Le baruffe incendiarie del sultano d'argilla
Giorgio Ferrari mercoledì 28 ottobre 2020

La procura generale di Ankara ha aperto una procedura giudiziaria mettendo sotto inchiesta la rivista satirica francese Charlie Hebdo per la caricatura del presidente Recep Tayyip Erdogan nella copertina della sua nuova edizione, in uscita oggi (Redazione Internet).

La disputa che si è accesa fra la Turchia e la Francia attorno all’estremismo islamista che ha mosso la mano omicida del giovane ceceno che ha decapitato l’insegnante Samuel Paty, colpevole di aver mostrato ai propri alunni le famose vignette irriverenti di ‘Charlie Hebdo’ nei confronti del profeta Maometto, non deve trarci in inganno. La cieca difesa della libertà assoluta di disonorare e denudare financo nella sua sacralità ogni manifestazione dello spirito umano, sostenuta da Emmanuel Macron, e la violenta e ottusa reazione del presidente Erdogan nell’accusare la Francia e svariati leader occidentali di una «islamofobia di intonazione fascista» paragonata all’intolleranza antiebraica che fu propria del nazismo e causa della Shoah sono figlie di un radicalismo che a dispetto degli espedienti che utilizza per dissimulare la propria origine, ha radici secolari.

Radici che rispuntano – come due fratelli coltelli – da un lato nell’esasperata laïcité primonovecentesca, figlia già vecchia dell’ormai antica Rivoluzione, di cui Macron si ammanta con la collaudata alterigia, dall’altro nell’ostentato nazionalismo panislamista e neo-ottomano con cui Erdogan è uso pescare e conservare il consenso e la popolarità che con il passare degli anni si vanno infragilendo. Due miti fondativi che in fondo si assomigliano.

Il risultato è una baruffa da teatro dei pupi: di qua lo pseudo-crociato Macron che impegna la Francia «in una lotta esistenziale contro il terrorismo islamista», di là lo pseudo-Saladino Erdogan, che dà del ‘demente’ al proprio avversario e lancia una campagna per boicottare i prodotti francesi, dal Camembert allo yogurt Danone, fino ai brand del lusso come Chanel, Vuitton, Givenchy amatissimi dalle dame anatoliche, dimenticandosi che le automobili più vendute in Turchia sono proprio quelle francesi. Esempio subito seguito (o semplicemente minacciato) da altre nazioni a forte maggioranza islamica come la Tunisia, il Marocco, l’Algeria, l’Iran, il Kuwait, il Qatar. O altre ancora, come il Libano, il Pakistan, il Bangladesh e la Striscia di Gaza, dove in mancanza d’altro si bruciano le bandiere francesi e i ritratti di Macron.

Fin qui – a parte il risvolto commerciale – si tratterebbe più che altro di una guerra di simboli e di orgoglio nazionale, di cui entrambi i Paesi e i loro leader straripano. Ma dietro la cortina delle parole c’è ben altro. C’è una Turchia che ormai da anni non si contiene e non rinuncia all’ambizione di essere il player regionale più influente del vasto scacchiere che va dal Caucaso al Maghreb, in nome di un irredentismo di lontana memoria (è ormai un secolo che il ‘grande malato d’Europa’, l’Impero ottomano, ha cessato di esistere) che oggi però ritorna nel fragore delle armi, non solo delle parole.

Dall’irrisolto conflitto in Siria con la jumlukiya (la ventennale monarchia repubblicana di Bashar al-Assad) alla Libia, dal Kurdistan ridotto a riserva indiana a ridosso del confine turco al recente appoggio (con aerei cannoni) all’islamico Azerbaigian nella disputa con l’Armenia cristiana nel Nagorno Karabakh, dalla spartizione con la Russia delle rispettive zone d’influenza fra Tripolitania e Cirenaica fino al muscolare espansionismo attorno alle piattaforme energetiche nell’Egeo (con severa minaccia di usare le armi a Cipro e contro la Grecia), il marketing politico-religioso di Erdogan mescola la spada con la mezzaluna, l’affratellamento armato all’imbelle al-Sarraj a Tripoli in funzione anti-Haftar con la re-islamizzazione della basilica di Santa Sofia a Istanbul e le cinquecento moschee che Ankara ha finanziato e disseminato in tutta Europa, lo spudorato acquisto dai russi del sistema di difesa antimissile S-400 nonostante la Turchia sia membro-chiave della Nato con l’autoproclamazione del presidente turco a «difensore della umma».

Considerata l’ambizione mai troppo celata di Recep Taypp Erdogan di ripristinare un sultanato nazionalista sotto l’ombrello della fede, non diremmo che il confronto con Macron e l’Europa sia propriamente uno scontro di civiltà, come alcuni vorrebbero. Ma uno scontro politico e culturale, questo sì.

A risolverlo, obbligando Erdogan a un’inversione di rotta, potrebbe essere la precipitosa caduta della divisa turca, scesa ormai attorno alle 8 lire per un dollaro (in un anno ha perso il 25%, in dieci anni l’80%), con un’inflazione che sfiora il 12% e la propensione della middle class anatolica a convertire i propri risparmi in dollari per conclamata sfiducia nella propria valuta nazionale. Ed è questa sfiducia di una classe che per anni gli aveva attribuito un consenso fluviale che rende fragili e d’argilla i piedi del sultano.

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