Potenze regional-illiberali al nuovo «grande gioco»
Giorgio Ferrari giovedì 12 novembre 2020

L’amara conclusione della sanguinosa disputa territoriale fra Azerbaigian e Armenia attorno all’enclave azera a maggioranza armena del Nagorno-Karabakh – tre distretti passano sotto il controllo di Baku poiché di fatto è l’Azerbaigian ad aver vinto la guerra avendo preso il controllo della città-chiave di Shushi – impone alcune riflessioni. In primo luogo su chi ha pagato e pagherà il prezzo più alto, cioè l’Armenia. Lo confermano le parole del premier Nikol Pashinyan nell’annunciare la «decisione dolorosa» di riconoscere la sconfitta militare, spiazzando l’opinione pubblica armena che si era illusa di poter continuare a oltranza contro un avversario impossibile da battere. Decisione che ha portato a tumulti e scontri di piazza a Erevan e una diffusa ostilità nei confronti del governo e del presidente, sui quali grave la colpa oggettiva di aver diffuso fino all’ultimo insensati proclami di vittoria già sapendo che la guerra era perduta. Ma soprattutto con l’arrivo delle forze di peacekeeping russe – i ‘caschi blu’ inviati da Mosca e già dispiegati sulla linea dei distretti che gli armeni avevano temporaneamente sottratto agli azeri – si preannuncia una tragedia umanitaria: al ritorno degli azeri nei luoghi d’origine si accompagnerà fatalmente l’esodo di almeno 150mila rifugiati armeni. Un copione fin troppo noto che rischia di assumere – è questo il timore di innumerevoli cancellerie – i contorni di una pulizia etnica.

Duole doverlo dire, ma spicca la plateale assenza dell’Unione Europea al cospetto di questa guerra, che – nonostante dal 1991 a oggi sia costata più di 30mila morti, 5mila dei quali sono nell’ultimo mese – farisaicamente viene considerata ‘a bassa intensità’, come quella fra russi e ucraini nel Donbass o fra turchi e curdi al confine siriano. Dalla Ue arriva un sordo silenzio, non fosse per l’unica voce che davvero si è levata sopra le parole di circostanza, quella di Emmanuel Macron (cui peraltro non sono estranee le pressioni della lobby armena in Francia e i cospicui interessi energetici di Parigi nella regione). Prodiga di miliardi euro, di osservatori, di un inconcludente monitoraggio, l’Unione – ghermita dal Covid e occupata a varare il proprio bilancio – si è sostanzialmente tenuta a distanza da quella che ha derubricato a proxy war, una guerra per procura, forse anche nel timore che alzare troppo la voce in difesa di una nazione cristiana come l’Armenia (dunque innegabilmente legata alle radici dell’Europa) avrebbe potuto attizzare le fiamme di un confronto già teso sul piano politico con la Turchia in pieno revanscismo islamista. Per non dire degli Stati Uniti, centrale strategica e motore – in questi anni – del ritorno al ‘bilateralismo muscolare’, le cui vicende interne e il cambio della guardia alla Casa Bianca hanno relegato la disputa caucasica nel sottoscala delle questioni internazionali.

Invece, quella del Nagorno-Karabakh è l’ennesima guerra per procura che Mosca e Ankara stanno combattendo in quel grande mosaico che è il Medio Oriente e il Caucaso, di fatto una replica contemporanea del Great Game, il Grande Gioco fra la Russia degli zar, l’Inghilterra e l’impero ottomano e proseguita nei secoli con l’avvicendarsi di nuovi partner. La riprova sta nella composizione delle forze in campo nel Nagorno Karabakh: oltre all’esercito regolare, i combattenti armeni erano tutti volontari, quelli azeri invece erano in parte foreign fighter siriani reclutati dalla Turchia. Non è una novità: è già accaduto in Siria e in Libia, in un confronto fra due potenze regionali e illiberali come la Turchia e la Russia che non sono e non saranno mai alleate, ma soltanto rivali, e che tuttavia condividono il medesimo progetto di spartizione delle aree fragili della vasta regione che va da Astrakhan a Damasco. Per ogni tessera di questo mosaico c’è un premio che Putin ed Erdogan si assegnano: le basi aeronavali sul Mediterraneo per Mosca, la zona-cuscinetto dove relegare i curdi e stivare migliaia di profughi al confine meridionale turco per Erdogan; la Tripolitania ormai di fatto un protettorato di Ankara, la Cirenaica zona di rispetto per i ‘contractors’ russi in Libia. Senza contare che insieme con l’influenza geopolitica la guerra per procura fra il Cremlino e la Sublime Porta mette sempre in palio un ricco bottino energetico. Non a caso la Turchia vanta forti accordi commerciali e militari con Baku (il Mar Caspio, come si sa, è ricco di idrocarburi e ha riserve per 48 miliardi di barili di petrolio e 292 miliardi di piedi cubi di gas naturale) così come la Russia li ha con l’Armenia. Occorreva dunque stabilire chi dovesse vincere fra azeri e armeni. E – per comune accordo fra i due burattinai – questa volta è toccato alla patria del poeta Hovhannes Tumanyan, di Charles Aznavour e di Garry Kasparov. La stessa terra del Medz Yeghérn, il ‘grande male’ dello sterminio nascosto alle radici della Turchia moderna, oltre un secolo fa.

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