Luca Geronico giovedì 26 luglio 2018
Continua il mistero sulla sorte del gesuita con cui si sono persi i contatti il 29 luglio del 2013. Il fratello Giovanni: «La profezia di Paolo ora è riconosciuta da tutti»
Una veglia di preghiera per padre Paolo Dall'Oglio, rapito a Raqqa il 29 luglio 2013 (Ansa)

Una veglia di preghiera per padre Paolo Dall’Oglio, rapito a Raqqa il 29 luglio 2013 (Ansa)

Era, probabilmente, il disperato soccorso alla “Primavera siriana” quella «mediazione» cui padre Paolo Dall’Oglio non si era sottratto. «Torno in Siria. Questo è il numero dei miei, se dovesse servire», diceva salutando i giornalisti amici pochi giorni prima. Le ultime immagini sul Web ritraggono il gesuita fra studenti inneggianti alla Siria libera davanti a una chiesa armena di Raqqa. Erano i giovani di padre Paolo, cui aveva legato la sua vita, fino a tentare quella «mediazione». Poche ore dopo, il 29 luglio 2013, iniziava il silenzio che dura sino ad oggi. Forse una trattativa per un ostaggio rapito, forse il tentativo di aprire un canale di dialogo con lo Stato islamico dell’Iraq e del levante che a Raqqa stava aprendo uffici e insediando milizie: la prima città conquistata completamente dai ribelli al regime non era ancora la “capitale” del Daesh. Un anno dopo, il 29 giugno del 2014, Abu Bakr al-Baghdadi, con il discorso alla moschea di al-Nouri a Mosul, avrebbe messo il suo macabro sigillo anche su un pezzo di storia della Siria. Ma non era quello il disegno dei primi sei mesi della rivolta in Siria.E proprio per questo la scomparsa a Raqqa del prete del dialogo islamo-cristiano espulso dal regime, pare, più che una resa, l’ultimo estremo tentativo di opporsi, con la sua presenza fisica, con il suo corpo, a una deriva che – complice quella che Dall’Oglio chiamava la «criminale indifferenza internazionale» – sembrava una necessità.Cosa sia stato per la Siria questo lustro di silenzio di padre Paolo Dall’Oglio, lo dimostra plasticamente la stessa Raqqa. Per tre anni centrale del terrore “nazi-jihadista” del Daesh, e ora, dopo mesi di assedio, rasa al suolo. Un gorgo di violenza, mentre regime e forze russo-siriane, procedevano alla “riconquista”, che ha sventrato in altri assedi medievali Homs, parte di Aleppo, la Ghouta orientale, oltre che la capitale dei jihadisti. Un indistinto, per fare di ogni opposizione un «terrorista». Una tragedia che ha quasi cancellato una nazione e prodotto una bomba migratoria incontenibile nel Mediterraneo. Negata ormai qualsiasi ragione a chi nel 2011 da Daraa aveva iniziato a marciare dietro alle insegne di «pane e libertà». E ieri a Sweida, non lontano da Daraa, il Daesh, ufficialmente sconfitto, si è all’improvviso rimaterializzato: assalti kamikaze in serie a villaggi capaci di fare oltre 220 vittime, di cui 127 civili. Un rigurgito, forse l’ultimo, della guerra civile. Ma da 5 anni, nell’attesa del ritorno di padre Paolo Dall’Oglio, la sua profezia inerme e spietata invoca un’altra Siria.

Il fratello: «La profezia di Paolo ora è riconosciuta da tutti»

«In questa attesa il mio legame con Paolo si rinnova sempre più. Intanto constato come, nel dibattito, si va sempre più delineando Paolo nella sua figura profetica, si va sempre più apprezzando il suo insegnamento». Giovanni Dall’Oglio, fratello minore di padre Paolo, cardiologo, risponde ad Avvenire dal Sud Sudan dove è coordinatore di un importante progetto sanitario del Cuamm. «Certo, lo stiamo aspettando, speriamo sempre, anche se la speranza si va riducendo, ma aumenta la consapevolezza di come fosse un grande uomo: da fratello provo ammirazione nel ricordo di come ha vissuto, della sua dedizione totale, nel suo essere un trascinatore. Direi che Paolo, in termini di fede, era davvero pieno di grazia. E questo spiega pure il suo agire d’impeto, la sua grande energia».

Quando parlò l’ultima volta con suo fratello?

Cinque anni fa padre Paolo mi telefonò, mentre ero in Africa, poco prima di partire per Raqqa. «Ti vorrei tanto vedere di persona», mi disse. «Non riesco ad arrivare prima a Roma», risposi. Era un saluto molto particolare, carico di affetto. Pochi giorni dopo, appena atterrai in Italia, mi dissero che era stato rapito…

In molti parlano di «profezia» in padre Paolo Dall’Oglio. Quale, per chi è cresciuto insieme a lui, la sua originalità umana e religiosa?

Siamo stati educati a mettere a primo posto i valori cristiani, la condivisione. Questo ci è venuto in primo luogo dall’esempio dei nostri genitori ed è stato recepito fortemente da Paolo, come da tutti noi fratelli. Paolo, come dicevo, era un trascinatore, ma anche un anticipatore, voleva bruciare le tappe. A 16 anni, ricordo, non volle venire in vacanza con noi per lavorare per due mesi come operaio nei cantieri navali di Fiumicino: voleva, nella sua ricerca umana, affrontare esperienze autentiche, conoscere la povertà e la sofferenza per sapere quale avrebbe potuto essere la sua strada. Per questo trovo molto lineare il suo percorso. Da questa profonda convinzione viene anche l’essere irruente, la grande energia che voleva anche comunicare agli altri.

Come vive, in Sud-Sudan, in una terra non meno provata della Siria, il legame con suo fratello?

È un limpido esempio. E poi, in passato, padre Paolo mi è stato vicino in periodi in cui ero titubante, in difficoltà. Mi accompagna una testimonianza di fede vissuta fino in fondo e che voleva trasmettere in modo empatico. Ora anche io, nel mio piccolo vivo accanto agli ultimi, in prima linea. Siamo vicini.

Avete avuto informazioni di una trattativa? Qualcuno si è mai rivolto alla famiglia promettendo di riportarvi a casa padre Paolo?

In questo momento non abbiamo prove né di vita né di morte. Sappiamo quello che si legge sulla stampa: qualche notizia, poi smentita, e affermazioni generiche di un impegno a tutelare la sorte degli italiani all’estero. Se si voleva cancellare il suo messaggio, forse questo era il modo migliore di farlo.

Per tutta la vita padre Dall’Oglio ha cercato il dialogo con l’islam. Come sopravvive, ora, il suo insegnamento?

Verrebbe da dire che la diffusione del Daesh in Siria ha smentito questa sua profezia utopica. Ma io credo che quella sia l’unica strada: condividere i valori che ci sono nel Corano e nel Vangelo e su questi costruire. Le derive, poi, ci sono da ogni parte ma questo non rende meno valida la strada del dialogo.

Perché, dopo mesi di esilio, decise di tornare a Raqqa? Cosa lo muoveva?

Veramente la sua vita veniva dopo al suo essere totalmente a disposizione degli altri. Questo non significa che non avesse ponderato la scelta, una scelta non individuale ma, credo, discussa anche con i suoi superiori: una missione rischiosa, ma per aprire una possibilità concreta di pace.

Padre Paolo, un mattino di un giorno di Pasqua, ricomparirà. Lo speriamo tutti. Quali potrebbero essere le sue prime parole e i suoi primi gesti?

Grandi silenzi e abbracci commossi. Si torna cambiati, turbati nel profondo da situazioni simili. Ci vorrà un periodo non facile di silenzio per riaverlo.

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