Francesco Palmas domenica 30 agosto 2020
Ankara alza la posta sulla ricerca di idrocarburi: muove le navi nel Mediterraneo orientale L’Europa minaccia «sanzioni», mentre Emirati Arabi e Israele non voglio stare a guardare
La Oruç Reis ancorata a Istanbul

La Oruç Reis ancorata a Istanbul – Reuters

 

Non c’è pace nel Mediterraneo orientale. Da metà agosto è un continuum di manovre navali e di ratifiche di trattati antitetici sulle zone economiche esclusive. Sullo sfondo, c’è una Turchia sempre più aggressiva. Per decenni, Ankara è stata solo una potenza terrestre. Dal 2000, sta investendo copiosamente sulla flotta. Surclassa ormai Atene per naviglio: oltre 120mila tonnellate contro 65mila. Cipro è indifesa. Non ha una Marina, ma solo un pugno di pattugliatori costieri.

Erdogan ha gioco facile. Ha tessuto una trama circolare, quasi una tenaglia, avviluppando i potenziali nemici in una rete di basi navali, dal Corno d’Africa a Misurata, in Libia. Con il governo di Tripoli ha siglato un’intesa sulle zone economiche esclusive, dal potenziale esplosivo. L’accordo ha esteso la piattaforma turcomediterranea a 200 miglia nautiche, contro le 12 previste dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e le 6 relative al mar Egeo. Con Ankara esiste un «mega-problema », a tratti irriducibile. La Turchia disconosce la Convenzione e, di conseguenza, non è possibile adire il Tribunale internazionale sul diritto del mare. La sua intesa con Tripoli è gravida di conseguenze, perché priva Atene di ampi spazi di mare, aperti a sud di Creta a promettenti ricerche energetiche; in seconda battuta, separa la Grecia da Cipro e, terzo, taglia in due il Mediterraneo, creando problemi geopolitici sulla libertà di navigazione e la posa di gasdotti fra Israele, Cipro, Grecia e l’Italia.

Ecco perché Atene è corsa ai ripari, ratificando un accordo sulle sfere d’influenza con l’Egitto, che si sovrappone in parte a quello turco-libico. Il confronto si sta polarizzando. Mentre Atene brandisce la minaccia delle sanzioni, la Germania sta tentando una mediazione disperata. A parole tutti si dichiarano pronti a nego- ziare, Berlino e Roma obtorto collo. Sono le più esposte al ricatto turco sui migranti, via Balcani e via Tripolitania-Mediterraneo centrale. Erdogan ha più carte da giocare. Sul piano diplomatico, sta cercando la sponda di Donald Trump, cui avrebbe confidato che «non è la Turchia a causare instabilità nell’area». Più di Atene, Ankara è strategica per la Nato. Geograficamente, gioca un ruolo chiave in funzione antirussa. Controlla il mar Nero e gli stretti. Ma le parole di Erdogan sono insulse, pronunciate mentre navi turche navigano fra Creta e Cipro. «La forza primeggia sul diritto», avrebbe detto Bismark.

La Turchia pare ispirarsene. Occupa Cipro nord dal 1974. Non riconosce la Repubblica di Cipro, membro dell’Ue, con cui è ai ferri corti. Nicosia ha deciso di esplorare l’alto mare nel 2010, quando Israele ha scoperto riserve di idrocarburi al largo di Haifa. Da quel momento in poi sono cominciati i guai. Trovando gas nelle sue acque, Cipro ha scatenato la reazione di Ankara, timorosa che Nicosia violi l’impegno di condivisione delle risorse con il Nord. È ormai dal 2011 che Ankara si frappone, inviando navi e aerei nelle acque contese. Il 21 settembre scorso, ha firmato con il nord dell’isola un accordo che le consente di esplorare le acque a Cipro, non solo a Nord ma anche a Sud. Peccato che il governo di Cipro Nord non sia legittimato a concludere accordi internazionali, essendo riconosciuto dalla sola Turchia. Per tutelarsi, Nicosia ha siglato un patto di mutua difesa con Israele.

Farà altrettanto con Parigi, mentre gli Emirati si stanno dispiegando in forze a Creta. Se fallisse la mediazione tedesca, non rimarrebbero che le sanzioni dell’Ue invocate da Atene: Joseph Borrell, capo della politica estera, lo ha detto senza giri di parole, incassando la dura replica turca che con l’Europa ha sempre l’arma dei migranti che ospita (a pagamento) da brandire: «Se i tentativi di Atene di espandere le sue acque territoriali non sono un casus belli, allora cosa sono?», ha replicato il vicepresidente turco Fuat Oktay. Mentre la Grecia, dopo le manovre navali con Italia, Francia e Cipro, reagirà a ogni «provocazione». E se i turchi si dichiarano pronti a negoziare, continuano però a provocare. Hanno appena rilasciato un nuovo avviso ai naviganti (Navtex), informandoli che la nave Oruç Reis continuerà le ricerche di idrocarburi fra Creta e Cipro fino a martedì. A prova della tensione, ieri Ankara ha detto anche di aver intercettato nella zona sei caccia F-16 greci. Colmo dei colmi, i turchi terranno nuove esercitazioni navali, per di più «a fuoco reale», proprio da martedì e fino all’11 settembre, al largo di Iskenderun, la Alessandretta del mandato francese al tempo del crollo ottomano, e di Anamur a nord di Cipro.

© Riproduzione riservata

Il testo originale e completo si trova su:

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/le-mani-di-erdogan-su-cipro