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Federico Peirone

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19 Luglio 2016

TERRORISMO – ( 19 Luglio 2016 )

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Terrorismo: per molti giovani decisivo il ruolo di Internet

Controlli in una strada di Wuerzburg in Germania - EPA

Controlli in una strada di Wuerzburg in Germania – EPA

R. – Noi abbiamo due tipi di jihadisti in Europa: il primo tipo è rappresentato da ragazzi che potremmo definire normali, che in molti casi provengono dalla media borghesia e hanno un elevato livello di istruzione. Abbiamo anche jihadisti che vengono dalle banlieue, però parliamo di ragazzi senza disturbi psicologici. Poi abbiamo un altro tipo di jihadisti: si tratta di persone con forti disturbi psicologici che compiono atti terroristici radicalizzandosi nel volgere di pochi giorni!

D. – In ogni caso c’è una corrente che si muove lungo la Rete, un collegamento virtuale in tutti questi episodi di violenza. Che importanza hanno le nuove tecnologie anche nel caso del terrorismo, purtroppo?

R. – Internet ha un ruolo decisivo. Ho studiato le vite di tutti i ragazzi dal 2001 fino al 2015, quindi le vite dei ragazzi che sono riusciti a realizzare una strage, un omicidio nelle città occidentali. Quello che ho trovato è che nella quasi totalità dei casi Internet aveva avuto un ruolo decisivo. Questo accade anche perché si tratta di ragazzi che – come sappiamo – hanno una particolare dimestichezza con la Rete. Quindi internet ha un ruolo fondamentale nel processo di radicalizzazione.

D. – Quali sono le armi che possiamo avere noi per contrastare questo fenomeno?

R. – Il terrorismo è una tecnica di combattimento che non può essere sconfitta in maniera definitiva. Quindi non abbiamo alcuna possibilità di cancellare il pericolo di subire attentati terroristici. Quello che noi facciamo – e lo facciamo molto bene – è ridurre il numero degli attentati. Infatti ritengo che la qualità di un servizio di intelligence non debba essere giudicata in base al numero di attentati che un Paese subisce, ma in base al numero di attentati che un Paese riesce a sventare. Quindi dobbiamo essere molto cauti nei giudizi. L’intelligence francese, ad esempio, fa un super lavoro perché si trova a fronteggiare una situazione incandescente che altri Paesi non hanno.

D. – Invece, dal punto di vista culturale e sociale, come contrastare questa diffusione di messaggi su Internet che manipolano la mente di tanti?

R. – Le strategie dal punto di vista culturale sono numerose. Una delle più importanti è sviluppare una contro-narrazione. Qui sono chiaramente impegnati soprattutto gli studiosi e i giornalisti e devo dire che, in molti casi, sia gli uni che gli altri assumono un atteggiamento fortemente deresponsabilizzante nei confronti del problema del terrorismo perché tengono a scaricare tutti i problemi sulle forze di polizia o sui governi, senza rendersi conto che, soprattutto in una prospettiva di lungo periodo, il ruolo degli intellettuali – i professori universitari in particolare – e dei giornalisti è di immensa importanza. Molto spesso anche i giornalisti sviluppano un tipo di narrazione che favorisce i processi di radicalizzazione perché tendono a ingigantire la forza dello Stato islamico che in realtà, dati alla mano, è molto più debole di ciò che noi pensiamo. Però così il gioco dell’informazione è quello di spettacolarizzare tutto e il fatto che così tante persone pensino, sbagliando, che lo Stato islamico sia in ascesa, tutto questo favorisce i processi di radicalizzazione perché i simpatizzanti dell’Is si galvanizzano. Si deve considerare che il rapporto che esiste tra i simpatizzanti e l’Is è lo stesso rapporto che esiste tra i tifosi di calcio e la squadra del cuore. Quando una quadra vince tutte le partite lo stadio si riempie, quando invece le perde i tifosi si deprimono e abbandonano gli spalti.

D. – Anche amplificare fenomeni sociali come l’immigrazione, ad esempio, può portare maggiori paure e quindi aggressività verso le persone che arrivano…

R. – Non vedo un nesso diretto tra la retorica sull’immigrazione e il terrorismo. Però, se noi criminalizziamo tutti gli immigrati, in questo caso sì favoriamo i processi di radicalizzazione. Se noi iniziamo a discriminare tutti i ragazzi musulmani, chiaramente di fronte ad una discriminazione violenta questi ragazzi inizieranno a nutrire un sentimento di simpatia nei confronti dello Stato islamico. Quindi diciamo che un razzista occidentale è in realtà una persona che afferma di lavorare contro lo Stato islamico, ma è un suo reclutatore. Se lei prende un gruppo di ragazzi musulmani che si “spaccano la schiena” dalla mattina alla sera, che lavorano in maniera onesta, rispettano tutte le leggi, e lei li offende, li insulta, li discrimina, questi inizieranno a sviluppare un sentimento di odio nei confronti della società circostante e sicuramente un atteggiamento più favorevole nei confronti dell’Is. Quindi la figura del razzista occidentale è una delle figure chiave della propagande dell’Is, perché chiaramente l’Is non può distribuire i volantini davanti alle scuole italiane ma, in qualche modo, lascia che siano i razzisti occidentali a diffondere la sua propaganda. Il messaggio dell’Is, qual è? L’Occidente non rispetta i musulmani. Questa è la propaganda dello Stato islamico, per cui se in televisione prevale il discorso del razzista occidentale, in qualche modo, è come se prevalesse il discorso del sedicente Stato islamico, perché il razzista occidentale è colui che conferma le parole dell’Is. Quindi la mia tesi è che il razzista occidentale sia di fatto un reclutatore dello Stato islamico.

D. – Insomma, il loro è un discorso speculare?

R. – In qualche modo lo è.

Il testo originale e completo si trova su:

http://it.radiovaticana.va/news/2016/07/19/terrorismo_per_molti_giovani_decisivo_il_ruolo_di_internet_/1245293