Luca Geronico venerdì 2 febbraio 2018
Il nunzio: il nuovo capitolo nel conflitto è l’intervento della Turchia ma nel Paese si scontrano interessi regionali. Solo un accordo fra le due superpotenze può portare a una soluzione politica
Il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria

Il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria

«Vi è una percezione non esatta di come si svolge il conflitto in Siria. In Europa si pensa che ormai si sia giunti a una conclusione almeno parziale del conflitto. In realtà la situazione è ancora molto critica e questo conflitto sta facendo la fine dei conflitti di lunga durata inosservati. Di certo non siamo ancora arrivati a vedere la luce sulla fine del tunnel», dichiara il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria.

«Ogni anno, in questo conflitto, vediamo aprirsi un capitolo nuovo. L’ultimo, in questo momento, è evidentemente l’intervento armato della Turchia che dice che di intervenire contro quelli che Ankara definisce terroristi. Fuori della Siria si pensa che il 90% del Daesh sia stato scacciato fuori dal Paese. Questo è vero, ma il Daesh era un bubbone che si è diffuso in un corpo malato e indebolito, ma non era il vero problema della Siria». Nel Paese, prosegue Zenari, «operano sei o sette potenze regionali che erano tutte d’accordo nel voler scacciare il bubbone Daesh, ma ora riemergono i problemi di prima».

Il Cardinale Mario Zenari con il presidente siriano Bashar el-Assad

Il Cardinale Mario Zenari con il presidente siriano Bashar el-Assad

Una soluzione politica «è l’unica via possibile anche per risolvere la situazione umanitaria. Una soluzione politica permetterebbe di evitare i ritardi nelle consegne degli aiuti, di evitare i diversi tipo di impedimento al lavoro dei soccorritori, dei medici, ma per la soluzione politica la strada è tutta in salita». In Siria, aggiunge il nunzio apostolico, «ci sono interessi regionali che esercitano pressioni nel Paese, ma anche in Yemen e in parte in Iraq. A questo si aggiungono gli interessi delle potenze internazionali, ma in gioco sono prima di tutto gli interessi delle potenze regionali».

Cosa chiede a comunità internazionale? «Di raddoppiare gli sforzi – risponde il cardinale Zenari -. Nel 2013, come noto, fummo a un passo da un intervento internazionale per l’uso di armi chimiche vicino a Damasco che causò circa 1.400 vittime. Allora si rischiò un intervento militare internazionale, fummo a un passo da ciò, ma bastò che le due superpotenze tornassero a parlarsi sulla Siria per evitare il peggio». Quello fu il passaggio decisivo per «far accettare alla Siria il trattato per la messa al bando delle armi chimiche: fu un grosso passo in avanti che portò allo smantellamento degli arsenali chimici. Pensate in che mani avrebbero potuto finire quelle armi se non si fosse raggiunto quell’accordo politico fra le due superpotenze», osserva Zenari.

Ma si era prima della crisi di Crimea e Ucraina che «ha riportato a toni da guerra fredda e questo incide sui rapporto fra le due superpotenze. Ma solo se le due superpotenze lavorano assieme per trovare una soluzione politica questa può poi avere anche un riflesso sulle potenze regionali che ora sono una contro l’altra».

L’appello di Zenari alla superpotenze giunge nelle stesso ore in cui il segretario alla Difesa statunitense, James Mattis, si è detto “preoccupato della possibilità” che gli uomini del presidente Bashar el-Assad “abbiano usato del gas sarin” in Siria. “Non abbiamo delle prove” ha aggiunto, affermando però che il Pentagono non respinge l’ipotesi e valuterà i rapporti delle Ong e di altri che possano provare gli attacchi. Mattis ha poi ipotizzato una risposta militare contro Assad, se le accuse saranno sostenute da prove.

Intanto si aggiorna il bilancio sull’offensiva turca contro l’enclave curdo-siriana di Afrin, iniziata due settimane fa. Sono “almeno 823 i terroristi” curdi del Pyd e del Pkk e del Daesh “neutralizzati” (uccisi, feriti o catturati) dall’inizio dell’offensiva turca secondo quanto riferisce l’ultimo bollettino delle Forze armate di Ankara sull’operazione “Ramoscello d’ulivo”. Le cifre non sono verificabili in modo indipendente sul terreno. Invece, secondo l’agenzia Anadolu, una persona è morta e altre sette sono rimaste ferite nell’esplosione di un razzo lanciato dal Nord della Siria sulla città turca di Reyhanli. Su Twitter, il sindaco di Reyhanli, Huseyin Sanverdi, ha scritto che la vittima è stata uccisa da un razzo lanciato dalle Unità di difesa del popolo (Ypg).

Fumo sale dopo un bombardamento dall'enclave di Afrin in Siria (Ansa)

Fumo sale dopo un bombardamento dall’enclave di Afrin in Siria (Ansa)

Infine, secondo l’Ong francese l’Unione delle organizzazioni di soccorso medico, un ospedale costruito in una grotta sotterranea è stato distrutto da cinque missili lanciati ieri nella località di Kafr Zita, nel nord della Siria sotto il controllo dei ribelli. Secondo l’Ong l’attacco ha causato diversi feriti lievi e gravi danni al pronto soccorso e a diverse ambulanze dell’ospedale Al Magara, costruito 18 metri sotto terra, mentre la farmacia è stata interamente distrutta. L’ospedale serviva circa 50mila persone e nella struttura si effettuavano circa 150 interventi chirurgici al mese.

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