Federica Zoja domenica 20 dicembre 2020
A gennaio il Paese celebrerà la liberazione dal regime di Ben Ali, primo atto delle Primavere arabe. Ma la speranza si è spenta: nella morsa di rabbia e disoccupazione
Pochi giovedì a Sidi Bouzid hanno ricordato l’inizio della rivolta

Pochi giovedì a Sidi Bouzid hanno ricordato l’inizio della rivolta – Epa

 

È una Tunisia malinconica e disillusa quella che a metà gennaio celebrerà i suoi primi dieci anni di democrazia (il 14 gennaio del 2011, dopo un mese di manifestazioni e scontri in tutto il Paese, il presidente Zine el-Abidine Ben Ali si arrese e scappò in Arabia Saudita, ndr ). Due lustri segnati da no ve governi diversi, sforzi significativi per dare autorevolezza alle istituzioni democratiche, ma nessuna strategia efficace per il rilancio economico. E nemmeno per attuare la tanto attesa decentralizzazione amministrativa. In parallelo, instabilità regionale, jihadismo, crisi finanziaria globale, pandemia hanno zavorrato la Tunisia: oggi come dieci anni fa, non ci sono prospettive per i giovani, salvo che per i figli di un’élite dorata. Secondo l’Istituto nazionale tunisino di statistica, nel terzo trimestre 2020 il 30 percento dei giovani diplomati era disoccupato.

Attenzione, si tratta di una media: nel Sud e lontano dalla costa, le cifre raddoppiano. Così, non stupisce che, secondo una ricerca condotta dalla società Gallup, i tunisini facciano parte dei dieci popoli più tristi e preoccupati al mondo (sono in ottava posizione, ndr ). L’inchiesta, condotta nel 2019 in 145 Paesi e resa pubblica in questi giorni, si chiama «Gallup Global Emotions 2020». I suoi risultati restituiscono una istantanea spietata: il 46 percento dei tunisini interrogati ha detto di aver provato, nell’ultimo anno, tutti e cinque i sentimenti negativi proposti dagli intervistatori. ​


A gennaio il Paese celebrerà la liberazione dal regime di Ben Ali, primo atto delle Primavere arabe Ma la speranza si è spenta: nella morsa di rabbia e disoccupazione i giovani non credono più al futuro


E cioè: dolore emotivo, tensione, tristezza, ansia e collera. Per completezza di informazione, i Paesi arabi messi ancor peggio della Tunisia sul piano emotivo sono Iraq (al primo posto assoluto) e Libano (al quinto). Tutto questo, ricordiamolo, quando ancora l’emergenza sanitaria non poteva essere nemmeno immaginata. Da mesi, in Tunisia, scioperi di categoria, manifestazioni e blocchi stradali sono all’ordine del giorno.

Si protesta a Gabès, a Médénine, a Gafsa, a Kasserine, a Remada. Il carovita, le nuove imposte introdotte per risanare i conti pubblici, i tagli alla spesa e ai sussidi, oltre a corruzione e clientelismo, stanno esasperando gli animi. Rabbia e rancore permeano pure la scena politica: in occasione del voto per l’approvazione della legge di bilancio, allo scontro verbale ha fatto seguito quello fisico fra deputati della coalizione islamista al-Karama e avversari della Corrente democratica.

Proprio per protestare contro i discorsi di «odio» e violenza di alcuni deputati e per rivendicare il carattere civile dello Stato, venerdì scorso decine di persone si sono riunite davanti al Bardo, rispondendo all’appello del sindacato Ugtt (Union générale tunisienne du travail) dell’Associazione tunisina delle donne democratiche (Aftd) e del Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini (Snjt). «La polarizzazione ideologica è riemersa nell’ultimo anno come non succedeva dagli anni 2012-2013. Non è per niente un buon segno», osserva un accademico di origine tunisina in carriera negli Stati Uniti.

Anche la sua richiesta di rimanere anonimo non è per niente un buon segno. Il 2013 è stato l’anno degli assassini politici di Chokri Belaïd e Mohammed Brahmi, esponenti della sinistra uccisi in attentati separati, ma dalla stessa pistola. Un anno funesto, seguito dal boom di arruolamenti nelle file del sedicente Stato islamico per combattere nei teatri di guerra mediorientali (2014). Oppure per mettere a ferro e fuoco il proprio Paese con attentati efferati (2015). Ora, il ritorno di una sorta di autoritarismo con la presidenza del conservatore Kais Saied e l’indebolimento dei due fronti che hanno retto il Paese fino al 2019 (quello islamista moderato e quello liberale) fanno temere la restaurazione dell’ancien régime. Il governo di Hichem Mechichi abbozza e cerca il sostegno di Roma e Parigi. Ma bisogna fare in fretta: la democrazia tunisina è davvero appesa a un filo.

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