Una «primavera araba» nel dialogo tra le fedi
Angelo Scelzo giovedì 4 aprile 2019

C’è più di un sintomo che dal documento di Abu Dhabi, sulla fratellanza umana, firmato nel febbraio scorso da papa Francesco e dal grande imam al-Tayyeb stia per nascere una nuova forma di ‘primavera araba’. Non moti di piazza, ma dell’anima sì, a giudicare dai fermenti in atto e dagli esiti, perfino immediati, dell’intensissima peregrinazione che il Papa ha iniziato in quell’area a partire proprio dalla luogo simbolo della moschea e dell’università di al-Azhar. Forse per la prima volta in forma organica, in Marocco si è manifestato tutto il processo, e il lavoro, portato avanti in questi anni anche dall’altro islam, antitetico al fondamentalismo jihadista, attraverso le sue scuole, i suoi organismi, le sue iniziative, a partire dalla Conferenza del 2016 a Marrakech sui diritti delle minoranze religiose.

La visita del Papa ha esaltato questo impegno nei discorsi e tanto più in un gesto che non ha avuto bisogno di parole, nel momento stesso in cui ha messo piede nell’istituto di formazione degli imam, inaugurato sempre tre anni fa, forse l’anello più importante della catena di buona fede e di moderazione politica stretta intorno ai fanatismi vecchi e nuovi, religiosi e no.

È proprio a partire dal nucleo centrale della formazione, evocato non solo in riferimento al mondo musulmano, che è possibile, a questo punto, intravvedere almeno il profilo di una nuova ‘primavera’, di altro tipo, ma anche di altro spessore, e tale da potersi tradurre in maniera immediata nel sorgere di una non inconsistente speranza. Si vede sempre più come il documento di Abu Dhabi sia stato non solo una svolta del momento (e storica in sé), ma il momento di svolta in grado di avviare processi che, peraltro, nessuno – neppure nell’era della comunicazione istantanea e globale – immaginava così rapidi e veloci; e così abbondanti di frutti immediati come l’appello congiunto firmato dal Papa e dal Re del Marocco, Mohammed VI sulla città santa di Gerusalemme, patrimonio comune delle tre religioni monoteiste.

Mai s’era visto un Papa, percorrere con tanta assiduità l’area di un Mediterraneo, ritornato al centro della scena, ma dal versante delle tante tragedie che lo attraversano, prima tra tutte quelle di una migrazione che continua a tingere di rosso sangue le sue acque. Tutta l’area di quel «Grande Lago di Tiberiade», secondo la suggestiva espressione di Giorgio La Pira, è ora la vera ‘periferia esistenziale’ dove volgere lo sguardo per ri-creare le basi per una più giusta e fraterna condizione umana. Ritorna in questo senso il ruolo della formazione, della radice forte e sana di un dialogo che altrimenti non porterebbe lontano.

Entra in campo, allora, un elemento chiave, sul quale si sono accesi, finora, pochi riflettori, ma che continua operare nel profondo. Si tratta di un documento, la Costituzione Veritatis gaudium, con il quale papa Francesco ha indicato la via del rinnovamento ai corsi di studio delle Facoltà e delle Università ecclesiastiche. Si parla di «nuova ermeneutica del Vangelo» e della necessità che anche la teologia aiuti a capire meglio «la vita, il mondo, gli uomini e tutte le grandi sfide del momento». In sostanza, quella che indica il Papa è nient’altro che la via di una «coraggiosa rivoluzione culturale».

Come il documento di Abu Dhabi va considerato la ‘carta magna’ del rapporto tra le fedi nel Mediterraneo, così la Veritatis gaudium rappresenta di fatto la bussola di orientamento per i centri del sapere ecclesiale, impegnati in prima linea in questo ampio fronte di dialogo. È proprio in questa luce che l’attenzione si sposta già da ora su un evento certamente inusuale, come quello del Papa ‘convegnista’, il prossimo 21 giugno a Napoli, nella Facoltà teologica dell’Italia meridionale, sezione San Luigi, tenuta dai gesuiti. Scegliendo di tornare a Napoli, Francesco sa che proprio nella ‘sua’ Facoltà questa via è già aperta, anzi spalancata, poiché in nome della «teologia dell’accoglienza » le aule di Posillipo, accanto ai corsi ordinari, hanno visto alternarsi studiosi e testimoni di diverse confessioni, a confronto soprattutto sul grande tema delle migrazioni (domani, una nuova tappa di approfondimento con una tavola rotonda ecumenica sempre sulla carta di Abu Dhabi).

Un laboratorio attivo e di grande rilievo culturale che ha contribuito a mettere in campo tutta l’ampia serie di documenti magisteriali che, dal Concilio in poi – a partire dalla Optatam totius – hanno segnato gli indirizzi educativi e dottrinali delle Università e Facoltà ecclesiastiche. Su queste ‘carte di viaggio’ Napoli è da sempre un punto di riferimento. E la scelta di presentare proprio nelle aule dei gesuiti partenopei questo straordinario documento, rappresenta anche una solenne consegna, quasi un atto di affidamento alle grandi potenzialità di una città che non solo si affaccia, ma ha il suo cuore nel Mediterraneo.

Il testo originale e completo si trova su:

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