“La situazione israelo-palestinese avrà bisogno di molto tempo per riprendere il cammino. La comunità internazionale e gli Usa da soli non possono smuovere la situazione se in Terra Santa israeliani e palestinesi non hanno la volontà di farlo”. Lo ha dichiarato al Sir l’amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, monsignor Pierbattista Pizzaballa, rispondendo alla domanda se l’elezione di Donald Trump alla presidenza Usa potrà sbloccare lo stallo negoziale tra israeliani e palestinesi. “La società israeliana e il Governo vanno a destra, quella palestinese è debole e divisa. Non vedo all’orizzonte – ma spero di sbagliare – elementi che possano far pensare a un cambiamento immediato”. Nel 2017 saranno 50 anni di occupazione israeliana. “Credo che sarà opportuno fermarsi come Chiesa e comunità cristiana per riflettere su questo anniversario e sulle prospettive possibili – ha sottolineato l’amministratore apostolico -, perché le ferite sono ancora aperte. C’è forse più di una generazione che non ha conosciuto che questa realtà e forse non ha capacità di pensare a una vita diversa in Terra Santa. Questo ci deve preoccupare e spingere a tenere accesa la lampada della speranza”. Da Pizzaballa è arrivata anche la conferma che è in definizione un accordo per i finanziamenti delle scuole cristiane da parte del Governo di Israele: “Un accordo ancora non c’è, ma i negoziati hanno ripreso impulso. Speriamo di arrivare a una conclusione. Va sottolineato, però, che si tratta solo della prima tranche di finanziamento”. “Lontano”, invece, il raggiungimento di un accordo generale sullo status delle scuole cristiane. Più fiducioso l’amministratore apostolico per l’”Accordo fondamentale Santa Sede-Israele”: la “settimana scorsa è stato ripreso il negoziato con buona volontà da entrambe le parti. Speriamo che stavolta alla buona volontà seguano anche i fatti”. Allargando lo sguardo alle vicende siriane e irachene, mons. Pizzaballa ha affermato che “non c’è cristiano di Terra Santa che non parli di Daesh o dei fratelli siriani o iracheni. Tutte le comunità cristiane esprimono solidarietà anche concreta con collette e veglie per i loro fratelli cristiani. Sono ammirati dalla testimonianza che stanno dando e sono incoraggiati a guardare avanti con forza e coraggio”.

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