Ilaria Solaini mercoledì 2 maggio 2018
I morti della rotta libica vengono sospinti sulla spiaggia dalle correnti, o trovati a galleggiare in mare. I pescatori si battono perché anche gli anonimi abbiano una degna sepoltura
I cimiteri dei migranti senza nome tra Tunisia, Grecia e Italia

I sepolti senza nome

Sono salpati dalle coste della Turchia, della Libia o dell’Egitto, e non sono mai arrivati. Migliaia di persone sono morte in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa e soltanto di una piccola parte di loro vengono ritrovati i resti, che hanno viaggiato sulle stesse navi di soccorso che portano i loro compagni di viaggio nei porti europei.

Sbarcati a terra, vengono avviate le procedure per la sepoltura. Pochissimi corpi vengono identificati sul momento: la maggior parte di loro ottiene un tumulo di terra e una lapide o un cartellino con un numero assegnato dalle autorità locali.

Del problema delle sepolture si è occupato il progetto “Mediterranean Missing” firmato dalla University of York and City University London, assieme all’International organization for migration’s Global migration data analysis centre (Iom Gmdac).

Già due anni fa la Bbc aveva stimato che dal 2014 fino alla metà del 2016, circa 1.250 migranti senza nome avevano ricevuto una sepoltura in più di 70 cimiteri fra Turchia, Tunisia, Grecia e Italia. Per quanto riguarda il nostro Paese dato che diversi sono i porti italiani in cui attraccano le navi dei migranti, non esiste un unico cimitero in cui vengono sepolti i corpi delle persone morte durante il tragitto.

Mentre uno dei casi più emblematici di cimiteri dedicati ai migranti non identificati è rappresentato dal cimitero di Zarzis, in Tunisia. Dove è stato creato anche un museo della memoria del mare.

A Zarzis, in Tunisia, il cimitero degli sconosciuti

A vederlo da lontano sembra abbandonato il Cimitero degli sconosciuti, a Zarzis, una località costiera nella regione di Médenine, nel sud della Tunisia vicino al confine libico. Dove si vive principalmente di pesca, raccolta delle olive e turismo. Eppure già da diversi anni i pescatori si sono ritrovati a fare i conti con il salvataggio dei vivi e la triste conta dei morti. Quando si arriva si possono notare un cartello con il nome del cimitero in diverse lingue, dei cumuli di terra, degli attrezzi da lavoro e dei fiori, piantati da Chamseddine Marzoug, ex pescatore ed ex tassista, oggi disoccupato e volontario della Mezzaluna Rossa tunisina che assieme a gruppo di volontari si occupa di tenere in ordine questo spazio.

Tra il 2000 e il 2005, – si legge su Arabpress – prima dell’emergenza migratoria, i corpi erano seppelliti nel cimitero musulmano di Lazragh, un cimitero familiare e non municipale. Poi, a partire dal 2006, lo Stato ha messo a disposizione un terreno, non un terreno agricolo ma una vecchia discarica, in parte ripulita per fare posto a fosse comuni. “Nel 2011 – spiega Chamseddine – la Croissant Rouge Tunisien ha chiesto di subentrare allo Stato, per seppellire i morti con dignità e rispetto“. Da quel momento, quindi, tutti i cadaveri vengono interrati uno ad uno, in uno spazio ormai saturo, dove sono state sepolte quasi 400 persone in dodici anni (oltre 70 nel 2017).

Nel video il museo della memoria del mare raccontato da Mohsen Lihidheb

Sulle spiagge di Zarzis, oltre ai corpi senza vita dei migranti partiti dalle coste libiche, il mare riconsegna anche i pochi oggetti che queste persone portavano con sé. Soprattutto scarpe, ma anche qualche giacca, salvagenti. Vengono raccolti sull’erba o esposti sugli scaffali, in maniera più o meno ordinata, a formare il Museo della memoria del mare dall’artista Mohsen Lihidheb.

Mohsen ha iniziato a “collezionare” oggetti sulla spiaggia nel lontano 1993: ogni mattina all’alba con il sacco in spalla ha raccolto di tutto, quasi settecentomila oggetti, bottiglie di plastica, ma anche tavole da surf, canapi, testuggini, lampade al neon, elmetti, spugne, tronchi di legno, palloncini scoppiati.
Dopo averli selezionati li ha disposti nel giardino della sua casa, e ne ha creato un museo, il Museo della memoria del mare. Una memoria di plastica, di sole bottiglie ne ha raccolte più di cinquantamila, ben accatastate come in una cantina. Tra questa una cinquantina con dentro messaggi provenienti da ogni dove. Sono richieste d’aiuto, raccontano storie di amori non corrisposti. A molti ha risposto allacciando legami di amicizia. Al centro del giardino circondato da mura di bottiglie di plastica colorate, una montagna di scarpe. Sono le scarpe dei naufraghi. Mohsen le custodisce insieme a camicie, giacche, pantaloni, maglioni e magliette recuperati a riva, strappati dai corpi sepolti nel mare. Sono tutti lavati e appesi in modo ordinato sotto una tettoia. Un monumento che ricorda la strage dei tanti migranti che hanno perso la vita in mare.

I cimiteri dei senza volto sull’isola di Lesbo, in Grecia

A Lesbo, in Grecia, al momento, ci sono due cimiteri dove le vittime dei naufragi sono seppellite: il cimitero di Aghios Panteleimon e quello di Kato Tritos. Dalla metà degli anni 2000, e specialmente all’inizio della nuova decade da quando l’Egeo in generale e Lesbo in particolare sono diventati il punto d’ingresso principale per i rifugiati, il numero delle vittime di naufragi è aumentato e la gran parte delle vittime, identificate e non, sono state sepolte nel cimitero di Aghios Panteleimon. I corpi sono coperti dalla terra con soltanto un pezzo di marmo che riporta la data (del naufragio o della sepoltura) e un numero (per le vittime di un naufragio specifico).

Dopo il naufragio del 28 ottobre 2015 – un disastro senza precedenti – in cui persero la vita 70 persone e vedendo che ad Aghios Panteleimon non c’era più terra neppure per il dolore, è stato creato un nuovo cimitero per i migranti senza volto: situato nel villaggio di Kato Tritos, a 20 chilometri di distanza da Mytilene. Dedicato ai deceduti musulmani: il cimitero di Kato Tritos rappresenta una soluzione più a lungo termine al problema delle sepolture. Entrambi i numeri protocollari (quelli della guardia costiera e quelli dell’atto di morte) sono scolpiti sulle lapidi di ogni vittima non identificata, in modo da aumentare le possibilità di un’identificazione futura.

(Lapresse)