Eleonora Ardemagni venerdì 1 giugno 2018
La guerra in Yemen, che coinvolge Riad e i suoi alleati, sta cambiando anche questa perla della natura protetta dall’Unesco
Gli "alberi del dragone" (o "sangue di drago") sono il simbolo di Socotra, l'isola patrimonio dell'umanità che ospita 825 tipologie di fauna e flora di cui un terzo endemiche

Gli “alberi del dragone” (o “sangue di drago”) sono il simbolo di Socotra, l’isola patrimonio dell’umanità che ospita 825 tipologie di fauna e flora di cui un terzo endemiche

Dal grande Alessandro Magno a Mohammed bin Zayed Al-Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi, Socotra è sempre stata al confine degli imperi, reali o sognati. Indiani, greci, arabi: secondo lo storico e geografo arabo Al-Masudi, fu il celebre precettore di Alessandro Magno, il filosofo Aristotele, a convincerlo a occupare l’isola di Socotra. Oggi, grazie alla sua collocazione geografica, Socotra, 60 mila abitanti, è stata risparmiata dalla guerra civile dello Yemen: qui non ci sono né ribelli huthi da bombardare, né jihadisti da contrastare. Tuttavia, la guerra della terraferma sta indirettamente cambiando anche Socotra, la ‘Galapagos dell’Oceano Indiano’ protetta dall’Unesco per biodiversità: gli Emirati Arabi Uniti (EAU), che guidano, insieme all’Arabia Saudita, la coalizione militare che interviene in Yemen dal 2015, hanno di fatto occupato l’isola. Fino allo stop deciso da Riad. Da mesi, il governo riconosciuto dello Yemen (formalmente sostenuto anche dagli EAU) denuncia un ‘atto di aggressione’ da parte degli emiratini e in una lettera alle Nazioni Unite chiede la fine della loro presenza sull’isola. Gli emiratini controllano i porti e gli aeroporti di Socotra e costruiscono complessi residenziali e turistici, nonché prigioni: soprattutto, Abu Dhabi, che ha già aperto un campo d’addestramento per le sue reclute, prepara una base militare e sta organizzando una milizia locale. E pensare che gli abitanti di Socotra non girano neanche armati, differentemente dalle abitudini tribali dello Yemen.

Gli EAU negano le accuse di ‘neo-colonialismo’ e additano i Fratelli Musulmani yemeniti di volerli screditare. «Sosterremo i residenti di Socotra nella ricostruzione», ha dichiarato il ministro degli esteri emiratino Anwar Gargash: nel 2015 e nel 2018, l’isola è stata in parte devastata da tre cicloni. Gli EAU hanno ricostruito strade, scuole, ospedali, edifici e supermercati «troppo costosi per la maggior parte dei locali», come evidenziava un recente reportage del quotidiano britannico The Independent. Però l’aiuto si è trasformato in ‘occupazione’ secondo Abd Rabu Mansur Hadi, il presidente riconosciuto dello Yemen: dagli inizi di maggio, gli Emirati Arabi hanno dispiegato tra i 100 e i 400 soldati a Socotra, insieme ad artiglieria, carri armati e aerei da combattimento. Tutto all’insaputa del governo yemenita. La tensione è presto salita: vi sono state manifestazioni di protesta da parte di residenti locali, seguite da sit-in di sostegno agli EAU. «Abbiamo legami storici e familiari con gli abitanti di Socotra» ha affermato ancora Gargash; cittadini emiratini originari dell’isola starebbero svolgendo, sul posto, il ruolo di ambasciatori informali. Il Dipartimento di Stato americano ha emesso un comunicato stampa per ribadire «la sovranità yemenita dell’isola». Poi il colpo di scena: anche l’Arabia Saudita sceglie di inviare soldati a Socotra per «addestrare e sostenere le forze yemenite locali», mediando un accordo con il governo yemenita e i locali per imporre agli EAU il ritiro, già iniziato, dei loro militari dall’isola.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno dato prova di sapere intrecciare, con grande disinvoltura, interessi economici e militari, proiezione commerciale e strategica. Situata fra Penisola Arabica, Corno d’Africa e Oceano Indiano, Socotra sarebbe l’ennesimo avamposto degli Emirati nell’area, dopo le basi militari di Assab (Eritrea), Berbera (Somaliland), la militarizzazione dell’isola yemenita di Perim nello stretto del Bab el-Mandeb, nonché il controllo dei principali porti commerciali del sud dello Yemen (Al-Mokha, Aden e Mukalla). A ben guardare, Socotra è la peculiare sintesi di questi tre mondi: arabo, africano e indiano. Persino l’origine della parola ‘Socotra’ rimane oscura: il nome significherebbe ‘paradiso’ in sanscrito (per gli indiani era ‘l’isola della felicità’), ma per i greci fu ‘dioskurdia’, dai dioscuri Castore e Polluce dominatori del vento e delle onde. La radice araba di Socotra raggrupperebbe le parole ‘suq’, mercato e ‘qutra’, goccia, con un richiamo alla resina degli alberi dell’incenso e della mirra, da qui commercializzate sin dall’antichità, insieme all’aloe (con cui Alessandro Magno faceva curare le ferite dei soldati).

I suoi abitanti, islamici per metà sciiti e per metà sunniti, non sono di etnia araba e parlano una lingua semitica (socotri) di cui non vi è versione scritta. Parte del Sultanato di Qishn e Socotra, poi protettorato britannico, l’isola appartiene allo Yemen dal 1967, prima sotto le insegne socialiste della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen del Sud e poi dello Yemen riunificato (1990). Tra i residenti dell’isola, voci autonomiste si levano dai tempi delle rivolte arabe del 2011: governatorato solo dal 2014, Socotra è sempre stata, al contempo, una periferia dimenticata dallo stato centrale e una provincia ‘orgogliosamente altra’ rispetto alle dinamiche della terraferma. Adesso, il rischio è che gli Emirati Arabi alimentino le pulsioni autonomiste dell’isola per trarne un vantaggio geopolitico e militare: lo stanno già facendo nello Yemen meridionale, attraverso il Consiglio di Transizione Meridionale (STC), l’istituzione di milizie locali, nonché di nuove, generose reti clientelari. Gli Emirati, non più lo Yemen, sembrano diventati la terraferma dell’isola: una compagnia di jet emiratina ha stabilito voli settimanali diretti fra Hadiboh, capoluogo di Socotra, e Abu Dhabi, mentre alcuni abitanti hanno trovato cure gratuite negli Emirati, così come permessi di lavoro e agevolazioni allo studio. Gli stipendi di poliziotti e dipendenti pubblici sarebbero aumentati; in più, i giovani isolani possono sposarsi più facilmente, poiché gli Emirati Arabi organizzano matrimoni di gruppo.

Per gli ambiziosi EAU, la tentazione dell’impero marittimo del terzo millennio è forte: Socotra è l’ennesimo capitolo di scontro fra il governo del presidente riconosciuto Hadi, ancora appoggiato dai sauditi, e le forze indipendentiste del sud sostenute dagli Emirati. In Yemen, Riad non può però fare a meno di Abu Dhabi: i militari emiratini e le loro milizie locali sono il pilastro delle operazioni di terra contro gli huthi (come quella in atto per recuperare la città di Hodeida sul mar Rosso) e i jihadisti. Il ritiro dei militari emiratini dall’isola ha i contorni della beffa: adesso, al loro posto ci sono i sauditi e le forze yemenite controllano solo porti e aeroporti. In più, anche Riad ha annunciato un ‘piano di sviluppo’ per Socotra. Oltre ai danni provocati dal cambiamento climatico, Socotra e il suo ecosistema, naturale e umano, dovranno rassegnarsi a un’inevitabile arabizzazione e, magari, agli effetti imponderati del turismo di massa? L’albero del sangue del dragone, ovvero la dracena che è il simbolo più suggestivo dell’isola, ne ha già viste tante, forse troppe, lungo questa rotta remota e insieme contesa.

Alberi come ombrelli o bottiglie. Ne ha scritto anche Marco Polo

Quasi isolata dal mondo fino alla costruzione dell’aeroporto nel 2002, Socotra è la più grande isola di un arcipelago composto anche da Abd Al-Kuri, Darsa e Samha. Dal 2008 patrimonio naturale dell’umanità Unesco, Socotra ospita 825 tipologie di fauna e flora: un terzo di esse sono endemiche, cioè presenti solo sull’isola, come alcune specie di uccelli, rettili e insetti. Tra i simboli di questa suggestiva isola, sabbiosa e verdeggiante sulla costa, ma montuosa all’interno, vi sono ‘l’albero del dragone’ (Dracaena cinnabari), pianta a ombrello da cui si estrae una resina di colore rosso, nonché ‘l’albero bottiglia’, una rosa del deserto (Adenium obesum socotranum). Tale varietà naturale è favorita anche dal clima, estremamente umido durante la stagione dei monsoni. Socotra, di cui scrisse anche Marco Polo ne ‘Il Milione’, si trova 350 chilometri a sud delle coste dello Yemen e a 300 chilometri da quelle della Somalia: alla fine di maggio, l’isola è stata nuovamente colpita da un ciclone, Mekunu, che avrebbe causato almeno due morti e una trentina di dispersi.

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