Paolo M. Alfieri domenica 22 luglio 2018
A vent’anni dalla guerra «fratricida» l’accordo di pace comincia a decollare
Truppe eritree, in un’immagine d’archivio, in marcia a ridosso del confine  con l’Etiopia

Truppe eritree, in un’immagine d’archivio, in marcia a ridosso del confine con l’Etiopia

Il più inaspettato addio alle armi africano degli ultimi decenni si è concretizzato nelle ultime 72 ore. Facendo seguito alla storica «dichiarazione congiunta di pace e amicizia», firmata il 9 luglio e che ha messo fine a vent’anni di guerra, l’Eritrea ha ritirato le sue truppe dal confine con l’Etiopia, gesto di riconciliazione che arriva a conclusione dell’accordo di pace.

«È imperativo per tutti coloro che tengono alla stabilità di lungo periodo e alla sostenibilità economica della regione di fare tutto ciò che possono per aiutare i due Paesi ad andare oltre la guerra senza senso che ha causato così tanta sofferenza ad entrambi i popoli», è stato il messaggio riportato dall’agenzia stampa eritrea. L’intesa siglata dal premier etiope Abiy Ahmed, in carica da aprile, e dall’uomo forte di Asmara, il presidente eritreo Isaias Afewerki, sta già dando quindi segnali concreti. L’accordo prevede tra l’altro la riapertura delle rappresentanze diplomatiche nei due Paesi, oltre al ripristino di tutti i collegamenti, aerei, marittimi, ferroviari. L’intesa prevede anche la possibilità per l’Etiopia, che non ha sbocchi sul mare, di tornare a usare i porti eritrei.

Il primo volo passeggeri tra le due capitali ha già visto atterrare mercoledì all’Asmara, a bordo di un velivolo dell’Ethiopian Airlines, soprattutto persone separate dalle loro famiglie a causa del drammatico conflitto. Prima della guerra l’Etiopia aveva espulso più di 70mila eritrei e l’Eritrea aveva fatto lo stesso. Otto giorni fa a migliaia hanno applaudito il presidente eritreo lungo la strada che dall’aeroporto di Addis Abeba porta al centro della città, mentre le bandiere etiopica ed eritrea sventolavano l’una accanto all’altra per festeggiare la pace ritrovata.

«Le parole non possono esprimere la gioia che sento in questo momento», ha detto Isaias Afewerki al suo arrivo, rispondendo a distanza di qualche giorno alla dichiarazione di Ahmed fatta nel corso della sua altrettanto storica visita ad Asmara: «Possiamo immaginare un futuro senza confini nazionali che ci dividono», aveva azzardato.

A 20 anni dal conflitto tra i due Paesi del Corno d’Africa per dispute sui confini e a 18 da quell’Accordo di Algeri rimasto inapplicato, il momento della pace sembra essere venuto per gli ex Stati fratelli nati nel 1991 dalla lotta comune contro il negus rosso Menghistu Haile Mariam e divenuti nemici con la guerra di confine che ha provocato decine di migliaia di morti. Il riavvicinamento tra i due Paesi è frutto di mesi di lavoro dietro le quinte. Tra i più attivi gli Stati Uniti, dove lo scorso aprile si sono tenuti colloqui con rappresentanti di entrambi i Paesi.

Ma a giocare un ruolo sono stati anche gli alleati arabi dell’Eritrea, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che di recente avrebbe offerto ad Isaias Afewerki fondi consistenti per economia e infrastrutture. Attivi anche l’Onu e l’Unione Africana. La prima indicazione che questo lavorio diplomatico avrebbe portato i suoi frutti è stata la dichiarazione diffusa il 4 giugno dal premier etiope Abiy, secondo cui Addis Abeba accetta i risultati della commissione internazionale sui confini oggetto di controversia. Poi tutti gli altri pezzi del mosaico hanno trovato il loro posto. Per l’Eritrea la pace potrebbe portare benefici reali: non solo le entrate del commercio etiope attraverso i suoi porti, ma anche il potenziale sviluppo dell’estrazione di potassio sul confine e l’eliminazione delle sanzioni Onu. L’Etiopia, dal canto suo, potrebbe avvantaggiarsi sui suoi movimenti ribelli, che resterebbero privi di una base da cui attaccare.

Per il regime eritreo, peraltro, gli sviluppi di pace contengono anche elementi di rischio. Pace significa anche non avere più la scusa della «minaccia alla sicurezza nazionale» per negare i diritti individuali. Non solo: con l’eventuale fine del servizio militare obbligatorio (finora dato sempre per «necessario» visto il conflitto) decine di migliaia di persone torneranno a casa, ma con quali prospettive di vita e di lavoro? Di più: la pace porterà con sé anche elezioni libere, media indipendenti, la liberazione dei prigionieri politici? Su questo il regime dell’Asmara non si è ancora pronunciato. Per pensare a lui come prossimo premio Nobel per la pace, insomma, c’è tempo.

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