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Federico Peirone

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13 Dicembre 2012

SIRIA – ( 13 Dicembre )

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L’opzioni siriana di Washington
 
Il calcolo azzardato
 
 
 
​La decisione è forte tanto quanto attesa: anche gli Stati Uniti si apprestano a riconoscere formalmente quale rappresentante ufficiale del popolo siriano la Coalizione nazionale dell’opposizione, formatasi settimane fa in Qatar con l’adesione di buona parte dei movimenti ostili al regime di Assad. Un passo in più di Washington verso un ruolo maggiormente attivo nel conflitto dato che riconoscere la Coalizione nazionale permette agli americani non solo di sostenere politicamente in modo più esplicito queste forze, ma anche di rafforzare (seppure con discrezione) il limitato sostegno militare finora offerto loro.

Una mossa prevista, che tuttavia non ha mancato di generare discussioni in seno all’Amministrazione Obama, vista la presenza – fra le file degli oppositori – di movimenti davvero imbarazzanti. Il capo della Casa Bianca, nell’annunciare la sua decisione, ha detto di considerare la Coalizione nazionale «sufficientemente inclusiva». Che sia molto inclusiva, non v’è dubbio alcuno; anzi, un po’ di selezione in più alla porta d’ingresso non avrebbe guastato. Se il presidente di questo consiglio delle opposizioni, il sunnita Ahmed Moaz al-Khatib è un moderato rispettato e con una visione politica anti-settaria, altre presenze sono inquietanti. Prima fra tutte quella del movimento jihadista al-Nusra, collegato ad al-Qaeda e formato da miliziani che hanno operato in Iraq negli anni neri del terrore jihadista. Ma poco rassicurante è anche la presenza massiccia di esponenti di movimenti salafiti, sostenuti e finanziati dai Paesi del Golfo, portatori di una visione intollerante dell’islam e del Medio Oriente (e su chi abbia diritto di abitarlo). Lo slogan Alawi tabut, Masih Beirut (gli alawiti all’inferno e i cristiani cacciati a Beirut) è triste e barbaro, foriero di nuove tragedie. Se i jihadisti non fanno mistero delle proprie intenzioni violente, i salafiti mantengono un’ambiguità minacciosa.

Probabilmente, il calcolo politico di Washington è che riconoscere la Coalizione nazionale rappresenti lo strumento migliore per evitarne una deriva radicale e per ancorare i nuovi governanti siriani a una piattaforma moderata, una volta sconfitto il crudele regime di Assad. Dopo venti mesi di violenze, la situazione sul campo sembra del resto sempre più favorevole agli insorti: l’esercito lealista è ormai rifugiato in un numero ridotto di piazzeforti; i suoi capisaldi conquistati da offensive ben coordinate e mirate contro le basi aeree, i depositi di armi, gli snodi strategici. Sempre meno sono i soldati a sua disposizione mentre crescono le defezioni e le fughe di chi si sente con le spalle al muro. Il cerchio sembra insomma stringersi sempre di più attorno a Damasco e al presidente Assad, senza che ai suoi pochi alleati internazionali rimangano molte carte da giocare per puntellare il traballante alleato. Lo dimostra bene anche la piccata reazione russa all’annuncio statunitense.

Tuttavia, tale riconoscimento senza condizioni alla Coalizione nazionale rischia di rivelarsi un calcolo azzardato: chi entrerà in Damasco quando il regime crollerà saprà astenersi (o limitarsi) dalle vendette? Quali strumenti ha l’Occidente per fermare le milizie jihadiste ben armate e determinate? Etichettarle come movimenti terroristi, come ha fatto il Dipartimento di Stato con al-Nusra, rischia di essere un semplice esercizio di stile, se queste stesse milizie avranno titolo per rivendicare la propria parte di potere e potranno ancorarsi al territorio.

Lo si è già visto altrove, in passato: la caduta violenta di un regime favorisce spesso le forze più radicali e le piattaforme più estremiste. Il fragile mosaico di comunità e fedi della Siria, già abusato da decenni di feroce dittatura, rischia davvero di non resiste e frantumarsi. Avremo allora una Paese non più asservito alla sinistra famiglia degli al-Assad, ma sfigurato nella sua storica pluralità identitaria.

 
 
 
Ricardi Redaelli

 

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