Stefano Vecchia martedì 16 aprile 2019
Domani voto per presidenza e Parlamento. La più grande nazione musulmana sceglie tra riforme e radicalismo
Sono 192 milioni gli indonesiani chiamati alle urne il 17 aprile (Ansa)

Sono 192 milioni gli indonesiani chiamati alle urne il 17 aprile (Ansa)

 

L’Indonesia si prepara alla doppia tornata elettorale di domani, per la prima volta presidenziale e politico-amministrativa, con apprensione e orgoglio. I cittadini – 192 milioni quelli chiamati alle urne su 270 milioni di abitanti – sanno che la loro democrazia, con le prospettive di sviluppo, integrazione e decentralizzazione, resta in bilico tra spinte progressiste e tendenze reazionarie, ma anche che in misura crescente è il loro voto a contare oltre le logiche tradizionali o le facili promesse. Sono 16 i partiti in lizza a livello nazionale e una decina quelli al solo livello regionale, con 240mila candidati per il Parlamento nazionale e per numerose istituzioni locali per un totale di 20mila seggi o cariche. In una competizione elettorale che sarà di sicuro impatto sulle prospettive della maggiore economia del Sud-Est asiatico e più popoloso Paese musulmano al mondo, gli equilibri restano delicati e a volte precari. D’altra parte, le speranze di vittoria del presidente uscente – importante per proseguire una politica che ha riportato l’Indonesia a un buon livello di interesse per gli investitori con maggiori garanzie per la società nel suo complesso – rischiano di risentire delle deboli ricadute finora sulla popolazione più esposta.

Mai come in occasione del voto, l’equilibrismo costante tra coscienza nazionale e globalizzazione, tra esigenze locali e nazionali, tra laicismo e radicalismo religioso, tra democrazia e autoritarismo si ritrova e amplifica nell’arena politica e questa occasione non è un’eccezione. Il presidente Joko Widodo ‘Jokowi’, musulmano riformista che ha puntato molto del suo prestigio e della sua campagna elettorale sui temi dello sviluppo e della giustizia sociale ha come alleato e candidato alla vicepresidenza Ma’ruf Amin, un 76enne moralizzatore e devoto che per un decennio ha guidato il Consiglio indonesiano degli ulema. Il suo avversario Prabowo Subianto, musulmano con congiunti cristiani, esautorato dall’esercito per il suo ruolo nelle violenze che accompagnarono l’uscita di scena di Suharto nel 1998 e poi trasferitosi alla politica associata all’imprenditoria, ha come compagno di corsa il noto uomo d’affari Sandiaga Uno e il sostegno degli estremisti religiosi.

Vero è che la campagna elettorale ha mostrato ancora una volta l’appartenenza religiosa non si trasforma automaticamente in una posizione politica. Questo per due ragioni fondamentali. La prima, che nessuna delle parti in gioco – guidate dal governativo Partito democratico indonesiano per la lotta e dall’avversario Gerindra – ha espressamente nel suo programma una modifica sostanziale del ruolo delle minoranze, che è dettato dalla Costituzione in senso non discriminatorio. La seconda ragione è invece legata all’ideologia ufficiale, quella della Pancasila (Cinque Princìpi), che continua a restare centrale nella concezione di nazione e di Stato in cui la popolazione indonesiana si riconosce dalla nascita della Repubblica indipendente. ‘Fede nell’unico Dio’, ‘Giustizia e civiltà umana’, ‘Unità dell’Indonesia’, ‘Democrazia guidata dalla saggezza dei rappresentanti del popolo’, ‘Giustizia sociale per tutto il popolo indonesiano’, questi i principi che hanno guidato per tre quarti di secolo l’immenso arcipelago esteso per quasi due milioni di chilometri quadrati, frammentato in 18mila isole e diviso amministrativamente in 34 province distese su tre fusi orari. Una varietà che è la forza di una nazione, ma che è anche uno dei suoi limiti, come dimostrato da tensioni separatiste, conflitti civili, discriminazioni, campagne d’odio e infine indottrinamento e terrorismo che hanno segnato la storia moderna del Paese. Per questo il motto nazionale bhinneka tunggal ika, ‘Unità nella diversità’, ha fornito uno strumento primario alla convivenza e al dialogo. Una garanzia per le minoranze, incluso il 10 per cento di cristiani, per un terzo cattolici.

«Voglio rassicurare che questo Paese, l’Indonesia, non resterà indietro. Siamo sulla giusta strada e siamo ottimisti che il Paese va verso un futuro di sviluppo », ha sottolineato Joko Widodo nel suo appello il 13 aprile, giornata finale della campagna elettorale davanti a una folla tenuta per ore sotto un sole cocente a condividere rock e comizi, ma più tiepida verso di lui rispetto a cinque anni fa. Alla vigilia del voto, sondaggi e analisi mostrano un distacco da cinque a 10 punti percentuali tra Widodo e Prabowo, a cui molti hanno riconosciuto una maggiore dinamicità nella corsa alla presidenza. D’altra parte, il presidente uscente ha dovuto impiegare molto in termini di tempo e carisma per spiegare il parziale insuccesso delle sue politiche e, punto su cui il contrasto con gli avversari è più forte, convincere la nazione che progetti di sviluppo costosi, da concretizzare con tempi lunghi e sovente di gestione straniera, possano dare all’Indonesia il ruolo che le spetta e alla sua popolazione il benessere che rivendica.

La diffusione esponenziale di Internet, si sottolinea, se da un lato privilegia la diffusione di progetti e proposte, penalizza chi cerca di concretizzarle tra molte difficoltà. «Non chiedete qualcosa di immediato, perché non esiste – ha non a caso avvisato Jokowi –. Nessun Paese sviluppato e prospero ha carenza di infrastrutture e nessun Paese sviluppato manca di risorse umane di qualità». Una campo, quello dello sviluppo, su cui gli avversari hanno buon gioco nell’accusare il capo dello Stato e il governo di avere mancato alle promesse, pur sapendo che almeno in parte lo stallo è dipeso anche dalla conflittualità della politica e all’opposizione di un fronte che va dai radicali religiosi alle forze legate alla ‘vecchia guardia’ erede dei regimi paternalistici e dittatoriali di Sukarno e Suharto, a settori delle forze armate che rivendicano un ruolo che la democrazia nega loro. Più volte e da più parti le opposizioni hanno rilanciato le accuse al presidente di essere ‘comunista’ o ‘cristiano’ dopo avergli tolto nel 2017 – con una campagna di piazza degli estremisti musulmani seguita da un processo per blasfemia e due anni di carcere – quello che naturalmente avrebbe dovuto essere il suo delfino, il cristiano Basuki Tjahaja Purnama ‘Ahok’, che nel 2014 aveva stravinto nel governatorato di Giacarta.

Ricordando i benefici per la popolazione in una difficile contingenza e rivendicando un ruolo nella crescita del Paese (che ha più che raddoppiato il Pil dal 2010, cresciuto di un terzo dal 2014 a oltre mille miliardi di dollari), il presidente uscente ha promesso che, se riconfermato, «l’economia sarà più forte per coltivatori, pescatori, insegnanti, operai, medici, amministratori pubblici, militari, poliziotti, artisti, lavoratori creativi, piccole e medie imprese come pure il grande business». Per questo, nell’ultimo appello agli elettori, Jokowi è tornato a parlare di speranza, a ricordare ai connazionali le ragioni per cui gli hanno consegnato il primo mandato: «Dobbiamo restare ottimisti per vincere. Non restiamo pessimisti, deboli o timorosi perché questo Paese, questa nazione è grande e ha davanti un futuro positivo».

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