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Federico Peirone

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24 Aprile 2017

TURCHIA – (24 Aprile 2017)

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TURCHIA

La Turchia repubblicana e il fenomeno Erdogan (Seconda parte)

NAT da Polis

L’attuale  presidente turco ha ridato corpo alla classe, assai numerosa, di origine anatolica, usando i dettami dei principi della economia neoliberista, al contrario di quella statalista dei kemalisti, sviluppando una nuova classe media alla quale è permesso esprimere anche la propria religiosità, ma sempre in un crescendo autoritario.

 

Istanbul (AsiaNews – Per capire il fenomeno Erdogan  e i suoi comportamenti autoritari nell’esercizio del potere, lontano cioè da ogni concezione democratica, bisogna fare un breve percorso storico della Turchia repubblicana, fondata dai militari a capo dei quali era il generale Mustafa Kemal, detto poi Ataturk, in quanto padre fondatore della Turchia Repubblicana.

La società turca dunque  come qualsiasi altra società è prodotto  della sua storia.

La nazione – Stato turco moderno è stato fondato nel 1923 dai militari che, come eredi dell’ Impero ottomano, hanno fondato la Turchia repubblicana al fine della salvaguardia di quello che era rimasto dell’Impero, basandola su alcuni pilastri, che sono stati l’esercito, la giustizia gestita da un magistratura controllata dagli stessi militari, il ministero degli affari esteri, il ministro della pubblica istruzione e la Diyanet (gli affari religiosi). Così per decenni.

Questa nuova Turchia ha ereditato dall’Impero ottomano l’apparato statale, abbastanza efficiente, e una popolazione profondamente conservatrice. Questa contrapposizione tra un popolo di natura conservatrice e un regime militare che voleva imporre le sue idee di riforme ha avuto come conseguenza che quest’ ultimo ha intrapreso e praticato vie autoritarie durante tutto il suo dominio, iniziato nel 1923 e finito nel 2002 con la vittoria dell’AKP di Erdogan.

Il nuovo Stato non disponeva degli strumenti per formare la popolazione, in altre parole per convincerla della via suggerita da loro. Per questo è stata applicato il metodo di una cosiddetta ingegneria sociale, fondato su un esasperato nazionalismo. Qualcuno ha definito, per i  suoi metodi, il regime kemalista un regime di stampo sovietico. Non a caso il regime kemalista si è sviluppato in un periodo nel quale in Europa nascevano vari regimi autoritari, come quello sovietico, quello fascista ecc.

Va pure rilevato che Kemal Ataturk, e i suoi seguaci erano originari di vari Paesi balcanici, sicuramente di estrazione  diversa dai turchi dell’Anatolia. Lui stesso era di Tessalonica, aveva frequentato una scuola donme (ebrei convertiti all’islam), mentre i suoi seguaci erano di varie etnie balcaniche che avevano abbracciato la religione islamica, cosa consueta e anche imposta durante il dominio ottomano. Questo ha avuto come conseguenza la spaccatura della società turca in due gruppi: quello che viveva nell’Anatolia, tradizionalmente molto religioso, più povero e molto meno  istruito e quello di origine balcanica, molto  più istruito e secolarizzato e quindi più progressista, denominato “dei turchi bianchi”, che prevalsero nel gestire il potere nella nuova Turchia repubblicana.

Vittime di questo nuovo corso, in quanto non rientravano in questo  progetto sono stati i curdi, che rivendicavano la loro autodeterminazione etnica, la  minoranza musulmana alevi e tutte le altre minoranze non musulmane. Minoranze ritenute democratiche o socialiste che costituivano un pericolo per la sopravvivenza del nuovo Stato.

Alla realizzazione di questo nuovo Stato, cosiddetto laico, fu messa a disposizione un apparato ferreo, con un unico partito (il CHP), quello di Ataturk, al potere fino al 1950. Tutto l’apparato, coadiuvato da una pubblica istruzione monolitica e controllata, ha impedito e soppresso per decenni ogni rivendicazione per uno sviluppo democratico della società.

Dopo il 1950 e l’imposizione americana della democrazia parlamentare multipartitica, ci hanno pensano i successivi colpi di Stato (1960,1971,1980,1997) a riportare il sistema politico sulla retta via, quella kemalista, con le relative purghe e la messa fuori legge di diverse forze politiche. Inoltre va rilevato che durante il periodo del partito unico, che va dal 1923 al 1950, ogni volta che appariva una diversa forza politica, essa incontrava il consenso delle masse e quindi subito veniva perseguitata.

In questo contesto il parlamento turco non ha mai esercitato alcun potere. Tutto il potere è stato esercitato dall’apparato statale kemalista.

Purtroppo l’Occidente si faceva impressionare, come diceva l’intellettuale turco Murat Belge, dai comportamenti occidentali dei kemalisti e non sono state mai prese in considerazioni le pratiche e i metodi antidemocratici esercitati dal potere kemalista per sopprimere le volontà e le richieste della gran parte della popolazione turca.

Risultato di tutto questo processo politico della Turchia contemporanea instaurato da Kemal Ataturk e i suoi compagni di partito nel 1923 è la mancanza di sensibilità democratica. Fatto questo che fa capire che la lotta politica in Turchia consiste in una lotta per poter controllare lo Stato e non il parlamento, in quanto il controllo dello Stato non è mai stato separato dal mondo politico, che ne determina l’evoluzione. L’esercizio del potere, quindi, non ha senso se un partito politico non controlla la magistratura, la burocrazia e chiaramente l’ esercito.

Un’altra cosa assai importante è che lo Stato turco era in apparenza laico. Ma, sostanzialmente, lo Stato non si è mai separato dalla religione. Anzi la controllava del tutto, tramite la potente Direzione per gli affari religiosi (Diyanet). E proprio in seguito al colpo di Stato dei generali del 1980 è stato dato il via alla scalata al potere dei partiti di estrazione islamica, allo scopo di fermare la crescita dei partiti di estrazione di centro sinistra. Hanno iniziato prima con il presidente Turgut Ozal, di origine curda, seguito da Erbakan e poi da Erdogan.

Diventa allora chiaro che l’attuale presidente della Repubblica turca Tayyip Erdogan  non distrugge una democrazia che non si è mai storicamente sviluppata, ma è figlio del periodo kemalista, in formato islamico.

Erdogan, cresciuto nel quartiere popolare di Istanbul Kasimpasa, istruito nelle scuole religiose imam hatip, dal linguaggio grezzo e senza orpelli, insieme al suo partito, ha espresso quel cittadino turco che per decenni è stato lo spermatozoo che doveva svilupparsi secondo i dettami kemalisti, disprezzato ogniqualvolta non  riusciva al supremo fine e quindi emarginato. Insomma il classico esempio di un esperimento di tipo sovietico, fascistoide.

L’attuale  presidente turco ha quindi ridato corpo alla classe, assai numerosa, di origine anatolica, usando i dettami dei principi della economia neoliberista, al contrario di quella statalista dei kemalisti, sviluppando una nuova classe media alla quale è permesso esprimere anche la propria religiosità, ma sempre in un crescendo autoritario, in quanto anche lui non ha una percezione democratica della politica e della vita sociale.

L’establishment kemalista ha cercato di fermarlo con colpo di mano della Corte Suprema nel 2007 per impedire l’ elezione di Abdullah Gul alla presidenza della Repubblica, ma per un solo voto si è evitato l’impeachment contro Erdogan e il suo partito.

Dopo di che egli ha iniziato a spada a tratta l’epurazione dell’apparato kemalista, fino alle elezione del 2011. Elezioni cruciali e vinte con il 50% dei voti, che hanno confermato che il pericolo kemalista non esisteva più. Dopo di che ha iniziato a dare  segni di arroganza e vanagloria, esibendo anche un certo paternalismo,  intromettendosi nella vita privata dei cittadini, indicando i comportamenti.

Erdogan non ha imposto niente, mi diceva un vecchio kemalista, ma è il popolo dell’Anatolia che ci ha imposto Erdogan.

Sono seguiti i fatti di Gezi Park, la questione siriana, la sua elezione alla presidenza della Repubblica, il voltagabbana con i curdi e con i russi, ecc.

Ma le questioni che sorgono dopo la sua risicata vittoria nel referendum del 26 aprile, fortemente voluto da lui per riformare la Costituzione che gli dà pieni poteri, sono:

1. come si formeranno i nuovi equilibri di potere in un Paese di scarse tradizioni democratiche;

2. con la  riconferma di Erdogan e dei suoi e con il contemporaneo allontanamento  degli islamici di Fetullah Gulen, islamici assai istruiti, e dei kemalisti dalla pubblica amministrazione turca, ne è stato cambiato il volto. Come osservano analisti degli affari turchi, né i kemalisti né i sostenitori di Gulen si consideravano effettivamente filoccidentali, ma almeno traevano dall’occidente alcuni esempi amministrativi, mentre adesso sono evidenti certi comportamenti anatolici.

Insomma, ci si domanda se sarà capace Erdogan di autocontrollarsi dopo questa sua ennesima vittoria, oppure continuerà ad essere aggressivo, perché non ha alternative. Con tutte le preoccupanti conseguenze.

Intanto i turchi bianchi stanno comprando delle case in Grecia, per poter ottenere il tanto desiderato  permesso di soggiorno valido per l’ Europa.

Il testo originale e completo si trova su:

http://www.asianews.it/notizie-it/La-Turchia-repubblicana-e-il-fenomeno-Erdogan-(Seconda-parte)-40559.html