Stefano Vecchia giovedì 22 novembre 2018
Gli impegni “umanitari” del governo di Islamabad: la cittadinanza a bengalesi e afghani
Arrivo di profughi afghani in Pakistan nel 2002

Arrivo di profughi afghani in Pakistan nel 2002

Nel mese di agosto 2018, poco dopo la sua designazione a primo ministro successivamente alla vittoria del suo partito Tehreek-e-Insaf alle elezioni generali del 25 luglio, Imran Khan ha dichiarato che il suo governo farà dell’integrazione degli immigrati afghani e bengalesi una priorità. Sottolineando che la concessione della cittadinanza a un gran numero di individui che da decenni vivono nel suo Paese è da tempo dovuta, con un doppio obiettivo: di giustizia ma anche per disinnescare una potenziale bomba sociale. Non a caso, le sue posizioni sono state accolte con soddisfazione da altre minoranze, gruppi emarginati e attivisti per i diritti umani. Allama Muhammad Ahsan Siddiqi, a capo di una organizzazione interreligiosa con base a Karachi ha segnalato all’agenzia UcaNews il suo appoggio all’iniziativa del capo del governo. «Stiamo parlando di umanità, non di questioni politiche – ha indicato Siddiqi –. Tutte le comunità dovrebbero avere uguali diritti come indica la nostra Costituzione, ma sfortunatamente ogni cosa in Pakistan viene politicizzata», sottolineando così che tanta parte nell’arretratezza di gruppi sociali hanno la manipolazione politica e gli interessi di partiti e gruppi di potere.

La concessione della cittadinanza alle maggiori comunità immigrate, avrebbe tra l’altro come contropartita di rilanciare il ruolo umanitario di un Paese noto un tempo per la sua accoglienza e che negli anni è diventato ricettacolo di problemi e di rischi per le minoranze, a partire da quelle religiose, mostrando incapacità di controllare ampie aree di sfruttamento e di privilegio. Secondo i dati più recenti dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sono quasi un milione e mezzo gli afghani registrati con la qualifica di profugo. A essi si aggiungono circa 250mila bengalesi – eredi in gran parte della migrazione di elementi legati agli interessi del Pakistan dopo la guerra di liberazione di quello che oggi è il Bangladesh nel 1971, e musulmani birmani, di etnia Rohingya ma non solo. Per i leader della comunità bengalese, che come quella afghana ha la sua concentrazione maggiore nella città portuale di Karachi, maggiore agglomerato urbano del Pakistan, i connazionali che vivono nel Paese potrebbero essere oltre due milioni. A conferma della difficoltà di censire e di controllare un fenomeno immigratorio che ha molte ragioni ma che rappresenta una sfida per i governi e a volte rischia di innescare un conflitto sociale.

Una problematica sottolineata dallo stesso Khan, durante una manifestazione organizzata per raccogliere fondi destinati alla costruzione di impianti idroelettrici: «Se gli obiettivi mirati e gli attacchi terroristici sono diminuiti, a Karachi la criminalità comune è in crescita e uno dei fattori principali è la crescita di una popolazione sfavorita che non ha un’istruzione e che non ha lavoro a causa della mancanza di un sistema di sicurezza sociale. Questa popolazione include soprattutto profughi afghani e bengalesi i cui figli sono nati e cresciuti qui. Tuttavia, non possono avere passaporti e carte d’identità nazionali e senza di esse non possono accedere a impieghi regolari e, anche quando riescono a farlo, hanno salari inferiori agli altri. Quando una società maltratta una parte della sua popolazione alla fine deve pagarne il prezzo. A Dio piacendo, avranno i loro documenti e non li aiuteremo a avere un’istruzione e a diventare pachistani con uguali diritti». Come riportato ancora da UcaNews, la Caritas pachistana ha accolto con sollievo le dichiarazioni del premier, ma senza trionfalismo. «I bengalesi che vivono a Karachi meritano tutti i diritti e i documenti necessari come i cittadini comuni e anche gli afghani si trovano davanti a problemi sociali, educativi, medici e abitativi. Anch’essi sono vulnerabili e quindi ogni decisione riguardo la loro situazione richiede una seria riflessione», ha segnalato il direttore esecutivo della Caritas, Amjad Gulzar.

Quella della diaspora afghana (e ancor prima quella bengalese dopo la guerra di liberazione del 1971) resta una situazione dimenticata per molti anni, ma che ha avuto un peso consistente, non solo riguardo i paesi d’origine, ma anche quelli di accoglienza. La conferma è arrivata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: il Pakistan ospita il più alto numero di rifugiati al mondo, poco meno di un milione e mezzo. Ufficialmente in maggioranza afghani eredi di una diaspora che ha le sue radici nell’invasione sovietica dell’Afghanistan a sostegno di un governo favorevole a Mosca. Una situazione di conflitto perdurata negli anni anche dopo il ritiro dei sovietici e nonostante i cambi di regime a Kabul e a Mosca, che ha portato milioni di afghani a cercare rifugio entro i confini pachistani e in molti casi a farne la propria casa. Un’ospitalità che ha portato in certi periodi al limite delle possibilità del Paese ma che non ha mai acceso particolari fenomeni di opposizione interna. La diaspora afghana, ha dato vita a comunità operose e pacifiche, che però in molti casi sono state infiltrate da istanze jihadiste e dall’ideologia talebana, da contrasti interni, dai traffici di armi e di oppio.

Come molti altri prima di loro, 1,45 milioni di afghani ancora presenti nel Paese, per i due terzi di seconda generazione, sono sottoposti a una pressione al rientro che ha molte ragioni ma che viene attuata con gradualità. Problematica comunque, perché molti afghani non si riconoscono più in un Paese d’origine ancora in guerra, dove non avrebbero risorse e che non è più il loro da tempo. Inoltre, il movimento di rientro si è incrociato per anni con un movimento di contrario in certi momenti anche superiore. La presenza afghana nel Paese ospitante non ha mai superato i 3,5 milioni. Il movimento di ritorno sostenuto dall’Acnur/Unhcr ha consentito complessivamente il rimpatrio di circa 4,1 milioni di afghani da marzo 2002, il più grande impegno di questo tipo per una organizzazione internazionale, ma la persistenze situazione di conflitto nel Paese d’origine ha frenato in anni recenti le partenze, pur davanti alla pressione del governo di Islamabad che è stata sostenuta da incentivi ma ha anche rasentato l’espulsione indiscriminata, creando fenomeni di clandestinità, reazioni e anche un incremento delle attività di trafficanti transnazionali. Sono stati 137mila gli afghani che hanno ufficialmente lasciato il Pakistan nel 2015, quattro volte più dell’intero 2014.

D’altra parte, un accordo tra Islamabad e Kabul per rinnovare i documenti di soggiorno e consentire, ad esempio, permessi biennali, è reso difficile, come per altre questioni bilaterali, da tensioni tra i due Paesi. In particolare, il governo afghano accusa Islamabad di non contrastare efficacemente sul proprio territorio l’azione delle fazioni talebane che non solo hanno goduto dall’inizio del sostegno dei servizi segreti pachistani, ma che ancora hanno nelle regioni confinarie del Pakistan rifugio e supporto. Da questa situazione ha origine anche la presenza di afghani e bengalesi tra i boat-people e i profughi che si dirigono verso le frontiere dell’Unione Europea. A settembre 2017 erano 170.045 gli afghani richiedenti asilo in area Ue, con un tasso crescente di respingimenti, arrivato al 52 per cento dopo un miglioramento significativo tra il 2012 e il 2015.

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