Luca Guglielminetti mercoledì 24 novembre 2021
L’attentato al Bataclan del 2015 ha prodotto la necessità di costruire un racconto condiviso come argine al terrorismo. Il ruolo «civile» dei testimoni nel procedimento giudiziario
La prima udienza per gli attentati di sei anni fa nella capitale francese si è tenuta a inizio settembre

La prima udienza per gli attentati di sei anni fa nella capitale francese si è tenuta a inizio settembre – Archivio Avvenire

L’8 settembre scorso si è aperto in Francia, con la prima udienza, il ‘processo del secolo’ per gli attentati terroristici avvenuti poco più di sei anni fa, nella notte del 13 novembre 2015, al Bataclan, allo Stadio di Francia e in alcuni caffè di Parigi che costarono la vita a 130 persone e le ferite di altre 350 vittime, cittadini di 26 diverse nazionalità, tra le quali la dottoranda italiana in demografia alla Sorbona, Valeria Solesin di 28 anni. A rendere unico il processo non solo i numeri: il milione di pagine che conta tutta l’istruttoria o le ben 1.800 parti civili. Tanto meno lo sono gli imputati: dei dieci attentatori morti suicidi durante gli attacchi, tra tutti gli imputati, il trentunenne franco-marocchino Salah Abdeslam è il solo che avrebbe dovuto uccidere, anche se non l’ha fatto abbandonando la cintura esplosiva e fuggendo. I coimputati presenti sono figure minori con ruolo di supporto logistico alle azioni del commando.


Il peso e il valore di un evento di questo tipo non risiede nella pena esemplare inflitta all’accusato, ma nella lunga scia di testimonianze nelle deposizioni delle vittime, come è stato per la Shoah


Il senso di questo processo lo troviamo nelle parole dell’ex procuratore di Parigi, François Molins, secondo il quale la sua finalità è di permettere «alle famiglie delle vittime di capire ciò che è successo » e di «costruire una memoria collettiva ribadendo i valori di umanità e dignità della società nella quale viviamo». È la volontà politica del governo quella che rende questo ‘il processo del secolo’. Il ministro francese della Giustizia, Eric Dupond- Moretti, ha detto: «Il mondo intero ci guarda». Ma nel senso di voler imprimere nel processo un modello di virtù e una lezione per tutti; in analogia con quanto occorso in almeno altri due processi del XX secolo al cui centro sono stati poste le testimonianze delle vittime. Il primo è quello che si aprì sempre in Francia nel 1998 a Bordeaux contro Maurice Papon, accusato di crimini contro l’umanità nel suo ruolo di funzionario del governo filonazista del maresciallo Philippe Pétain. Il secondo, reso ancor più celebre dai reportage di Hanna Arendt poi confluiti ne ‘La banalità del male’, è stato il processo svoltosi a Gerusalemme 70 anni fa ad Adolf Eichmann, contro l’ex SS-Obersturmbannführer accusato dell’omicidio di milioni di ebrei.

È quella la prima occasione in cui un processo moderno si pone una finalità educativa di Stato, il cui peso non risiede nella pena esemplare inflitta all’accusato, ma nella lunga scia di dolorose testimonianze nelle deposizioni delle vittime della Shoah. Le parole ex post del procuratore Gideon Hausner, sono chiarissime: «Per il buon equilibrio dei nostri giovani era necessario che essi conoscessero tutta la verità di ciò che è accaduto, perché solo attraverso questa presa di coscienza essi avrebbero potuto capire il passato e farsene carico (…) per la creazione del nuovo Stato e della sua difesa ». In questi due casi, come in quello di Parigi in corso, la testimonianza della vittima non ha quasi nessun rilievo ai fini dell’individuazione delle responsabilità degli imputati del procedimento penale. Essa ha un valore morale che lo Stato vuole utilizzare a fini di coesione nazionale rispetto le sfide future.

La prima udienza per gli attentati di sei anni fa nella capitale francese si è tenuta a inizio settembre


La madre di Valeria Solesin, Lucina Milani, ben coglie lo spirito di questo processo, e a ottobre scorso ha concluso la sua deposizione con queste parole: «Desidero che la mia testimonianza, insieme a tutte le altre, faccia sì che il dolore e la sofferenza delle vittime entri a far parte della storia. Devono essere ricordate perché questo costruisca un cammino civile che sarà argine al diffondersi del terrorismo e della mentalità che lo alimenta». Nelle scorse settimane si sono quindi alternati le voci delle vittime nell’ampia sala storica allestita al Palazzo di Giustizia sull’Île-de-la Cité. Il governo francese ha oggi la miglior legislazione nella tutela e sostegno alle vittime del terrorismo: la loro partecipazione all’iter giudiziario è stata accuratamente preparata con il supporti di psicologi per evitare ritraumatizzazioni, con regole strette per la protezione della loro incolumità e privacy. Le loro testimonianze sono state registrate, come occorse a Gerusalemme e Bordeaux, ma proprio per tutela saranno accessibili in futuro solo agli studiosi, tranne per quelle che decidono di renderle pubbliche. In taluni casi le vittime le hanno volute anticipate alla stampa, in altri, la stampa ha anticipato le testimonianze delle vittime, conoscendo le idee loro idee politiche precedentemente espresse pubblicamente in questi sei anni. La tentazione di governo e media è infatti di avere un profilo omologato di questa drammatica narrativa, mentre questa è piuttosto polifonica.

Ciò non può tuttavia costituire uno scandalo, come quello sollevato da ‘Le Monde’ che ha anticipato l’odio, il razzismo islamofobo e destrorso del padre di una vittima, prima ancora che questi testimoniasse di fronte alla corte. Non si può pretendere che un trauma grave provochi tra chi lo subisce le medesime risposte, nei medesimi tempi e nella stessa direzione politica o religiosa.


C’è un paradosso nel voler costruire un discorso pubblico comune verso fatti di sangue, che non possono che produrre memorie confliggenti Jesse Hughes, degli Eodm, che suonavano al Bataclan, mentre rende omaggio alle vittime


Testimoniare, per chi ha vissuto pagine nere della storia, non può essere un dovere o un imperativo sociale per costruire la tanto citata ‘memoria condivisa’, ma solo un diritto. Un importantissimo diritto perché, come sosteneva Primo Levi, in primis testimoniare convalida pubblicamente che quanto si è patito è veramente accaduto. Se c’è un dato comune alle pagine nere della storia è quello che i sopravvissuti o i familiari delle vittime dirette patiscono una condanna che può durare tutta la vita, mentre il contesto sociale in cui sono avvenuti i fatti li avvolge rapidamente nelle nebbie dell’oblio. Lo Stato che prova a dissipare le nebbie attraverso ‘un processo del secolo’ che pone al centro le vittime, è il momento nel quale inizia un’opera di memorializzazione dei fatti traumatici di queste pagine di storia e, così come capitò dopo i due processi di Gerusalemme e Bordeaux, l’opera prosegue con la costruzione di memoriali. Come quelli dedicati alle vittime della Shoah in Israele e in Francia, così il governo francese ha già nel cassetto pronto il progetto di un museo e di un memoriale «per rendere un omaggio nazionale a tutte le vittime del terrorismo allo stesso modo delle altre vittime dei conflitti».

La finalità di questi percorsi di memorializzazione, lo abbiamo già sottolineato, è quella educativa indirizzata alle nuove generazioni. Il procedimento giudiziario e poi il museo si presentano come una fonte di conoscenza che si vorrebbe svolgesse una funzione di prevenzione primaria affinché fatti come quelli non si ripetano, creando una narrativa omogenea e una ‘memoria condivisa’ che renda la collettività nazionale pronta e coesa di fronte alle future sfide dello Stato. In anni recenti sono state analizzate e studiate queste forme di memorializzazione per comprendere se funzionino o meno. Il punto critico di queste operazioni, su cui dovremmo riflettere e discutere maggiormente, risiede nel paradosso di voler costruire una memoria collettiva e un discorso pubblico comune verso fatti di sangue, come genocidi e terrorismi, che non possono che produrre memorie confliggenti. Se dopo il processo, nel museo si escludono le voci – scomode e fastidiose, certamente – di Eichmann, Papon, Abdeslam o il padre razzista della vittima del Bataclan, difficilmente si potrà svolgere un lavoro educativo in grado di spiegare ai giovani fino in fondo le radici del male.

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