Federica Zoja mercoledì 25 luglio 2018
Liel Levitan ha 7 anni, vive con la famiglia ad Haifa:gioca a scacchi da quando aveva quattro anni e stravince. Eppure la “politica” la sta discriminando
Liel Levitan ha 7 anni e vive con la famiglia ad Haifa in Israele

Liel Levitan ha 7 anni e vive con la famiglia ad Haifa in Israele

Liel Levitan ha 7 anni, vive con la famiglia ad Haifa, nel Nord di Israele, ed ha tre fratelli maggiori. Una bambina come tante, ma non del tutto. Liel gioca a scacchi da quando aveva quattro anni. E stravince. Al campionato europeo riservato agli studenti, a Cracovia, ha battuto tutte e dodici le sue avversarie e si è aggiudicata la medaglia d’oro nella sua categoria. Al termine della giornata, avvolta nella bandiera di Israele, il musetto radioso di soddisfazione, ha dichiarato: «Amo gli scacchi. Penso sia un gioco per tutte le età, non solo per gli adulti. Il mio sogno è diventare campionessa del mondo». Liel ha tutte le qualità e la grinta per centrare l’obiettivo, semmai è il mondo che continua a dare segnali deludenti.
La campionessa europea non potrà partecipare al prossimo torneo internazionale, in Tunisia, per via della sua nazionalità israeliana. Gli organizzatori della competizione scacchistica non la vogliono. La sospensione del Gran prix di judo di Tunisi da parte della Federazione internazionale di judo (Jif), avvenuta meno di una settimana fa e causata proprio dal rifiuto del Paese arabo di accettare atleti israeliani, non ha modificato in nessun modo l’atteggiamento delle autorità tunisine: la Tunisia, come la maggior parte dei Paesi arabi e mediorientali, non ha – ufficialmente – rapporti con Israele e non intende cambiare atteggiamento.


Se questo genere di ritorsione viene attuato ancora oggi da quello che è considerato l’unico Paese nordafricano protagonista di un processo di democratizzazione genuino, non può destare scalpore il no di Abu Dhabi ai judoka israeliani iscritti al Gran Slam, in programma nell’emirato quest’estate. Già l’anno scorso, gli atleti di Gerusalemme, seppure accettati alla competizione emiratina, si erano visti rifiutare inno nazionale e bandiera. Un affronto probabilmente più umiliante e doloroso dell’esclusione. Quest’anno, gli organizzatori dello slam di judo del sultanato hanno invece optato per la politica della porta sbarrata e così sono stati anch’essi sanzionati dal Jif.
La «stretta» araba forse è una conseguenza dello spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, con relativo riconoscimento della città quale capitale unica di Israele, oppure della nuova ondata di scontri fra palestinesi di Gaza ed esercito israeliano, esplosa a fine marzo e non ancora sedata. Come se la non partecipazione di Liel alla sua occasione mondiale, come quella di tanti altri atleti israeliani boicottati negli anni, fosse davvero uno strumento utile a chiudere la vicenda israelo-palestinese in modo felice. Idem per l’esclusione di film, romanzi, opere d’arte israeliani dai festival nelle capitali arabe. Anno dopo anno, in modo sterile e cieco.
Liel continuerà a coltivare la propria passione e in altri consessi si farà valere, ma la coltre di ipocrisia propagandistica che continua a drogare il dibattito sulla questione israelo-palestinese nei Paesi arabi e mediorientali permane in maniera desolante. Quando le classi dirigenti nordafricane e mediorientali diranno apertamente alle proprie opinioni pubbliche che relazioni economiche e politiche con Israele, tassello imprescindibile nel quadrante regionale, sono rodate e funzionanti da tempo? È questa, assieme al riconoscimento di Israele da parte di Hamas, la leva di un vero processo di pace con Gerusalemme.

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