Asmae Dachan mercoledì 10 ottobre 2018

La vita di Asia Bibi va salvata e la donna, in carcere dal 2009, va finalmente lasciata libera. Ciò che sta accadendo da troppi anni in Pakistan, un Paese difficile sul piano dei diritti umani, in particolare per le donne, è semplicemente disumano. Non si può accettare che una donna, madre di cinque figli, resti in carcere per nove anni e ora rischi la pena di morte dopo un processo ambiguo che l’ha vista imputata per una presunta bestemmia.

Ve la immaginate una donna, una madre, una cristiana praticante in un Paese come il Pakistan, che mentre sta lavorando si mette a bestemmiare davanti alle sue colleghe musulmane? È una ricostruzione dei fatti manipolata e distorta, contestata con argomenti forti dagli avvocati della donna. Fa indignare che qualcuno pensi di rendere giustizia all’islam per una presunta bestemmia, togliendo la vita a una persona.

È già accaduto troppe volte in passato ed è questa la vera bestemmia. È questa la vera offesa a Dio, ad Allah che i musulmani chiamano più volte al giorno ar-Rahman, il Misericordioso e at-Tawab, Colui che perdona. Dove finiscono la misericordia e il perdono se un tribunale composto da soli uomini appartenenti alla maggioranza che ha in mano il potere politico e temporale tiene in ostaggio per nove anni una madre di famiglia, membro di una minoranza religiosa, minacciando di ucciderla per una frase che lei nega di aver mai pronunciato? Ci si lamenta dell’islamofobia crescente e non ci si rende conto che i veri nemici dell’islam sono proprio simili misogini estremisti, che privano l’islam dei suoi significati di fede e spiritualità e ne fanno uno strumento politico, un’arma da usare contro chi ha un credo o un pensiero o uno stile di vita diverso.

Che il Pakistan non sia un Paese facile è cosa nota: corruzione, terrorismo, guerra, estremismo religioso lo affliggono gravemente. Le donne pagano un prezzo molto alto; spesso vengono private del diritto allo studio, del diritto di decidere della propria vita. Molti femminicidi si consumano tra le mura domestiche, il cosiddetto delitto d’onore non è punito, molte donne vengono ripudiate dai mariti ed emarginate dalle famiglie e i matrimoni con minorenni sono legalizzati. Sembra quasi incredibile che il Pakistan un tempo abbia eletto al suo vertice per ben due mandati una donna, Benazir Bhutto, uccisa poi in un attentato terroristico.

Ma c’è, purtroppo, una regressione spaventosa sul piano delle conquiste civili. Asia Bibi è vittima di tutto questo: un Paese dove i diritti umani sono una chimera e dove la religione è appannaggio di chi detiene fette di potere. Non è possibile immaginare un dialogo con un islam così. Sono proprio estremisti come questi che consegnano milioni e milioni di persone, che invece vorrebbero vivere l’islam come un fattore spirituale, alla diffidenza e al pregiudizio del mondo. Il Pakistan è un Paese dove le folle si accendono facilmente come una miccia ogni volta che esce un film o una vignetta che ‘offende la religione’, ma che resta inerme e apparentemente indifferente di fronte alle stragi di civili e alle condanne a morte per reati di opinione.

Ma il Dio per il quale chiedono giustizia non è lo stesso Dio che insegna la sacralità della vita umana, quale suo dono? Lo scorso agosto, secondo una denuncia di Human Rights Watch, solo a Diamer, nella regione del Gilgit-Baltistan, sono state date alle fiamme ben dodici scuole di cui oltre la metà erano istituti femminili. Si stima che nel Paese ben 25 milioni di bambini e ragazzi non vadano a scuola. Un Paese dove si tollera tutto questo è un Paese dove nessuno è al sicuro, perché se i giovani vengono privati dell’istruzione sono destinati alla violenza e all’ignoranza.

Asia Bibi è ostaggio di un sistema perverso, malato, ma anche del silenzio complice che circonda la sua vicenda nonostante il lungo impegno informativo e le iniziative di sensibilizzazione di questo giornale. Perché per lei non scendono in strada a migliaia, di ogni religione ed etnia? Non ho la presunzione di conoscere la volontà di Dio, ma credo che sarebbe più felice di vedere le sue creature battersi per difendere la vita di un’innocente, di una madre, piuttosto che vedere cortei umani sfilare invocando vendetta nel suo Nome.

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