Luca Geronico lunedì 8 ottobre 2018
Ancora nessuna certezza sulla sorte di Jamal Khashoggi scomparso il 2 ottobre nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul. Fonti turche sospettano sia stato ucciso nella sede diplomatica
Manifestanti con l'immagine di Jamal Khashoggi riuniti davanti al consolato saudita di Istanbul (Epa)

Manifestanti con l’immagine di Jamal Khashoggi riuniti davanti al consolato saudita di Istanbul (Epa)

L’Arabia Saudita ha autorizzato le autorità turche a perquisire il suo consolato a Istanbul. Lo ha riferito il ministero degli Esteri della Turchia. Jamal Khashoggi, editorialista del «Washington Post» e critico nei confronti di Riad, è scomparso dopo essere entrato martedì scorso nella rappresentanza diplomatica del suo Paese nella città turca.

«Le autorità saudite hanno detto di essere aperte alla cooperazione e che una perquisizione può essere condotta nella sede del consolato», ha fatto sapere Ankara. L’Arabia Saudita assicura che il reporter ha lasciato il consolato, ma Ankara sostiene il contrario e alcune fonti governative turche sostengono che il giornalista sia stato assassinato. Ieri il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva affermato che Riad deve «provare» che il giornalista sia uscito dal suo consolato. «Se è uscito dovete provarlo con delle immagini», aveva dichiarato Erdogan da Budapest. Intanto anche gli Usa, con il segretario di Stato Mike Pompeo, chiedono all’Arabia Saudita di «sostenere una indagine accurata».

Intanto le autorità turche stanno esaminando nelle telecamere di sorveglianza delle strade attorno al consolato un van nero che sospettano sia stato usato per far uscire il corpo di Jamal Khashoggi dalla sede diplomatica saudita a Istanbul. L’ipotesi, riportata dal “Guardian”, è che il furgone, normalmente utilizzato per trasportare documenti diplomatici, sia stato utilizzato da un commando saudita responsabile della scomparsa della voce critica con il regime di Riad.

Lunedì un funzionario del consolato saudita a Istanbul aveva definito «oltraggiose e infondate» le accuse sul fatto che il giornalista saudita Jamal Khashoggi sia stato ucciso nella sede diplomatica. Secondo fonti diplomatiche una delegazione di investigatori dell’Arabia Saudita è arrivata sabato a Istanbul, su richiesta di Riad e accettata dalle autorità turche.

Sempre lunedì il Washington Post aveva chiesto «risposte» sul caso del giornalista saudita Jamal Khashoggi, suo collaboratore ed editorialista. «Tre governi ora hanno la responsabilità ineludibile di agire», si leggeva in un editoriale del quotidiano. Se fosse vero che è stato ucciso, «sarebbe un crimine orribile, l’assassinio di un giornalista nel consolato del suo Paese in terra straniera, un fatto senza precedenti nella storia moderna. Finora, non abbiamo prove», proseguiva il Washington Post che chiamava in causa Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti.

Jamal Khashoggi, 59 anni, reporter saudita in auto esilio e collaboratore del Washington Post, è scomparso il 2 ottobre dopo essere entrato nel consolato saudita di Istanbul. «Preparate i funerali», hanno detto gli inquirenti turchi all’amico e collega Turan Kislakci, spiegando di avere «le prove che il giornalista è stato ucciso in maniera barbara» e che, dopo essere stato reso «incosciente», il suo corpo è stato smembrato». Il Washington Post, citando due funzionari anonimi, ha subito sostenuto la tesi dell’«omicidio premeditato».

Il giornalista è noto per le sue denunce degli arresti e delle limitazioni dei diritti civili da parte delle autorità saudite. Una penna poco gradita al principe Mohammed bin Salman, primo in linea di successione all’82enne re Salman e protagonista assoluto del nuovo corso di Riad. Riformatore su qualche fronte sociale – la concessione del diritto di guida alle donne e l’apertura dei cinema banditi fino a qualche mese fa – sembra essere un implacabile persecutore di principi e miliardari potenzialmente pericolosi per il suo potere, in nome di un’improbabile crociata anticorruzione.

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