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22 Giugno 2010

LE VISIONI MISTICHE DI IBN ARABI NELL’ISLAM EUROPEO (gennaio 2009)

Dott. Giancarlo Rizzo
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Le visioni mistiche di Ibn Arabi nell’Islam europeo (gennaio 2008)
 
 
 
A cura di:
Dott. Giancarlo Rizzo
 
Muhammad Ibn Arabi, noto anche con gli appellativi Vivificatore della Religione e Il Più Grande dei Maestri, nacque a Murcia nell’anno 560 dell’ègira. Visse la sua adolescenza nel contesto culturale della Spagna andalusa del VII secolo in cui si intrecciavano le dottrine degli ebrei, dei cristiani e degli islamici che generarono le più importanti opere scientifiche e filosofiche dell’antichità.In questo mondo ricco e virtuoso sorsero capolavori di architettura, tuttora visitabili, quali l’Alhambra a Granada e la Grande Moschea di Cordova, inoltre furono tradotte prima in arabo e successivamente in latino le grandi opere classiche greche di Aristotele e Platone.
Ibn Arabi viaggiò molto in Spagna e nel Maghreb, a Cordova incontrò Ibn Rusd (più comunemente noto come Averroé), famoso filosofo e giudice di quella città. Dopo un lungo peregrinare decise di stabilirsi a Damasco, città in cui compì la sua missione spirituale e morì nel 1240, sepolto nella tomba privata del celebre qadi Ibn az-Zaki.
Ovunque fu ben accolto con grandi onori, istruì instancabilmente i suoi discepoli, scrisse e dettò il suo insegnamento in opere di varie dimensioni, dal semplice opuscolo di poche pagine ai trattati enciclopedici, come il Tasfir costituito da sessantaquattro volumi. L’ispirazione principale in tutte le sue opere è la religione dell’amore basata sulla ragione ma non è un’esposizione metafisica come sostengono in molti, si tratta di una essenziale prerogativa umana cui dedicò tutta la sua esistenza. La genesi dell’opera di Ibn Arabi è stata influenzata dai frequenti rapporti e colloqui che ebbe nel corso della sua vita con alcuni sufi e personaggi appartenenti alla gerarchia esoterica. A tal proposito è utile ricordare l’opera Tadbirat al-Ilahiyyat (trad. Le direttive divine riguardo alla buona condotta del regno umano) uno dei trattati più interessanti sull’esoterismo musulmano e specialmente sul rapporto tra l’essere umano e Dio: l’individuo in unione con il suo Creatore deve seguire i Suoi insegnamenti, fare del bene, tendere sempre a perfezionarsi, mirare ad un mondo più grande e unito. Ma il suo nome è legato in particolar modo al principio di unità: Nel tentativo di descrivere la realtà dell’universo come viene rivelata nei momenti di visione, Ibn Arabi coniò l’espressione wahdat al-wugud (trad. unità dell’essere o dell’esistenza). La mistica della sua scuola rappresenta un progresso rispetto a quella degli asceti di Bagdad, nel senso che prende coscienza ed elabora le virtualità proprie dell’Islam. Una delle costanti dell’esperienza mistica di Ibn Arabi è il sentimento che nulla ha esistenza reale al di fuori di Dio e si attribuisce direttamente a Dio la creazione degli atti e delle Sue creature. Su questi presupposti la professione di fede musulmana non c’è altro dio all’infuori di Dio si tramuta in non esiste agente all’infuori di Dio.Tutto ciò che esiste, o esiste ab aeterno, o ha un inizio nel tempo. Nel secondo caso, l’essere che ha un origine nel tempo postula necessariamente un essere eterno. Quest’ultimo è un Essere Necessario, l’altro è solo possibile. L’Essere Necessario esiste necessariamente, l’essere possibile può esistere o no e la sua esistenza dipende dall’Essere Necessario. L’Essere Necessario che può solamente essere Unico viene identificato con il Dio del Corano: Dio solo ha un’Esistenza Necessaria, le creature esistono soltanto grazie a Lui e non hanno esistenza che da Lui.
La terminologia filosofica araba non è esattamente sovrapponibile a quella cui ci ha abituato la scolastica cristiana, la quale ha sviluppato alcuni temi che le sono stati trasmessi dai filosofi arabi, interpretandoli però con un senso diverso. Così la distinzione fra essere, essenza ed esistenza, basata sulla distinzione fra Essere Necessario ed essere possibile, non si ritrova nella stessa forma presso i pensatori musulmani.Il termine wugud designa ora l’uno ora l’altro concetto, non deriva da una radice che significa propriamente essere e questo gli conferisce un senso differente, etimologicamente wugud è il nome verbale di wagada, trovare e significa sia il fatto di trovare che il fatto di trovarsi. Nella prima accezione il termine è usato correntemente nel sufismo insieme ad altri due termini derivati dalla stessa radice tawagud e wagd. Il primo designa lo sforzo per provocare lo stato del wagd e spesso corrisponde alla danza mediante la quale si cerca di entrare in estasi; quanto al wagd è la ricerca nostalgica di Dio, il desiderio di incontrarLo. Questo incontro è designato dal termine wugud.Ibn Arabi trascorse la maggior parte della sua vita a la Mecca e fu proprio nella città santa che compilò le Futuhat al-Makkiyyat (trad. Le Rivelazioni Meccane) una vera e propria enciclopedia della scienza esoterica. L’opera venne scritta nell’arco di 30 anni e sembra scaturire dalla stessa visione degli argomenti trattati, non presenta infatti alcun senso di progressione tra un testo e il successivo.Lo scrittore murciano sostiene di aver scritto l’opera sotto ispirazione divina: In ciò che ho scritto non ho mai avuto un fine come altri scrittori. Mentre scrivevo arrivavano su di me lampi di ispirazione divina che mi avvolgevano e io mettevo su carta. Se le mie opere dimostrano una qualche forma di composizione, ciò è del tutto senza intenzione. Scrissi alcune opere sotto comando di Dio, che mi furono mandate in sogno o attraverso una rivelazione mistica. Il mio cuore suona alla porta della Presenza divina, aspetta premurosamente di vedere ciò che apparirà quando si aprirà la porta. Il mio cuore è misero e bisognoso, privo di qualsiasi conoscenza. Quando qualcosa appare al cuore da dietro quella tenda esso corre ad obbedirgli e si prostra a rispettarlo.Nei 560 capitoli delle Futuhat vi sono descritti tutti gli aspetti della vita spirituale: il significato di Islam, i racconti della vita del Profeta, gli hadit, il Corano, i principi di giurispudenza, l’essere umano, il cammino in cui la perfezione umana può essere realizzata, la cosmologia, il ruolo delle istituzioni politiche.Secondo Ibn Arabi tutte le cose create sono manifestazioni di particolari Nomi attraverso la mediazione di immagini e l’Uomo è capace di manifestarli tutti. Questa idea della condizione privilegiata degli esseri umani è connessa con quel patto (in arabo mitaq) che, secondo il Corano, Dio aveva stretto con essi prima che il mondo venisse creato.L’archetipo attraverso il quale fu fatto l’uomo veniva chiamato da Ibn Arabi e da altri autori la Luce di Maometto o la Verità di Maometto. Era questo il limpido specchio in cui l’Essere divino poteva vedersi pienamente riflesso. In un certo senso, quindi, tutti gli esseri umani potevano essere considerati perfette manifestazioni di Dio, ma in un altro senso ciò era il privilegio solo di alcuni uomini. Tale idea dell’Uomo Perfetto (in arabo al-insan al-kamil) avanzata da Ibn Arabi venne ulteriormente elaborata da uno dei suoi seguaci, al-Jili.L’altra opera importante, Fusus al-Hikam, può essere considerata come il testamento spirituale dell’autore, essa rappresenta un’estesa meditazione sul significato dei maggiori Profeti così come furono presentati nel Corano. Ibn Arabi afferma nell’introduzione all’opera che ricevette l’intero Libro in sogno dal Profeta Muhammad il quale gli disse: Questo è il Libro delle Fusus al-Hikam, prendilo e portalo tra la gente la quale potrà trarne beneficio.
Analizzando simbolicamente il titolo originale arabo Fusus al-Hikam (trad. Le gemme della saggezza) si comprenderà che in esso è espresso, attraverso metafore, il significato stesso dell’opera: al-fass, singolare di fusus, significa gemma, pietra preziosa che viene incastonata ad un anello, mentre per comprendere esattamente la natura del termine al-hikam, la saggezza, occorre approfondire gli aspetti della saggezza divina.Le gemme della saggezza eterna sono le forme spirituali dei diversi Profeti, le loro rispettive nature, a volte spirituali e a volte umane che veicolano questo o quell’aspetto della Conoscenza divina. Il carattere incorruttibile della pietra preziosa corrisponde alla natura immutabile della saggezza.La metafora della pietra preziosa della saggezza che viene incastonata, concerne la natura umana di un Profeta e la sua capacità di recepire la saggezza divina, tuttavia questo aspetto simbolico che corrisponde all’apparenza umana delle cose, si trova ampliato e perfezionato attraverso le formule che Ibn Arabi adotta per i titoli dei capitoli del suo libro: La gemma della saggezza divina nel Verbo Adamitico, La gemma della saggezza dell’Ispirazione divina nel Verbo di Seth, La gemma della saggezza della Trascendenza nel Verbo di Noé.Secondo queste espressioni, la gemma, cioè la forma individuale del Profeta, è a sua volta contenuta nel verbo (al-kalima), che è la realtà essenziale e divina dello stesso Profeta; egli, per la sua identificazione attiva con la saggezza divina, è determinazione immediata del Verbo eterno, che è l’enunciazione primordiale di Dio.Sono i verbi che contengono le gemme, giacchè l’individuale è contenuto dall’universale e non viceversa malgrado le apparenze umane. Il Profeta, in quanto Uomo Perfetto, contiene in sé l’individuale e l’universale, poichè egli possiede la saggezza divina che è sotto il rapporto della sua realtà interiore e sopraindividuale, egli è questa saggezza. Quindi il Profeta contiene l’umanità perfetta dell’uomo divino, questo aspetto delle cose corrisponde alla realtà ontologica, senza annullare tuttavia la realtà apparente dal punto di vista umano.Infine, bisogna aggiungere che l’umanità dei Profeti, che per definizione è perfetta ed esemplare, riflette nella sua particolarità la gemma (fass) che prende una certa forma in relazione al Nome divino. Ciò significa che il Profeta s’identifica in ultima analisi con questo Nome che gli aprirà il cammino verso l’Essenza divina.Questa complessità di aspetti apparentemente contraddittori, integrati ad una sintesi razionale, è una caratteristica degli insegnamenti di Ibn Arabi.Il rapporto tra la gemma e la saggezza prefigura il tema fondamentale del Fusus al-Hikam: La rivelazione divina è conforme alla ricettività del cuore, così come la luce trasparente prende il colore del cristallo che la riflette, l’aspetto che viene assunto dalla Divinità dipende dunque dal suo recipiente (il recipiente è il cuore dell’uomo). Infine quanto più il ricevente è integro ed essenziale, tanto maggiori saranno le possibilità per lui di essere divino.La base e il punto di partenza di ogni capitolo del Fusus al-Hikam è un passo della sacra scrittura, il più delle volte si tratta di una frase pronunciata da uno dei Profeti che animano le pagine del Corano. L’autore parte da Abramo per concludere con Muhammad il quale suggella la profezia universale. La catena coranica dei Profeti comprende altresì Cristo e alcuni Profeti dell’Arabia antica quali Salih e Hud, non contemplati nelle scritture giudeo-cristiane.Fusus al-Hikam giocò un ruolo centrale nella tradizione islamica e divenne un vero e proprio classico della letteratura mistica, attraverso i commenti e le critiche di Sadruddin Konevi, gli insegnamenti di Ibn Arabi furono noti a grandi personaggi come Rumi e Abdul Karim al-Jili.Ibn Arabi fu un mistico, un filosofo, un poeta, uno dei maestri spirituali dell’Islam più citati e al contempo meno conosciuti a causa sia della complessità e dell’audacia delle sue dottrine che per le difficoltà linguistiche dei suoi scritti, ardue per gli stessi arabi. Questo contributo intende sottolineare almeno la sua posizione centrale nell’ambito della letteratura islamica medievale e favorire nuovi studi e approfondimenti sull’autore.