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Federico Peirone

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20 Marzo 2015

TUNISI – ( 20 Marzo 2015 )

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Tunisi grida in piazza: «No al terrore»
 
 
Giorgio Ferrari, inviato a Tunisi

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«C’est terrible, ce sont des fous de Dieu!», dice piangendo la giovane libraia, che non sa dare un perché a quei Yassine Laabidi, a quegli Hatem Khachnaoui venuti a seminare morte, se non un nichilismo fanatico al di là di ogni possibile immaginazione. «Questa non è la Tunisia, siamo tutti sotto choc». Si scusano, i tunisini, si sentono offesi e umiliati, colpevoli nei confronti degli stranieri, venuti a morire per sbaglio e per la sventura di esser sbarcati da una nave in uno dei musei più belli del mondo. A ventiquattr’ore dalla strage si avverte come un profumo di paura e di sdegno insieme.

È l’alito di quei corpi miti e sudati che affollano la lunga Avenue Bourghiba, è lo sguardo pietoso che scivola sui muri perimetrali del Museo del Bardo dove si contano i fori dei proiettili e dove a terra ancora si scorgono i segni della battaglia, il sangue, l’inutile filo spinato che non ha protetto niente e nessuno, è il silenzioso sgomento per una promessa tradita, quella di una nazione laicamente uscita dall’oscurantismo islamico e di colpo riprecipitata – il ricordo della strage del 2002 alla sinagoga di Djerba per tutti i tunisini è tuttora ben vivo – nel mattatoio che le sigle di ogni califfato prediligono per spegnere la speranza e per annullare quella diversità che agli occhi di quel fascismo radicale che di fatto è il credo profondo di ogni jihadista
è il nemico supremo.

«Sognavamo e continuiamo a sognare una società aperta, quella del vostro Karl Popper. Una società che è fragile e forte insieme. E questo ai fanatici e ai terroristi fa sempre paura», di Khalim, professore in pensione. «Oltre a tutto sarà comunque un colpo duro per l’economia del Paese. Le grandi compagnie navali non vorranno più fermarsi a Tunisi». «Hanno voluto attaccare un simbolo – dice convinta
la blogger tunisina Lina Ben Mhenni –: volevano dimostrare che la Tunisia non è diversa dalla Siria e dalla Libia».

È un po’ vero, purtroppo. Come è vero che il piccolo Stato, il più avanzato e caparbio fra le nazioni arabe che si affacciano sul fronte sud del Mediterraneo, già dal 2011 aveva accolto grazie alle sue frontiere porose centinaia di libici in fuga dalla rivoluzione, ex funzionari di Gheddafi, ex poliziotti. Una falange che ha imparato rapidamente a considerare la Tunisia come un porto franco dove rifugiarsi in attesa di militare sotto qualche nuova bandiera. La più appetibile delle quali è divenuta quella del qaedismo. «Ma anche noi abbiamo fatto la nostra parte, purtroppo – si addolora Karim, ventenne studente universitario – perché migliaia di nostri connazionale sono andati a ingrossare le file del terrorismo ». Anche questo è vero: tremila, secondo il governo, almeno cinquemila secondo altre fonti. Almeno cinquecento foreign fighters sono rientrati in patria. Impossibile controllarli tutti. «Li combatteremo senza pietà», assicura l’ottantottenne presidente Béji Caïd Essebsi. Il ministro della Cultura garantisce che il museo riaprirà martedì. Ma un risultato i jihadisti l’hanno comunque già ottenuto: la città è militarizzata, esercito e corpi speciali sorvegliano gli incroci e le strade attorno al Parlamento. Ma tutto ciò ha il sapore un po’ avvilente di una stalla chiusa quando i buoi sono già scappati.

«C’è chi dice che torneranno – spiega una donna –, non ci lasceranno in pace». Si accendono le luci della sera. Uno struscio che vorrebbe essere gaio riempie l’Avenue Bourghiba. Migliaia di giovani sfilano e riprendono possesso della città. Per molti la strage è già dimenticata. È il day after di un lutto nazionale che il profumo di spezie e di mare che sale da La Goulette mentre tramonta il sole non basta a rendere meno angoscioso.

 

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