Riccardo Maccioni domenica 10 maggio 2020
Importante che si manifesti un’unità fraterna anche nella consapevolezza della crisi. Mi sarebbe piaciuto un riferimento più esplicito alla carità
L’imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini insieme a papa Francesco

L’imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini insieme a papa Francesco – .

 

Insieme, nel testimoniare l’appartenenza all’unica famiglia umana. Insieme, nel sacrificio, che purifica l’invocazione a Dio e rafforza la volontà. Insieme, nell’impegno di tradurre la vita dello spirito in attenzione concreta al prossimo, in gesti di misericordia. A mano a mano che si avvicina, diventa chiaro come la giornata di preghiera e digiuno del 14 maggio sia anche un manifesto del dialogo, possa diventare un punto di riferimento per chi crede nel cammino di riconciliazione tra le fedi.

Né potrebbe essere altrimenti, visto che a promuoverlo è “L’Alto Comitato per la fratellanza umana” nato per diffondere e “applicare” il Documento firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal grande imam di Al- Azhar Ahmad Al-Tayeb. Un richiamo al valore della fraternità e della coesistenza comune, esplicitato dai componenti dell’organismo stesso: leader religiosi, studiosi ed esponenti della cultura, cristiani e musulmani cui di recente si è aggiunto rav M. Bruce Lustig, rabbino senior della Congregazione ebraica di Washington.

«Un ingresso importante – spiega Yahya Sergio Yahe Pallavicini, presidente della Coreis (Comunità religiosa islamica italiana) – perché così si completa la rappresentanza del monoteismo abramitico, punto di partenza di un messaggio che vuole rivolgersi a tutti i credenti e ai cittadini di ogni cultura». Ma ci sono altri motivi per cui, spiega l’imam Pallavicini, il 14 maggio sarà un giorno da ricordare. «Trovo molto interessante – sottolinea – che si manifesti un’unità fraterna anche nella consapevolezza della crisi provocata dalla pandemia. Una risposta spirituale e rituale che significa digiunare e pregare, ognuno a modo suo, ma ritrovando una fratellanza che ci allea contro un male che rischia di distruggerci. Ribadire il carattere anche rituale del credere e insieme la fratellanza spirituale mi sembra un segnale di visione sana e saggia della società e della vita».

Senza che questo porti a un conflitto con la politica e l’economia o tantomeno significhi omologare gli approcci diversi alle stesse manifestazioni di fede. «Il fatto di concentrarsi sui riti, che sono comuni ma diversi come linguaggio e come metodo, rivela una bella sensibilità. Per esempio il digiuno appartiene a tutte le religioni ma ci sono regole diverse per praticarlo, così come per pregare. Rispettare le differenze ci rende veramente un po’ più fratelli». Al centro della giornata infatti, come sempre accade nei momenti in cui più forte si avverte il bisogno di rivolgersi a Dio, insieme alla preghiera ci sarà il digiuno. L’invocazione si sposa con il sacrificio. «A maggior ragione in questo che per noi musulmani è il mese del ramadan. Ed è vero che è il fedele a dover interpretare il precetto ma il suo beneficio è qualcosa che, nell’islam,

Dio ha ascritto a se stesso. Simbolicamente è come se noi ospitassimo, mentre digiuniamo, la Sua presenza. Si tratta di rinunciare a un po’ degli appetiti della pancia per riscoprirlo nel nostro cuore. E questo si combina con il pilastro della preghiera, perché ci si deve rivolgere a Dio, comunicarlo, invocarlo, adorarlo. Altrimenti il digiuno rischia di ridursi a una dieta». Preghiera e digiuno poi si completano con le opere di carità. «Mi sarebbe piaciuto che nel promuovere la giornata se ne facesse un riferimento più esplicito. Avrei preferito un trinomio: preghiera, digiuno e carità. Si prega per il fratello, si digiuna per servire meglio, ma poi ci vuole anche un’azione di solidarietà, di costruzione, di sviluppo».

Quello che viviamo è un tempo particolare, strano, unico. Un momento che nella sua innegabile tragicità può diventare una lezione di vita. Non sono pochi, anche nelle comunità di fede, quelli che parlano di ritorno all’essenziale, a un più autentico senso del vivere. «Personalmente credo che questa crisi dovrebbe aiutarci a capire che prima c’erano delle bolle, di intrattenimento, di socialità, di leggerezza, sproporzionati rispetto alla realtà, tanto nell’essenziale che nella forma. In una tradizione islamica, il profeta richiama le genti a non mangiare oltre misura, perché uno dei segni della decadenza è che “le persone mangeranno sette volte il loro reale bisogno”.

Ci sono quartieri dove la passeggiata era o negozio di abbigliamento o ristorazione. Il coronavirus ha messo in ginocchio questo modello sociale. A me dispiace molto per le imprese che non saranno più in grado di sostenere il ciclo produttivo e dobbiamo aiutarle, però c’è stata una forte speculazione su un sistema professionale che non poteva reggere. Come accade con le bolle finanziarie. Vorrei che questo tempo portasse alla riscoperta di un’essenza o del ricordo di Dio, ma temo che sotto ci sia invece solo la messa in crisi di alcune sproporzioni della vita moderna». Un altro aspetto collegato alla pandemia riguarda un modo forzatamente diverso di vivere la comunità, in cui il virtuale ha sostituito le relazioni dirette. Si tratta di vedere se e come queste esperienze potranno trovare spazio nella ‘nuova’ normalità. «Io in questa dimensione vedo anche un pericolo, voglio dire che se la virtualità prevarrà sulla realtà a snaturarsi saranno i rapporti umani. Oggi restando nella nostra camera, con un telefonino, il computer e una connessione internet possiamo frequentare le lezioni, pregare, partecipare a conferenze e incontri. Ma l’uomo è fatto per vivere su basi reali. Anche litigare, essere in disaccordo fa parte della fratellanza, in cui però si comunica direttamente e oserei dire anche fisicamente. In questa crisi abbiamo dovuto riscoprire il concorso, comunque positivo della tecnologia, in sostituzione però del rapporto interpersonale.

E questo produce un artificio che anche sotto il profilo psicologico e spirituale potrebbe procurare danni con persone dissociate, disadattate». Ciò che è imposto dalla necessità non deve diventare normalità insomma. «Dev’essere chiaro che Mecca vuota, San Pietro vuoto sono espressioni di un sacrificio. Per quello che ho imparato io la vita è fatta per l’adorazione e per il ricordo di Dio. Certo nella salute, però non è che l’esistenza si fondi sulla filosofia di non ammalarsi. Serve equilibrio». Momento essenziale delle comunità di fede è poterla praticare. In questo senso in parallelo al confronto tra Cei ed esecutivo, presso il Viminale si è svolta una conferenza con i rappresentanti delle varie aree confessionali “acattoliche” come le chiama il ministero. Al centro la ripresa delle attività di culto nella fase due. «Abbiamo predisposto un protocollo che il ministero dell’interno ha presentato al comitato tecnico scientifico della presidenza del consiglio. Nella riunione il mio intervento riguardava soprattutto la necessità di evitare quello che per esempio è stato ipotizzato nel Regno Unito dove si pensava di cremare tutte le vittime di coronavirus, pratica per noi inaccettabile. Al tempo stesso le altre ritualità, la vestizione, l’abluzione e persino l’accompagnamento e saluto funebre vanno riposizionate. Noi abbiamo adottato come misura di svolgere una preghiera già alla consegna del defunto nel sacco o nella bara, con l’intenzione di compensare almeno in parte i gesti che non si possono praticare. La speranza adesso è che i nostri culti pubblici possano ripartire insieme a quelli della Chiesa cattolica, il 18 maggio».

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