo di ben 41.000 mila persone giunte da tutto il mondo nel sedicente Stato islamico. La terza ondata, partita dopo il 7 gennaio 2015, in seguito agli attentati in Europa.

Ma al di là del quando, resta da capire il perché? «Per desiderio di rivalsa – interpreta Saliha – lì, nel Califfato, pensavano di poter ricominciare da capo lasciandosi alle spalle i fallimenti, possono ottenere un lavoro senza diploma, una macchina, una moglie». I video di propaganda del Daesh sono in minima parte a contenuto violento, quelli che i media non raccontano sono belli, rilassanti, pieni di scene d’amore tra padri e figli. Gli argomenti di persuasione ruotano tutti intorno alla giustizia. I predicatori mostrano prima le ingiustizie: in Mali, Yemen, Siria, Iraq, Gaza, la fame, i bombardamenti sui civili, gli inermi. «I giovani vengono persuasi che per arrivare al bene si può fare del male racconta ancora Saliha – sono guidati dal desiderio di eccitazione e di gloria».

Prima di morire Sabri è stato derubato dentro un ospedale di Aleppo Est, dove era stato ricoverato per delle ferite lievi. Il gesto lo aveva così tanto deluso, racconta la madre, che aveva deciso di tornare a casa in Belgio. Ma per i suoi capi era inaccettabile. E per questo sarebbe stato fucilato.

Non esiste una versione ufficiale della morte dei Sabri, tantomeno un resoconto provato di quelle che erano le sue attività reali in Siria, a parte un periodo passato a lavorare in una fattoria vicino alla città di Homs. Quel che Saliha oggi fa con S.A.V.E.Belgium è praticamente l’opposto di quel che faceva l’associazione di Jean Louis Denis «Sharia4Belgium».

«Ho parlato in 120 scuole, incontrato più di mille ragazzi e ragazze, e ne ho convinti almeno tre a non partire». Per Saliha il tempismo è tutto perché non crede nei programmi di de-radicalizzazione, «chi abbraccia davvero il fanatismo è irrecuperabile», sentenzia l’ex assistente sociale. Come dimostrato da Jean-Louis Denis che all’uscita del carcere, dove era stato in isolamento, ha definito il programma di de radicalizzazione a cui è stato sottoposto come una «tortura psicologica che ti fa aggrappare alle tue convinzioni ancora di più per sfuggire alla disperazione». Saliha con la sua associazione lavora quindi sul «rafforzamento morale» ovvero valori etici applicati per difendersi da certe fascinazioni. Come quelle in cui è caduto Sabri seguendo un convertito che gli offriva una ragione di vita, davanti a un supermercato, mandandolo verso la morte certa.

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