Stefano Vecchia giovedì 20 settembre 2018

Dopo il rapporto delle Nazioni Unite, la Cpi apre una procedura contro l’esercito birmano per «inconcepibili livelli di violenza» contro la minoranza musulmana

Profughi Rohingya all'arrivo in Bangladesh dal confinante Myanmar (Ansa)

Profughi Rohingya all’arrivo in Bangladesh dal confinante Myanmar (Ansa)

L’esercito birmano, noto con il nome di Tadmadaw, deve «essere rinviato al giudizio di un tribunale internazionale» perché responsabile di utilizzare «inconcepibili livelli di violenza» contro la minoranza musulmana dei Rohingya nel tentativo di espellerla dal Myanmar che non ne riconosce la cittadinanza.
Una responsabilità sottolineata da almeno 10mila morti che, ha indicato lunedì Marzuki Darusman, presidente della Missione di indagine sul Myanmar davanti al Consiglio Onu per i Diritti umani, non può essere giustificato dalle contromisure contro gruppi insurrezionali di etnia Rohingya.

Le affermazioni di Darusman hanno preceduto la presentazione allo stesso Consiglio del Rapporto completo della missione durata 15 mesi: 440 pagine che indicano con chiarezza la volontà dei militari di “attuare il genocidio dei Rohingya” ma non solo, dato che, insieme al caso dello Stato occidentale di Rakhine, dove si situa la persecuzione dei Rohingya costretti alla fuga in 700mila verso il Bangladsh dall’agosto 2017, il Rapporto presenta anche quelli delle aree orientali abitate dalle minoranze Shan e Karen. Popolazioni assimilate da una persecuzione feroce che ha metodi comuni e un comune denominatore negli interessi delle forze armate.

Un elemento sottolineato da Christopher Sidoti, uno degli investigatori autori del Rapporto: «Non ci potrà essere alcuna transizione democratica in Myanmar fino a quando il Tadmadaw non allenterà il controllo sulla politica, sull’economia e sulla Costituzione».
La diffusione del rapporto Onu ha preceduto solo di poche ore l’annuncio del procuratore-capo della Corte di giustizia internazionale, Fatou Bensouda, dell’avvio dell’indagine preliminare sulla deportazione dei Rohingya in Bangladesh.
Unico capo di imputazione possibile, dato che il Myanmar non aderisce allo Statuto di Roma del 1998 che riconosce la giurisdizione della Corte internazionale in reati come genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

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