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Federico Peirone

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18 Luglio 2011

TUNISIA – (18 Luglio)

TUNISIA Un popolo determinato
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Ancora pacificamente in piazza per accelerare i tempi della democrazia
Patrizia Caiffa – inviata SIR in Tunisia

(Tunisi) – Bandiere tunisine rosse, cartelli scritti a mano con slogan in arabo e cori scanditi contro i recenti soprusi a giornalisti e manifestanti. Uomini giovani, qualche donna e famiglie con bambini. Camminano uniti e decisi lungo la strada centrale di Bizerte, una deliziosa cittadina costiera a una cinquantina di chilometri a nord di Tunisi, seguiti dai blindati verdi dell’esercito. Si fermano a protestare davanti alla sede della polizia. È accaduto ieri pomeriggio, 16 luglio. Lo stesso scenario già visto nei giorni scorsi a Ben Guerdane, nel sud del Paese, e venerdì sera, 15 luglio, a Tunisi, dove la protesta pacifica del venerdì nella piazza della Kasbah, davanti alla moschea e di fronte al Parlamento, è degenerata in scontri con le forze dell’ordine, che hanno lanciato lacrimogeni e ferito e insultato alcuni giornalisti. Con alcuni colpi di scena insoliti, come il poliziotto che si è improvvisamente staccato dal gruppo unendosi ai manifestanti e brandendo un foglio di carta con la scritta “Viva il popolo”.

L’impazienza della rivoluzione. In Tunisia si scende ancora in piazza per l’impazienza di vedere presto realizzati gli obiettivi della rivoluzione del 14 gennaio – quando il regime di Ben Ali è caduto dopo 23 anni -, per chiedere giustizia contro i cecchini che hanno sparato e contro i governanti che hanno rubato. Tra i tunisini si avverte oggi una grande fierezza, che deriva dall’aver avuto la meglio nella lotta contro la dittatura, con la consapevolezza che il popolo può cambiare il corso della storia. Dopo l’ubriacatura della rivoluzione non mancano però, in questa nazione che sta cercando di ridefinire se stessa in vista delle elezioni del 23 ottobre, le incertezze e nuovi disordini. Del resto è anche comprensibile in una fase di transizione che sarà lunga e complessa. Anche perché nel frattempo l’economia è a picco, con il 60% dei turisti in meno rispetto allo scorso anno, un tasso di crescita solo dell’1% – con un forte aumento della disoccupazione giovanile -, oltre alla necessità di mettere in sicurezza l’intero Paese e raggiungere una stabilità politica. Senza contare le ripercussioni della vicina guerra in Libia, con tremila profughi sub-sahariani ancora al confine tunisino-libico e ogni giorno nuovi ingressi di libici in fuga. Si stima che Tunisia ed Egitto, in seguito alla “primavera araba”, per far fronte a tutti gli interventi sociali, abbiano bisogno di almeno 25 miliardi nei prossimi cinque anni.

Fiducia nel popolo e nel futuro. Predomina comunque, tra gli osservatori, la fiducia. Perfino l’arcivescovo di Tunisi, mons. Maroun Lahham, pensa che queste manifestazioni pacifiche siano positive, perché “se si vuole costruire un futuro diverso è un bene che il popolo richiami all’ordine le autorità, a patto che le persone non si prendano troppo sul serio e le rivendicazioni siano giuste” (per l’intervista completa, clicca qui). Anche l’ambasciatore dell’Italia in Tunisia Piero Benassi dimostra realismo politico orientato allo sviluppo, visto che “l’Italia è il secondo Paese per scambi commerciali dopo la Francia, con un interscambio di cinque miliardi di euro l’anno, soprattutto nei settori tessile e calzaturiero, ma anche nell’agroalimentare, nella moda e nella costruzione di infrastrutture”. Molte aziende italiane ed europee hanno delocalizzato qui negli anni passati, e gran parte della produzione va all’estero. Italia e Tunisia sono legate anche dai recenti accordi sull’immigrazione entrati in vigore il 5 aprile, dopo l’emergenza migrazioni a Lampedusa. Dopo la concessione di 20.000 permessi di soggiorno temporanei ai tunisini entrati prima di quella data in Italia, sono stati rimpatriati la metà dei successivi 3.000 sbarcati dopo ed è stato rafforzato il controllo costiero per scongiurare le partenze. Un boccone amaro, difficile da mandare giù per la società tunisina, soprattutto all’inizio, quando si accusava l’Europa di “egoismo”. Ma che pare oggi essere stato accettato con rassegnazione, anche per evitare ulteriori danni all’immagine turistica del Paese, già troppo compromessa.

Anche la Chiesa verso il “nuovo”. La Chiesa cattolica – con la sua unica arcidiocesi con 11 chiese e 11 scuole cattoliche sparse per la Tunisia, 121 suore e 49 preti, per un totale di 22.000 cattolici stranieri -, è parte attiva di questo processo fiducioso verso il nuovo, anche se risente di alcune intemperanze isolate. Come i recenti episodi della chiesa e della scuola bruciata a Sousse, per i quali è stato arrestato nei giorni scorsi un uomo sospettato di aver agito per motivi personali e turbe psichiche. Giovedì scorso l’arcivescovo Lahham (“padre vescovo”, come si fa chiamare dai fedeli) è stato ricevuto dal primo ministro del governo transitorio Beji Caid Essebsi, rallegrandosi per l’arresto e chiedendo il rispetto di tutti i luoghi di culto, compresa maggiore sicurezza. “Sarà utile – precisa mons. Lahham – per rafforzare le eccellenti relazioni stabilite tra il Vaticano e la Repubblica Tunisina” ed “incoraggiare l’arrivo di turisti occidentali”. Anche il parroco della chiesa di Sousse, padre Nicolas Lhernould, nel frattempo si è tranquillizzato, pur invitando alla “prudenza”. Padre Lhernould è inoltre presidente del Centro di studi di Cartagine, una biblioteca con testi di filosofia e letteratura francese che attira molti studenti e aspira a cambiare sede ed ampliarsi. Perché è soprattutto attraverso la cultura e l’educazione che la Chiesa compie gran parte del suo silenzioso lavoro pastorale orientato al dialogo e al rispetto.

L’educazione è la via per il dialogo e il rispetto. Come la storica e fruttuosa esperienza della “Ecole des soeurs” di Bizerte, fondata nel 1870 e gestita oggi da tre sorridenti religiose della Congregazione del Verbo Incarnato, lunghi veli e abiti azzurri molto apprezzati dalla popolazione. Una scuola primaria di eccellenza che accoglie bambini (tutti musulmani) dai 4 ai 12 anni. “Il prossimo anno avremo 870 studenti – spiega la direttrice, suor Maria della Misericordia, argentina -. Abbiamo dovuto rifiutare almeno 180 richieste”. L’istituto ovviamente non ha fondi statali e si autofinanzia con le rette dei genitori – 900 dinari l’anno (circa 450 euro) -, una spesa importante che le famiglie fanno il possibile per sostenere, pur di dare una educazione di qualità ai loro figli, senza rischi di proselitismo. In tanti anni nessuna conversione. “La gente ci vuole bene perché insegniamo valori come il rispetto per il sacro e per le persone, la tolleranza e l’impegno civile – aggiunge la giovane suor Maria delle Beatitudini, italiana che ha studiato in Egitto la religione islamica -. La conoscenza reciproca è importante per il dialogo, ci permette di instaurare un rapporto di fiducia e scambiare le basi importanti delle nostra fede”. Non a caso al mattino i bambini, circa 25 per classe, dopo aver cantato l’inno nazionale recitano una sura del Corano, mentre a pranzo si ringrazia per il cibo con una benedizione che nomina Dio senza riferimenti diretti al cattolicesimo. Non mancano gli auguri per le rispettive feste (Natale, Pasqua, Ramadan), su uno sfondo comune di grande affetto, stima reciproca e rispetto. Non sono mancati i casi in cui i genitori dei bambini e i vicini hanno steso una rete di protezione intorno alle suore. Quando il 17 febbraio scorso è stato ucciso un sacerdote della zona, padre Maret (forse a scopo di rapina ma non è stato ancora accertato), un centinaio di persone hanno circondato la scuola per rafforzarne la sicurezza, visto il timore di fanatismi. È ovvio che, in questo loro stare tra la gente, siano contente della rivoluzione. “Ora la gente è più serena – confidano -, ha meno paura di parlare. Questo sarà un bene anche per noi”.

Dimenticati dal mondo
Al confine con la Tunisia tremila profughi sub-sahariani


(Ben Guardane) – Una distesa di tende incolori che si confondono con il deserto. Temperature che vanno dai 50° all’ombra ad improvvise tempeste di sabbia, fino al freddo della notte e dell’inverno che tra qualche mese arriverà. Tremila profughi da Eritrea, Somalia, Etiopia, Costa d’Avorio, Nigeria, Mali, fuggiti mesi fa dal conflitto in Libia e ancora abbandonati al Campo Echoucha, in una zona desertica isolata da tutto e in condizioni di vita difficili, a pochi chilometri dalla frontiera, al valico tunisino di Ras Jedir, al confine con la Libia. Africani sub-sahariani dimenticati dal mondo.

Non possono tornare al loro Paese da dove sono scappati tanti anni fa. Non possono tornare in Libia, dove le sorti del conflitto sono ancora incerte e dove molti tornerebbero in carcere perché irregolari. Non possono lavorare e avere un permesso di soggiorno in Tunisia perché stranieri. Non possono andare altrove perché nessuno li vuole. Bloccati in un eterno presente senza futuro, dove le poche e rare prospettive di una via d’uscita sono i lunghi e complicati tempi delle interviste dell’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), per ottenere quel sognato status di rifugiato e un posto, deciso da altri, verso una delle poche destinazioni a disposizione: Usa, Canada, Norvegia, Polonia, Svezia. Spediti come pacchi verso quei rari Paesi occidentali che si sono offerti di accoglierli. Il grido a voce sola che si leva da queste tende, ma anche dai tunisini dei dintorni, è uno solo: l’Europa e l’Occidente aprano le porte. Se non vogliono farlo per generosità, si rendano almeno conto delle loro responsabilità. Anche perché ogni giorno continuano ad arrivare nuovi profughi dalla Libia, visto che l’esito di questa guerra è a dir poco incerto. Il campo è gestito dalle varie organizzazioni dell’Onu, con la presenza di alcune ong, islamiche o occidentali. Il cibo è distribuito dal Pam (Programma alimentare mondiale), riso o pasta due volte al giorno, un succo di frutta e un piccolo dolce a colazione. Molti si lamentano per la scarsità dei pasti e le lunghe file di ore sotto il sole. Medici senza frontiere ha un piccolo ospedale da campo che fatica a far fronte a tutte le necessità. Un altro ospedale che funzionava bene, gestito da una organizzazione marocchina, è stato smantellato dopo un incendio.

Abbandonati da tutti. Sono i soli rimasti qui al confine tunisino-libico, dove dall’inizio del conflitto sono transitate centinaia di migliaia di libici e lavoratori stranieri. Circa 330.000 stranieri sono stati rimpatriati in breve tempo, oltre 120-150.000 libici sono stati accolti nelle case di amici tunisini. I più benestanti hanno affittato case o stanze d’albergo. Chi invece ha la pelle molto più scura, ha attraversato deserti sulle rotte dei trafficanti e visto la morte in faccia più volte, fatica a trovare accoglienza come tutti gli altri. Nella vicina cittadina di Ben Guerdane, a 20 km, i prezzi sono saliti alle stelle, sia per la presenza dei profughi sui quali speculare vendendo beni di primaria utilità, sia perché prodotti come lo zucchero e il latte scarseggiano per essere inviati in Libia. Tant’è che ieri, venerdì, c’è stata una serrata dei negozi e uno sciopero generale, con manifestazioni e stato di allerta massima da parte delle forze dell’ordine, per il rischio di scontri. Nel mese di maggio cinquecento tunisini, inferociti perché una barricata dei profughi aveva bloccato l’unica strada che porta alla frontiera dove fervono i traffici insieme alle valigie che entrano ed escono, non hanno esitato ad appiccare il fuoco ad alcune tende. Risultato: tre morti tra i subsahariani. Nessun responsabile. Come nessun responsabile è stato rintracciato per l’altro incendio di maggio, dovuto forse a conflitti interni. Sirag, 24 anni, ha mani e braccia segnate dal fuoco, atroci strisce rosa sulla pelle nerissima. Era nella tenda, quella notte, con altri dodici eritrei. È riuscito a salvarsi per miracolo, altri quattro sono morti atrocemente nel sonno. Da allora i profughi – la maggioranza sono uomini, ma ci sono anche centinaia di donne e decine di bambini -, sono stati separati per nazionalità. Musulmani da una parte con la loro grande moschea sotto un tendone, cattolici dall’altra.

Vite in fuga, senza dove. Gli eritrei e i somali sono le comunità più numerose, sfiorano il migliaio di presenze ciascuna. Haidera Ali, 72 anni (uno dei rarissimi anziani del campo), eritreo, ha vissuto a Tripoli per 35 anni lavorando per ditte italiane, era benestante. Moglie e cinque figli sono sparsi tra Sudan, Grecia e Arabia Saudita. “Il 20 aprile ho trovato un biglietto della proprietaria. C’era scritto: ‘Siamo tornati in Italia’. Non avrei mai immaginato di dover fuggire anche dalla Libia”, spiega in perfetto italiano, con una pacata rassegnazione al presente. Issa Abdi Abdulahi, somalo, 40 anni, ha pagato ai trafficanti 800 dollari per attraversare il deserto passando per Kenya e Sudan. Ha conosciuto il carcere libico perché irregolare. Ha una pallottola nel fegato a causa di una rapina, ma anche lavorato a Tripoli nella pulizia delle strade. Ora si trova di nuovo tra le dune. Moglie e figlio sono a Mogadiscio, ma non può tornare. “Non so in quale Paese mi manderanno – dice -. Va bene ovunque, così posso mandare i soldi a casa. Questa vita sempre in fuga è molto dura, ma lo rifarei”. Non è dello stesso parere Robel, 20 anni, eritreo, sorriso radioso nonostante tutto: “Ho tentato quattro volte, negli ultimi anni, ad attraversare il mare per venire in Italia. Ci hanno sempre rimandato indietro. Ho visto troppi amici morire. Ora non ci provo più”.

Una presenza sussurrante. La Chiesa cattolica ha qui una presenza sussurrante. Una piccola tenda sbilenca con un buco per finestra, una rozza croce di legno in cima, icone di Cristo ritagliate nella carta, tappeti sulla sabbia, altare di cartone e qualche candela. Dire che è una vera cattedrale nel deserto (ma sempre piena di fedeli, seduti o inginocchiati in terra), può risultare quasi banale. Un missionario fidei donum in Africa da anni, don Sandro De Pretis, trentino, celebra messa tutti i giorni nel pomeriggio. Vengono soprattutto eritrei, nigeriani e ivoriani. Si parla in inglese, con traduzione simultanea in tigrino. Canti commossi chiedono “Lord, don’t forget us”, oppure: “Non farci mancare cibo e acqua”. “Ogni giorno vengono trenta/quaranta persone – racconta don Sandro – La domenica anche un centinaio”. Il missionario sta al campo dalla mattina alla sera, sotto un sole implacabile. Parla con la gente, ascolta i loro bisogni, cerca di dare piccoli aiuti come cibo o medicine. Così fanno, da mesi, le due suore delle Piccole sorelle di Charles de Foucauld. Una, coreana, insegna l’uncinetto a 42 donne. L’altra, suor Mersé, 69 anni spagnola di Barcellona, condivide fino in fondo il destino di questa gente. Non a caso vive da dieci anni a Sfax, lavora nelle case come domestica per fare la stessa vita delle donne tunisine più povere. È riuscita da pochi giorni ad avere una tenda per sé, per ripararsi dal sole nelle ore più calde. Ogni mattina prende il bus da Ben Guerdane carica di pacchi con frutta e verdura comprata al mercato, gas per i fornelli, prodotti per l’igiene personale. Torna la sera. Distrutta ma appassionata della sua missione. Il suo piccolo obiettivo del momento – confidato alla delegazione di Caritas italiana in visita al campo – è riuscire a comprare una pianola per un ragazzo ivoriano che sa suonare: “Così possiamo cantare e portare un po’ di gioia a questa gente”.


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