Giorgio Ferrari lunedì 15 giugno 2020
Solo dieci mesi fa, Washington e Ankara erano sull’orlo dello scontro in Siria. Poi, il presidente turco è sceso in campo in Libia a sostegno di Sarraj. E la Casa Bianca ha deciso di appoggiarlo

Si è «aperta una nuova era» tra il presidente Usa Donald Trump e il collega turco Recep Tayyip Erdogan

Si è «aperta una nuova era» tra il presidente Usa Donald Trump e il collega turco Recep Tayyip Erdogan – Ansa

«In tutta onestà, dopo la conversazione dell’altra notte si è aperta una nuova era fra Turchia e Stati Uniti». Parola di Recep Tayyp Erdogan, signore e padrone del piccolo ma agguerrito impero neo-ottomano, che in un’intervista a una televisione americana ha annunciato il new deal fra Ankara e Washington. Ci stupiamo? Un po’ sì. Soltanto dieci mesi fa Stati Uniti e Turchia erano sulla soglia di un confronto armato lungo il confine siriano a causa dell’appoggio che il Pentagono aveva offerto ai curdi di Ypg ( Yekîneyên Parastina Gel), che Erdogan considera tuttora contigui al Pkk e dunque terroristi puri. Per evitare un conflitto vero e proprio Donald Trump scelse di strangolare l’economia turca applicando dazi su alluminio e acciaio “made in Turkey”, di sollecitare il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno (approvato dalla Camera con 405 voti a favore su 435), di escludere la Turchia dal protocollo Nato che prevede l’uso dei caccia multiruolo F-35 imponendo per sovramercato il divieto di importare petrolio iraniano. La risposta di Erdogan era stata di pari livello: ai russi confermava spudoratamente l’acquisto del sistema di difesa antimissile S-400, un vero e proprio sfregio all’Alleanza Atlantica, e parimenti si schierava solidale a fianco di Teheran all’indomani della morte violenta del generale Qassem Soleimani («Un brutale assassinio », secondo i media turchi). Come dire, relazioni diplomatiche ai minimi termini.

Ma era soltanto l’inizio. Forte di un piano di spartizione messo a punto con la Russia, Erdogan è sceso in campo in Libia ribaltando con forniture militari, consiglieri e truppe scelte le sorti della sgangherata offensiva del generale Khalifa Haftar, che per quattordici mesi aveva tenuto sotto assedio Tripoli proclamando la volontà di annettersi l’intera Tripolitania. Ora però fra Trump e Erdogan si sprecano i sorrisi. Com’è rinato questo flirt fra due spericolati giocatori di poker? “Business as usual”, verrebbe da dire, anche se per il momento più di natura politica che finanziaria. In ogni caso a tirare le fila galeotto è stato un trio di mariti delle figlie dei potenti di entrambi i Paesi: come Berat Albayrak, ministro delle Finanze e genero di Erdogan, Jared Kushner, genero di Donald Trump, e Mehmet Ali Yalcindag, genero del tycoon dell’editoria e proprietario della Cnn turca e dell’autorevole quotidiano filogovernativo Hürriyet. Il profumo degli affari, mescolato con il più acre aroma del coronavirus che ha flagellato non solo le economie americane e turca ma soprattutto la popolarità sia del sultano Erdogan sia del primo inquilino della Casa Bianca, è stato decisivo. Ed ecco dunque un primo scambio di cortesie: Ankara libera il pastore protestante Andrew Brunston, da 23 anni residente a Izmir, tratto in arresto sotto l’accusa di appartenere all’organizzazione terroristica che fa capo a Fetullah Gülen, un tempo sodale di Erdogan e da lungo tempo emigrato negli Stati Uniti e soprattutto sospettato di aver ordito il fallito golpe militare del 15 luglio 2016. Washington a stretto giro ricambia: il Fbi annuncia l’apertura di un’indagine preliminare su Gülen. Di più: contro il parere del Congresso, Trump respinge l’ipotesi di nuove sanzioni economiche alla Turchia per la vicenda degli S-400. «Finirebbe nelle braccia di Putin», spiega ai suoi. Ma soprattutto è il disco verde che sostanzialmente Trump ha acceso nei confronti dell’intervento turco, a sostegno del governo di Tripoli, riconosciuto dall’Onu, di Fayed al-Sarraj ad avere suggellato questo nuovo matrimonio.

Una campagna in cui le forze turche hanno fatto ampio uso di armamenti in dotazione alla Nato, senza che Trump eccepisse. Il perché è più che evidente: ciò che è buono in funzione contenitiva anti-russa è buono anche per l’America. E pazienza se a giocare magistralmente questa mano di poker è un abilissimo equilibrista come Erdogan, capace di utilizzare la forza (si sta perfino dotando di una guardia pretoriana personale, le «aquile della notte», in pratica dei giannizzeri) come l’astuzia. In fondo i due si somigliano e probabilmente si piacciono. Che poi questo flirt sia davvero durevole è ancora tutto da vedere.

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