Luca Geronico mercoledì 3 ottobre 2018
La minoranza, dopo aver subito nel 2014 il genocidio del Daesh, non può cercare i resti delle vittime. La rivalità politica fra Baghdad ed Erbil blocca i lavori di una apposita commissione
Profughi yazidi in un campo profughi nel Kurdistan iracheno

Profughi yazidi in un campo profughi nel Kurdistan iracheno

«Non so se cercare mio fratello da vivo o da morto», confida Tahsin, una yazida che vive in un campo profughi informale nei pressi di Dohuk, nel Kurdistan iracheno. «Non sappiamo cosa fare, se cercarlo in una fossa comune oppure cercare di capire se è ancora vivo», aggiunge Tahsin. I pochi yazidi sopravvissuti al genocidio del Daesh nell’agosto del 2014, oggi vivono una seconda tragedia: quella di non poter disseppellire, identificare e quindi piangere i loro morti. Secondo l’Onu, circa 5.000 yazidi sono stati uccisi con l’arrivo dei jihadisti, con i loro corpi ammassati in fosse comuni, altri 6.000 circa – soprattutto donne e bambini – sarebbero stati venduti come schiavi e altri 50.000 sarebbero fuggiti per evitare morte sicura.

Un “oblio forzato” della memoria dei propri cari dovuto alla complicata situazione politica che vive il Kurdistan e tutto l’Iraq. Il governo iracheno, con sede a Baghdad, non ha ancora concesso l’autorizzazione per dissotterrare le fosse comuni. Dopo il fallito referendum per l’indipendenza curda del settembre 2017, nell’ottobre di quello stesso anno, l’Esercito iracheno ha sottratto la città di Sinjar – la principale città yazida – al controllo delle truppe curde, che l’avevano occupata in seguito alla cacciata del Daesh.

I peshmerga curdi entrano a Sinjar dopo la cacciata del Daesh

I peshmerga curdi entrano a Sinjar dopo la cacciata del Daesh

Così, gli yazidi sopravvissuti e rientrati a Sinjar e dintorni, ora subiscono quella che sembra una “separazione”, anche geografica, dai loro cari estinti. Questo perché i campi profughi informali in cui abitano i sopravvissuti si trovano nella Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Le fosse comuni in cui giacciono i corpi dei loro familiari, invece, si trovano in aree controllate dalle truppe di Baghdad. Secondo Lena Larsson, a capo del programma iracheno della Commissione internazionale sulle persone scomparse (ICMP), il principale problema è la mancanza di cooperazione tra i due governi e l’assenza di un meccanismo centralizzato che si occupi del destino delle persone scomparse durante la guerra.

Questo nonostante una legge che regolasse la questione – in particolare quella della gestione delle fosse comuni e del dissotterramento dei corpi – fosse stata approvata dal Parlamento iracheno già nel 2006. Anche allora le tensioni politico istituzionali avevano già sabotato l’effettiva efficacia della legge che richiedeva l’istituzione di un comitato con a capo un giudice responsabile del ritrovamento di fosse comuni. Sul nome di quel giudice nella delicata area di Sinjar, Baghdad ed Erbil non hanno trovato un accordo fino al 2016, quando il Consiglio giudiziario supremo dell’Iraq nominò Ayman Mostafa. Una nomina che ha prodotto immobilismo: nessuna delle 68 fosse comuni denunciate nell’area di Sinjar è stata dissotterrata.

Il giudice Mostafa ha accusato Baghdad di voler «marginalizzare gli sforzi del governo curdo riguardo le fosse comuni», visto che al suo team di investigatori viene impedito l’accesso a Sinjar dalle truppe irachene che controllano l’area. La pensa diversamente Dheyaa Kareem, a capo del dipartimento del governo centrale iracheno che si occupa di fosse comuni: «Sono sicuro che queste accuse (da parte del governo curdo, ndr) persisteranno, perché hanno una dimensione politica», afferma Kareem.

Kareem attribuisce l’immobilismo delle istituzioni alla mancanza di fondi, mentre per il giudice Ayman Mostafa, le fosse comuni nell’area di Sinjar non sono sufficientemente protette: questo le espone a razzie o al deterioramento per via delle condizioni atmosferiche. Gli esperti sostengono che tutto ciò potrebbe compromettere in futuro la riesumazione e l’identificazione dei corpi. E, di riflesso, una precisa documentazione dei crimini commessi dal Daesh, visto che ad oggi gran parte dei processi nei confronti di ex miliziani dello Stato islamico si basa sulle loro confessioni, e molto raramente su prove documentate.

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