E il Leviatano cominciò a perdere le sue forze
Giorgio Ferrari martedì 25 giugno 2019

«Io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest’uomo o a questa assemblea di uomini, a questa condizione, che tu gli ceda il tuo diritto, e autorizzi tutte le sue azioni in maniera simile». È una delle proposizioni-cardine del Leviatano di Thomas Hobbes, controversa teorizzazione dell’assolutismo raffigurato – come è noto – dall’immagine biblica del gigante costituito da una moltitudine di singoli individui.

Le ‘democrature’ che oggi vanno affollando il panorama geopolitico mondiale si avvalgono sovente di una caricaturale radicalizzazione del pensiero del filosofo inglese: formalmente sono delle democrazie liberali, di fatto sono regimi autoritari con tendenze assolutiste e talvolta derive dittatoriali. La Russia di Putin, la Cina di Xi Jinping, l’Iran di Rohani e Khamenei, l’Egitto di al-Sisi, ma anche il Venezuela di Maduro, il Nicaragua di Ortega, la Corea del Nord, le tante satrapie del Golfo, fanno sicuramente parte di questo club – i francesi la chiamano dictature camouflée –, ma i candidati e gli aspiranti non mancano: certe manomissioni della Costituzione, certe restrizioni delle libertà elementari si sviluppano anche all’interno dell’Unione Europea, soprattutto negli ex Paesi-satellite dell’Unione Sovietica.

Anche la Turchia di oggi è una ‘democratura’. Un Paese in cui cinquantamila fra funzionari pubblici, militari, forze dell’ordine, militanti politici, giornalisti si trovano dietro le sbarre accusati di tramare contro lo Stato e dove di quando in quando si vagheggia il ritorno alla pena capitale difficilmente può definirsi una democrazia liberale. Poi però accade l’impensato. Accade che il durevole consenso plebiscitario di un politico di indiscutibile successo come Recep Tayyp Erdogan s’incrini e il sultano che sognava una Turchia neo-ottomana arbitro assoluto del Medio-Oriente si veda sconfitto nella ‘sua’ Istanbul dal quarantanovenne di Trebisonda Ekrem Imamoglu, candidato sindaco del Cumhuriyet Halk Partisim (l’antica formazione laicista erede storica del kemalismo guidata dal leader Kiricdaroglu), astro nascente che nella più ricca e popolosa metropoli dell’Anatolia – da sola raggruppa 15 milioni di abitanti e il 30% del Pil nazionale – è arrivato primo per due volte.

Già, perché quella di domenica è stata una ripetizione del voto, in quanto – così son fatte le ‘democrature’ quando le cose si mettono male – quelle 14mila preferenze di scarto non convincevano il sultano Erdogan della correttezza dello spoglio. Dunque, nuova consultazione: e questa volta, una decina di punti percentuali di distacco sull’avversario dell’Akp (il partito islamico di Erdogan) da parte di Imamoglu. Uno schiaffo sonoro, clamoroso, che si aggiunge al rovescio di consensi già subito a marzo a Ankara e a Smirne.

Clamoroso quanto lo fu nel 2013 l’alzata di scudi dei giovani di Gezi Park, i ‘millennials’ che sognavano un’altra Turchia, laica e democratica e che costò loro nove morti e oltre ottomila feriti, centinaia di arresti e una ferrea chiusura al dialogo da parte del potere. All’epoca, Erdogan poteva contare sulla fedeltà della profonda Anatolia, quella rurale, poco scolarizzata e sostanzialmente nemica della modernità e sul consenso di una classe media rampante, eccitata dalla vertiginosa crescita economica. Ma il ‘bottino’ vero – inteso come ricchezza nazionale e quindi di voti – lo si confeziona a Ankara, Smirne e Istanbul. E qui, come si vede, la presa di Erdogan e del suo partito è di giorno in giorno meno sicura, complice il drastico rallentamento dell’economia, l’alta inflazione, la crisi occupazionale e una irrimediabile svalutazione della lira. Non sarà certo il voto di Istanbul a far cadere Erdogan, né al momento si intravede un candidato in grado di sfidarlo alle elezioni presidenziali del 2023.

Tuttavia c’è un’altra e certamente più preziosa lezione che se ne ricava. Lezione che vale anche per Mosca (dove si scende in piazza per protestare contro l’arresto arbitrario di un giornalista inviso al regime), Praga (dove una manifestazione oceanica chiede le dimissioni del premier Babis in odore di frode e corruzione) e perfino Pechino (dove Hong Kong, estremo avamposto della democrazia all’occidentale, reclama il rispetto dei diritti elementari dell’uomo), ma che può essere indirizzata a tutti i sovranisti del mondo: la formula-baratto ‘sicurezza contro libertà’, cara a Hobbes e ancor di più alle ‘democrature’ odierne, non sempre funziona. Anzi, sempre più spesso s’inceppa e si rivolta contro i suoi apprendisti stregoni. «Mi congratulo con Imamoglu. Oggi la volontà della nazione si è manifestata ancora una volta», si è visto costretto dire Erdogan. In realtà si chiama semplicemente ‘democrazia’, ma è un concetto col quale il sultano, forse, non ha gran dimestichezza.

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