Paolo M. Alfieri venerdì 12 ottobre 2018
Rivelazione del Washington Post sul giornalista saudito scomparso a Istanbul. Riprende oggi a Izmir il processo a carico del pastore evangelico Usa Andrew Brunson
Il giornalista saudita Jamal Khashoggi è scomparso il 2 ottobre a Istanbul (Ansa)

Il giornalista saudita Jamal Khashoggi è scomparso il 2 ottobre a Istanbul (Ansa)

Probabile svolta sul caso di Jamal Khashoggi, 59 anni, reporter saudita in auto esilio in Turchia e collaboratore del Washington Post, scomparso il 2 ottobre dopo essere entrato nel consolato saudita di Istanbul. Il governo turco ha fatto sapere a funzionari statunitensi di essere in possesso di registrazioni audio e video che provano che il reporter è stato ucciso all’interno dello stesso consolato saudita, circostanza negata da Riad. Secondo il Washington Post, che cita funzionari americani e turchi, e registrazioni audio fornirebbero la prova della responsabilità di una squadra saudita nella morte del giornalista, con particolari raccapriccianti. “Si può sentire come è stato interrogato, torturato e poi ucciso”, ha riferito una fonte al giornale.

Dalle registrazioni emergerebbe che un team saudita ha catturato Khashoggi, dopo che il giornalista era entrato nel consolato per ottenere alcuni documenti in vista del suo matrimonio, lo ha ucciso e ne ha smembrato il corpo, hanno fatto sapere i funzionari. “La registrazione delle voci all’interno della rappresentanza diplomatica spiega che cosa è successo a Jamal dopo che è entrato nell’edificio”, ha riferito al quotidiano in condizioni di anonimato una delle fonti, che ha aggiunto: “Si può sentire la sua voce e voci di uomini parlare in arabo, si sente come è stato interrogato, torturato e poi assassinato“.

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Un altro funzionario, a conoscenza del contenuto delle registrazioni, ha affermato che si sentono uomini picchiare Khashoggi. Il materiale non sarebbe stato pubblicato ufficialmente perché la Turchia “teme si possa rivelare come Ankara spii le entità straniere nel Paese”. Non è chiaro, sottolinea il Washington Post, se i funzionari Usa abbiano visto i video o ascoltato gli audio, ma i colleghi turchi hanno descritto loro il contenuto. Secondo questi resoconti, “dopo aver ucciso” il giornalista il team di agenti sauditi si è spostato nella vicina residenza del console, dove il personale era stato fatto andare via in anticipo.

Ieri sera il portavoce del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, aveva annunciato che Turchia e Arabia Saudita collaboreranno per cercare di far luce sulla scomparsa di Khashoggi. “Su proposta dell’Arabia Saudita sarà costituito un gruppo investigativo congiunto composto da nostri uomini e sauditi – aveva dichiarato Kalin – per tentare di risolvere il caso relativo la scomparsa del giornalista Jamal Khashoggi”.

Il processo al pastore Usa

Intanto riprende oggi a Izmir, in Turchia, il processo a carico del pastore americano Andrew Brunson, agli arresti domiciliari con l’accusa di spionaggio, affiliazione alla rete guidata dal predicatore islamico Fetullah Gulen e al Pkk. Il suo legale, Ismail Cem Halavurt, ha dichiarato di aspettarsi che il tribunale riveda gli arresti domiciliari e revochi il divieto di espatrio per il pastore. Media americani riferiscono invece che la Casa Bianca ha raggiunto un “accordo segreto” con Ankara che prevede il rilascio di Brunson e che cadano alcune accuse nei suoi confronti in cambio di un alleggerimento della pressione economica sulla Turchia.

Nato cinquant’anni fa in Nord Carolina, Brunson è stato fermato nell’ottobre del 2016 e formalmente arrestato nel dicembre successivo. È accusato di legami con Gulen, che Ankara ritiene la mente del tentato colpo di Stato del 15 luglio del 2016 costato la vita a 250 persone. Su di lui anche l’accusa di far parte del Pkk, ritenuto un’organizzazione terroristica dalla Turchia, dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti.

La procura ha chiesto che venga condannato a 35 anni di carcere. Brunson si è trasferito in Turchia con la moglie nel 1993 e ha assunto la guida della Chiesa della Resurrezione di Izmir. Nega tutte le accuse. Il processo a suo carico è iniziato ad aprile e a luglio gli sono stati concessi gli arresti domiciliari dopo circa un anno e mezzo in carcere. Il 3 ottobre il suo avvocato, Halavurt, ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale per chiedere il rilascio di Brunson. Ieri l’amministrazione Trump si è detta cautamente ottimista sul rilascio a breve del pastore evangelico.

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