Luca Geronico giovedì 15 novembre 2018
Il frate marista George Sabe: «Tendiamo le mani, come quel Cristo con le braccia spezzate. E ora che la guerra è finita si deve osare lanciare iniziative perché l’uomo recuperi autostima»
Fra George Sabe, marista di Aleppo

Fra George Sabe, marista di Aleppo

«Siamo radicati in una storia quasi millenaria perché la cristianità ad Aleppo risale quasi al tempo degli apostoli. Una storia millenaria testimoniata, nella regione tra Aleppo, Idlib e Afrin, da ben 700 siti cristiani risalenti al XI, XII e XIII secolo. Come cristiano di Aleppo, posso dire che la mia famiglia è cristiana da più di 1.300 anni, cioè da prima dell’arrivo dell’islam in Siria», spiega fra George Sabe.

Prima della guerra, prosegue il frate marista nel salottino del collegio Champagnat di Aleppo, «essere cristiano ad Aleppo era come vivere in un mondo musulmano, ma anche in una diversità di comunità: i cattolici, gli ortodossi e i protestanti». Sono sei le comunità cattoliche, tre quelle ortodosse e alcune comunità protestanti, segno di una forte complessità. «C’era una cultura della pace e dell’apertura all’altro e all’Occidente. Vivevamo una speranza: essere radicati nella terra, il Medio Oriente, la terra del monoteismo, ma anche la terra che Gesù ha amato».

Una identità molto complessa, quella dei cristiani di Aleppo prima della guerra. Come sopravvive oggi?

Oggi forse siamo testimoni della fine della cristianità nel Medio Oriente e nella città di Aleppo. Ma sarebbe un peccato, perché senza i cristiani la Siria non sarà più la Siria e senza i cristiani d’Oriente la Chiesa avrà perso uno dei suoi due polmoni. Il silenzio che regna ora nei quartieri cristiani di Aleppo rappresenta la sofferenza, la morte e forse la disperazione di una cristianità che ora i grandi del mondo vogliono ridurre al silenzio.

Il crocifisso del collegio dei gesuiti di Aleppo crivellato di colpi

Il crocifisso del collegio dei gesuiti di Aleppo crivellato di colpi

C’era un crocifisso della cappella del collegio dei gesuiti di Aleppo crivellato di colpi e senza braccia, perché posto tra di due fronti: esercito e ribelli. Un simbolo della situazione della vostra comunità cristiana?

Non ci si cercava di distruggerci in quanto cristiani, ma noi abbiamo pagato troppo caro il fatto di essere nel mezzo dei combattimenti. Quando al-Nusra era ad Aleppo noi eravamo minacciati realmente perché poteva attraversare il fronte e far partire i cristiani dai loro quartieri. «Essere nel mezzo» è fortemente simbolico perché, in fin dei conti, il cristiano è l’uomo che tende una mano a l’uno e all’altro come Cristo. Ma può accadere che l’uno o l’altro non vogliano che gli si tenda la mano, che vogliano spezzare quella mano. Vogliamo essere un ponte e vogliamo come cristiani portare il saluto di pace del Risorto. Ma può essere che non ci si voglia più, come testimoni e come mediatori.

La campagna Humanity è sulla resilenza: cosa significa, per la vostra comunità, essere resilienti?

Significa, in primo luogo, essere un orecchio che ascolta la sofferenza della popolazione, cristiana o musulmana. Non possiamo restare indifferenti alla sofferenza degli altri. Non possiamo dire: servo solo la mia comunità. Essere resilienti è aprire il cuore all’altro e così si diventa creativi. Le pietre cadute per terra si possono togliere. Ma prima si deve risuscitare l’uomo, educarlo alla pace, al rispetto del diverso da me ed educarlo alla speranza. Bisogna essere creativi, osare lanciare dei progetti perché l’uomo sia indipendente, abbia autostima. Per questo vogliamo formare i nostri operatori alla resilienza: un cammino per guadagnare un giorno la pace.

© Riproduzione riservata

Il testo originale e completo si trova su:

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/sabe